Pacchetto di primavera del Semestre europeo: Italia promossa a metà, cosa serve rivedere 

Bruxelles riconosce le misure adottate ma indica una lunga lista di riforme: dal catasto alle rinnovabili, fino a lavoro e sanità
4 ore fa
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Bandiere Italia Europa
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L’Italia resta sotto osservazione europea, ma per ora evita una nuova stretta sui conti. Nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo, la Commissione riconosce che Roma ha adottato misure efficaci nell’ambito della procedura per disavanzo eccessivo e non propone ulteriori passaggi in questa fase. Il dossier resta aperto, ma senza un aggravamento immediato.

Il problema, però, è più ampio del deficit. Nella pagella europea pesano debito pubblico ancora molto alto, produttività debole, energia cara, lentezza sulle rinnovabili, fisco da rendere più equo, catasto da aggiornare, pubblica amministrazione e giustizia da rafforzare, lavoro nero da contrastare, sanità sotto pressione e demografia sempre più sfavorevole. Il messaggio della Commissione è che l’Italia deve tenere insieme correzione dei conti e riforme capaci di aumentare la crescita potenziale.

Accanto alla procedura per deficit c’è poi un altro capitolo, distinto: quello degli squilibri macroeconomici. Anche qui l’Italia resta tra i Paesi segnalati, insieme a Ungheria e Slovacchia, per vulnerabilità legate soprattutto all’alto debito pubblico e alla debole crescita della produttività. Grecia, Paesi Bassi e Svezia non sono più considerati in squilibrio, mentre la Romania resta l’unico Stato membro con squilibri eccessivi.

Procedura aperta, debito in risalita

Secondo il Country Report 2026, il deficit italiano è sceso dal 3,4% del Pil nel 2024 al 3,1% nel 2025, sostenuto soprattutto dall’aumento delle entrate legato a occupazione e salari. La Commissione prevede un’ulteriore riduzione nel 2026, nel quadro del piano fiscale-strutturale di medio termine. Il debito resta però il problema principale. Dopo il calo seguito al picco della pandemia, il rapporto debito/Pil ha ricominciato a salire nel 2024 e, nelle previsioni della Commissione, dovrebbe passare dal 137,1% del Pil nel 2025 al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027.

A pesare sono il costo del servizio del debito, l’impatto ritardato dei crediti fiscali legati alle ristrutturazioni edilizie e l’aumento previsto della spesa connessa all’invecchiamento della popolazione, in particolare pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo. Per la Commissione, riportare il debito su una traiettoria discendente richiede consolidamento fiscale, ma anche una migliore composizione della spesa pubblica e riforme capaci di sostenere la crescita potenziale.

Il tema riguarda anche la qualità della spesa. Bruxelles chiede di intensificare gli sforzi per migliorare efficienza ed efficacia della spesa pubblica. Nel 2024 la spesa totale italiana era pari al 50,4% del Pil, sopra la media Ue. Una quota rilevante resta assorbita da protezione sociale, in particolare pensioni, e interessi sul debito, con meno spazio per priorità come investimenti, scuola e sanità. La Commissione segnala inoltre che alcune spese favorevoli alla crescita, come istruzione e salute, sono diminuite rispetto al 2019 in quota sulla spesa complessiva.

Insieme ad altri sette Stati membri, l’Italia beneficia di un percorso di aggiustamento di bilancio di sette anni anziché quattro. Bruxelles ha valutato l’attuazione delle riforme e degli investimenti collegati a questa estensione e ritiene che, nel complesso, gli Stati interessati abbiano rispettato gli impegni in modo soddisfacente. Per Roma significa avere più tempo per intervenire sui conti, ma anche dover mantenere credibile il percorso concordato con l’Ue.

Dove l’Italia cresce troppo poco

La fragilità italiana non si esaurisce nei conti pubblici. Il Country Report insiste su un nodo di lungo periodo: l’occupazione continua a crescere, ma la buona performance del mercato del lavoro non si traduce in un aumento adeguato della produttività. In altre parole, l’Italia lavora di più ma non cresce abbastanza.

