L’Italia resta in procedura per disavanzo eccessivo. Il dato diffuso da Eurostat fissa il deficit 2025 al 3,1% del Pil, ancora sopra la soglia del 3% prevista dal Patto di stabilità. Il miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 non basta a chiudere il dossier aperto con Bruxelles. Nello stesso anno il debito è salito dal 134,7% al 137,1% del Pil.
La permanenza nella procedura significa che i conti pubblici italiani restano sotto una verifica rafforzata da parte delle istituzioni europee. Non comporta un intervento esterno sulle singole misure di bilancio, ma impone al governo di muoversi dentro un percorso di rientro già definito, con obiettivi verificati nel tempo su deficit, debito e andamento della spesa.
Il dato italiano si colloca in un’Europa che nel 2025 presenta ancora situazioni molto diverse. Undici Stati membri hanno registrato un disavanzo pari o superiore al 3% del Pil, mentre dodici hanno chiuso l’anno con un debito oltre il 60%. L’Italia resta seconda nell’Unione per rapporto debito/Pil, dietro la Grecia e davanti alla Francia. È su questo doppio elemento, deficit sopra soglia e debito molto elevato, che si concentra il confronto con Bruxelles.
Che cosa significa restare in procedura Ue e perché il 3,1% pesa sulla prossima legge di bilancio
La procedura per disavanzo eccessivo si apre quando un Paese supera il 3% di deficit sul Pil o quando il debito, se molto alto, non mostra una riduzione coerente con le regole comuni. Nel caso italiano il punto immediato è il deficit: il saldo del 2025 migliora, ma resta sopra il limite. Questo mantiene aperta la procedura e impone di proseguire lungo il percorso di correzione indicato nelle raccomandazioni europee. Per uscire dalla procedura non basta avvicinarsi alla soglia; occorre scendere sotto il 3% e mantenere quel risultato in modo credibile anche negli anni successivi.
Il 3,1% va letto insieme agli altri numeri della notifica trasmessa a Bruxelles. Le entrate pubbliche sono salite al 48,1% del Pil dal 47% del 2024, la spesa è aumentata al 51,2% dal 50,4%, il Pil nominale è cresciuto da poco più di 2.202 a circa 2.258 miliardi di euro. In valore assoluto il deficit è sceso da oltre 73 miliardi a poco più di 69 miliardi. Il saldo primario è tornato positivo. L’insieme dei dati mostra una correzione graduale, ma non ancora sufficiente a modificare la posizione italiana nella parte correttiva della sorveglianza europea.
Il debito resta il dato che più condiziona la lettura del quadro italiano. A fine 2025 il rapporto debito/Pil è al 137,1%, con uno stock superiore a 3.090 miliardi. Solo la Grecia presenta un valore più alto. Francia, Belgio e Spagna seguono a distanza. Questo livello di debito restringe il margine disponibile per affrontare una crescita debole, eventuali nuovi shock sui mercati o interventi di spesa non coperti in modo stabile. In un Paese con un debito così alto, anche una correzione del deficit relativamente contenuta acquista un peso maggiore.
Restare in procedura non significa che Bruxelles scriverà la legge di bilancio al posto del governo. Significa però che le scelte della prossima manovra verranno lette dentro una cornice già fissata. Ogni nuova misura dovrà essere compatibile con il rientro del deficit, con la traiettoria del debito e con i limiti di crescita della spesa concordati a livello europeo. Le decisioni su fisco, sanità, rinnovi contrattuali, incentivi alle imprese, difesa e sostegni contro il caro energia avranno quindi un vincolo più stretto, perché ogni deviazione dal percorso concordato renderà più difficile la chiusura della procedura.
Il confronto con gli altri Paesi aiuta a definire meglio la posizione italiana. Nel 2025 la Romania ha registrato un deficit del 7,9% del Pil, la Polonia del 7,3%, il Belgio del 5,2% e la Francia del 5,1%. L’Italia non è quindi il Paese con il disavanzo più alto. La sua specificità sta nella combinazione fra un deficit non ancora rientrato, una crescita modesta e un debito fra i più elevati dell’Unione.
Il punto centrale, sul piano pratico, è che la permanenza nella procedura rende più stretto il campo delle scelte di bilancio. Lo Stato continua a poter spendere, tassare e redistribuire secondo decisioni politiche nazionali, ma deve farlo all’interno di un percorso che Bruxelles giudica sostenibile. La procedura serve a questo: evitare che il rientro di un anno venga cancellato da misure successive prive di coperture adeguate o da una dinamica della spesa incompatibile con la riduzione del deficit e del debito.
Le nuove regole fiscali europee e il controllo sulla traiettoria della spesa
Il caso italiano va letto alla luce della riforma della governance economica europea entrata in vigore nel 2024. Il nuovo sistema ha modificato il modo in cui l’Unione sorveglia i conti pubblici dei Paesi membri. Il riferimento al 3% per il deficit e al 60% per il debito resta in vigore, ma il baricentro della valutazione si è spostato sui piani nazionali di medio termine e sull’andamento della spesa netta. In altre parole, non conta soltanto dove si colloca il deficit in un singolo anno; conta anche se il Paese segue una traiettoria coerente e verificabile di rientro.
Ogni Stato membro presenta un piano fiscale-strutturale di medio termine, nel quale indica il percorso di spesa, gli obiettivi di bilancio e gli impegni su riforme e investimenti. Nel caso dell’Italia, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato a gennaio 2025 il piano 2025-2029, esteso su sette anni. Il documento fissa per Roma un obiettivo preciso: correggere il disavanzo eccessivo entro il 2026 e riportare il debito su una traiettoria discendente negli anni successivi. Per questo vengono indicati limiti di crescita della spesa netta e miglioramenti progressivi del saldo primario strutturale.
La differenza rispetto al vecchio impianto è sostanziale. Prima il dibattito pubblico si concentrava quasi esclusivamente sulle soglie numeriche, facili da comunicare ma spesso poco adatte a descrivere la reale posizione dei singoli Paesi. Ora il controllo europeo si concentra sulla continuità dell’aggiustamento. Un Paese ad alto debito può ottenere più tempo, ma in cambio deve dimostrare che il percorso è stabile, che la spesa non devia dal sentiero concordato e che il debito torna a scendere in modo credibile.
Nel piano approvato dal Consiglio, per l’Italia sono indicati un deficit al 2,8% del Pil nel 2026 e una successiva riduzione del debito fino al 132,5% nel 2031, dopo un ulteriore aumento nel breve periodo. L’iter è accompagnato da limiti alla crescita della spesa netta e da un miglioramento del saldo primario strutturale distribuito su più anni.
Le nuove regole prevedono anche salvaguardie specifiche per i Paesi con debito elevato. Per quelli con un rapporto debito/Pil superiore al 90%, come l’Italia, il percorso deve assicurare una riduzione media annua del debito nel medio periodo. Allo stesso modo, una volta rientrato sotto il 3%, il deficit dovrà mantenersi a una distanza di sicurezza dalla soglia per evitare nuovi sforamenti in caso di crescita debole o shock avversi.