Negli ultimi due decenni, salvo la fase successiva alla pandemia, la dinamica del Pil è rimasta sistematicamente più debole di quella dell’occupazione. La Commissione lega questa stagnazione a fattori noti: prevalenza di piccole imprese, specializzazione in settori tradizionali a basso valore aggiunto, investimenti insufficienti in ricerca e innovazione, divari persistenti tra Nord e Sud, costi energetici elevati, ambiente d’impresa ancora poco favorevole e accesso limitato a strumenti di finanza non bancaria.

Tra le raccomandazioni c’è quindi quella di sostenere ricerca e innovazione, favorire la crescita dimensionale delle imprese, promuovere la commercializzazione dei risultati della ricerca universitaria e rafforzare il mercato dei capitali. La Commissione nota che l’Italia dispone di un elevato risparmio privato, ma lo canalizza ancora troppo poco verso investimenti produttivi e innovativi. Il mercato dei capitali resta meno sviluppato rispetto alla media europea e le imprese continuano a dipendere in larga parte dal credito bancario.

Il divario territoriale resta un altro punto centrale. Nel Mezzogiorno pesano bassa produttività, minore partecipazione femminile al lavoro, infrastrutture carenti, servizi pubblici più deboli e capacità amministrativa limitata. Bruxelles chiede quindi una strategia industriale più chiara, capace di collegare politica industriale, sviluppo del Sud, infrastrutture e innovazione, evitando dispersione di risorse e incentivi frammentati.

Il Country Report segnala anche la necessità di rendere più efficiente la pubblica amministrazione. Una quota elevata di imprese italiane dichiara insoddisfazione verso la Pa, mentre la capacità amministrativa resta molto disomogenea tra territori. Per Bruxelles, questo pesa sulla competitività perché rallenta procedure, investimenti, uso dei fondi europei e attuazione delle riforme, soprattutto a livello locale e nel Sud.

Anche la giustizia resta nella lista delle priorità. Nonostante i progressi legati al Pnrr, la durata dei procedimenti civili e commerciali resta tra le più alte dell’Ue. La Commissione chiede di consolidare i risultati raggiunti, rendere strutturali alcuni strumenti introdotti con il Pnrr, affrontare le carenze di magistrati e personale amministrativo e proseguire nella digitalizzazione del sistema.

Le riforme chieste da Bruxelles

Sul fronte energetico, Bruxelles lega il ritardo italiano sulle rinnovabili alla competitività del Paese. La Commissione invita l’Italia ad accelerare la transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili e a rafforzare elettrificazione, stoccaggio e reti. Il Country Report sottolinea che i prezzi dell’elettricità per famiglie e imprese restano tra i più alti dell’Ue, soprattutto per il ruolo dominante del gas nella generazione elettrica. Nel primo semestre 2025, l’Italia aveva il quarto prezzo più alto dell’elettricità per le famiglie e il sesto per le grandi imprese.

Per Bruxelles, la dipendenza dal gas rende il sistema italiano più esposto agli shock dei prezzi e riduce gli incentivi all’elettrificazione. La Commissione chiede quindi di accelerare l’installazione di rinnovabili, sbloccare i ritardi autorizzativi, rafforzare le reti elettriche e migliorare la capacità delle amministrazioni locali di gestire le procedure. Il nodo non è solo climatico, ma economico: energia cara e volatile significa minore competitività per le imprese e più pressione sui bilanci pubblici quando lo Stato interviene per compensare famiglie e aziende.

Sul caro energia, Bruxelles chiede che eventuali misure siano temporanee, mirate alle famiglie vulnerabili e alle imprese energivore, e compatibili con gli impegni di bilancio europei. Gli aiuti, secondo la Commissione, devono preservare gli incentivi al risparmio energetico e non aumentare la domanda di combustibili fossili.

Il pacchetto apre anche alla possibilità di usare una parte della flessibilità fiscale prevista per la difesa per misure di resilienza energetica. Nel quadro della National Escape Clause, entro il limite dell’1,5% del Pil per le spese aggiuntive di difesa, potrà essere previsto per il periodo 2026-2028 un tetto annuo dello 0,3% del Pil per investimenti che riducano la dipendenza dai combustibili fossili importati, con un limite cumulato dello 0,6% sul triennio. È il punto su cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato il recepimento delle proposte italiane, riservandosi di avanzare misure mirate a tutela di imprese e famiglie quando saranno precisati i limiti di utilizzo.

Il fisco è l’altro fronte delicato. La Commissione chiede di rendere il sistema più favorevole alla crescita e più equo, anche con una lotta più efficace all’evasione e una riduzione delle spese fiscali, comprese quelle legate all’Iva e ai sussidi dannosi per l’ambiente. Il Country Report osserva che il carico fiscale sul lavoro resta elevato e che regimi speciali, flat tax temporanee e agevolazioni diffuse rendono il sistema complesso, meno progressivo e con una base imponibile erosa.

Torna anche il tema del catasto. Bruxelles chiede di aggiornare i valori catastali sulla base dell’impegno assunto dall’Italia nel piano fiscale-strutturale di medio termine, dentro una revisione più ampia delle politiche abitative. Nel Pacchetto di primavera 2026, infatti, la casa entra con forza nelle analisi Paese per Paese. Per l’Italia la Commissione segnala pochi alloggi sociali, liste d’attesa lunghe, molte abitazioni vuote e un mercato degli affitti sotto pressione in alcune aree.

Il costo sociale dei ritardi

L’ultima parte della diagnosi riguarda il capitale umano. La Commissione chiede all’Italia di migliorare la qualità del lavoro, promuovere la contrattazione collettiva, sostenere salari adeguati, ridurre la segmentazione del mercato del lavoro e contrastare il lavoro nero. Il problema non è solo l’occupazione, che negli ultimi anni è cresciuta, ma la qualità dei posti disponibili e la partecipazione ancora bassa di donne e giovani.

Il tema si lega direttamente alla demografia. L’Italia è uno dei Paesi europei più anziani e con la fertilità più bassa. Nel 2024 il tasso di fertilità era pari a 1,18 figli per donna, contro una media Ue di 1,34, mentre l’età media delle donne alla nascita del primo figlio era di 31,9 anni, contro 29,9 nell’Ue. La quota di popolazione sotto i 15 anni è scesa dal 14,2% del 2004 all’11,9% del 2025; nello stesso anno gli over 65 erano il 24,7% della popolazione, contro una media Ue del 22%.

Per Bruxelles, la risposta non può limitarsi agli incentivi economici alla natalità. Serve un approccio più strutturale: lavoro stabile, politiche per i giovani, maggiore partecipazione femminile, servizi di cura, attrazione e trattenimento di lavoratori qualificati. Il Country Report richiama anche il tema dell’emigrazione dei giovani italiani ad alta qualificazione e la necessità di creare condizioni che rendano effettivo il “diritto a restare”.

La sanità è l’altro fronte. L’invecchiamento della popolazione aumenterà la domanda di cure, assistenza di lungo periodo, farmaci e servizi ospedalieri. La Commissione chiede di affrontare le carenze di personale sanitario e di migliorare accesso, qualità e resilienza del sistema. Restano forti anche i divari territoriali, con il Sud più esposto a servizi pubblici deboli, bassa capacità amministrativa e difficoltà nel garantire prestazioni uniformi.

Anche scuola e università entrano nelle raccomandazioni. Bruxelles chiede di rafforzare competenze, istruzione terziaria, formazione professionale e transizione scuola-lavoro. Il Country Report segnala che la quota di giovani con titolo terziario e l’occupabilità dei laureati recenti restano tra le più basse dell’Ue. Il problema delle competenze si intreccia con la produttività: senza capitale umano adeguato, l’Italia fatica a spostarsi verso settori a più alto valore aggiunto.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che evita una stretta immediata, ma resta fragile. Per Bruxelles, il rientro dal deficit non basta se non aumenta la capacità dell’Italia di crescere. Conti pubblici, produttività, energia, lavoro, demografia e sanità sono parti dello stesso problema: margini stretti e molti ritardi strutturali da recuperare.