Putin vacilla? La protesta delle élite gli fa ridimensionare la stretta su internet

Blackout internet, restrizioni e guerra aumentano il malcontento: Putin resta forte ma emergono segnali di tensione
4 ore fa
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Vladimir Putin
Vladimir Putin (Ipa/Fotogramma)

Mentre il presidente russo Vladimir Putin perdeva il suo maggior alleato nell’Unione europea, il premier ungherese Viktor Orbán – quello che gli garantiva un diritto di veto de facto sulla politica di Bruxelles verso l’Ucraina -, a livello interno il capo del Cremlino era impegnato in un’altra ‘guerra’, quella a internet e a tutto ciò che di libero può girare grazie alla rete. Il governo ha provato infatti a stringere sulle VPN, ovvero sui ‘Virtual Private Network’, servizi che – tra le altre cose – consentono di aggirare i controlli e la censura su internet operate dal regime e di accedere in modo protetto a piattaforme vietate come YouTube, WhatsApp o Telegram. Ma stavolta c’è stata una risposta delle élite.

Putin vs internet e VPN

Nel concreto, le avvisaglie della stretta e della sua ampiezza sono molte, e iniziano anni fa. In sintesi, dal 2019, con la ‘sovereign internet law’, la Russia ha costruito un sistema che consente allo Stato di filtrare, instradare e bloccare il traffico online in modo sempre più centralizzato, ufficialmente per difendersi da minacce esterne ma, di fatto, anche per rafforzare il controllo politico della rete.

La svolta su larga scala è arrivata nel maggio 2025, con blackout mobili in oltre 40 regioni alla vigilia del Giorno della Vittoria, giustificati da ragioni di sicurezza. Una motivazione contraddetta dal fatto che i blocchi ci sono stati anche in regioni ben al di fuori dalla portata bellica dell’Ucraina. Comunque, da allora le interruzioni si sono moltiplicate: a luglio 2025 erano già 2.099, più che nel resto del mondo in un anno intero, con accesso limitato alle sole risorse russe.

Lo scorso marzo, per la prima volta la rete mobile di Internet è stata spenta su tutta Mosca per 20 giorni, senza una reale spiegazione. Un problema non solo per i dissidenti, ma anche più prosaicamente per la popolazione ‘normale’: non era più possibile prenotare taxi, pagare nei negozi, usare i trasporti. Come spiega il vicedirettore del Corriere della Sera, Federico Fubini, in un commento del 13 aprile, 120 siti sono stati autorizzati ad operare e, secondo quanto ricostruito dal sito di news in esilio The Bell, questa autorizzazione veniva dalle più alte sfere. Nell’insieme, nell’ultimo anno, ricorda Fubini, il 77% dei residenti in Russia sono stati coinvolti da qualche blocco della rete.

Nel frattempo, WhatsApp è stato completamente bloccato, usare Telegram è diventato estremamente difficile e anche le reti private virtuali sono cadute sotto la tagliola del Cremlino. La Russia non ha ancora introdotto un divieto assoluto e generale di possedere o usare una VPN in ogni circostanza, ma negli ultimi anni, e in particolare dall’invasione dell’Ucraina, ha costruito un sistema sempre più duro per limitarne concretamente l’uso: blocco tecnico dei servizi, divieto di pubblicità e di informazioni su come aggirare i blocchi, pressioni sugli app store, restrizioni alle piattaforme straniere e, più in generale, un controllo molto più stretto dell’infrastruttura internet. Human Rights Watch segnala che dal settembre 2025 gli utenti russi possono essere sanzionati per la ricerca “intenzionale” di contenuti considerati estremisti, anche tramite VPN.

In pratica oggi in Russia la linea non è “nessuna VPN è legale”, ma piuttosto “lo Stato decide quali strumenti tollerare, quali colpire e in quali casi”. Per l’utente comune il risultato è lo stesso: una forte restrizione della propria libertà. Le conseguenze sono anche pratiche: TechRadar per luglio stima danni economici per circa 250 milioni di euro.

L’ultimo casus belli è stato l’annuncio a fine marzo, da parte del ministro russo per lo Sviluppo digitale Maksut Shadayev, che al suo ministero è stato assegnato il compito di “ridurre l’uso delle VPN” in Russia, decisione che si colloca dentro una più ampia offensiva contro l’internet aperto nel quadro del “Great Crackdown”, la ‘grande repressione’.

Nello specifico, secondo RBC, uno dei principali media economici russi, il ministero ha chiesto alle maggiori piattaforme online russe di limitare o bloccare l’accesso agli utenti con VPN attiva entro il 15 aprile 2026. RBC ha anche riferito che operatori telefonici e marketplace hanno iniziato ad avvisare gli utenti che alcune app possono funzionare male con la VPN accesa, sempre nel quadro di queste indicazioni.

Lo scrittore: “Una guerra a tutta la società”

Secondo Human Rights Watch, la creazione di un “internet frammentario” sotto la completa sorveglianza statale è un altro passo verso il controllo e l’isolamento, con una graduale limitazione delle libertà e un avvicinamento al ‘Great Firewall’ cinese. Secondo le organizzazioni che si occupano di diritti digitali, le interruzioni a internet imposte senza la supervisione pubblica o la giustificazione legale, violano i diritti umani fondamentali.

Fubini cita lo scrittore moscovita Andrei Kolesnikov, per il quale “questa è una guerra alla società nel suo complesso”, e non più ‘solo’ ai suoi oppositori.

La protesta dell’élite

Il risultato, ha rivelato a Reuters una fonte anonima, è che è che la repressione ha fatto infuriare una parte dell’élite, la quale ha fatto pressioni su Putin per alleggerire la stretta. “La situazione sta frustrando tutti, compresi i lealisti, e questo frena lo slancio (per un inasprimento, ndr). È altamente improbabile che le cose peggiorino; al contrario, si lavorerà per risolvere alcuni problemi”, ha sottolineato la fonte.

E in effetti ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato ai giornalisti che certi provvedimenti erano stati presi per “considerazioni di sicurezza”, ma che erano temporanee: “È chiaro che le restrizioni all’accesso a Internet causano disagi a molti cittadini, ma una volta superata la necessità di queste misure, l’accesso a Internet verrà ovviamente ripristinato completamente e tornerà alla normalità“.

Putin in difficoltà?

D’altra parte Putin vive un momento particolare: nonostante la propaganda e la fermezza su posizioni massimaliste dimostrata e mantenuta nei negoziati per la pace in Ucraina, l’autocrate russo è in realtà impantanato nel conflitto da lui stesso avviato nel 2022. A febbraio Kiev ha riconquistato più territori di quanti ne abbia persi, mentre di fatto l’esercito russo non riesce a fare progressi e tanto meno a conquistare per intero quel Donbass che Putin vorrebbe perciò che gli fosse ceduto per via negoziale.

Il capo della Federazione non può che andare avanti, pena vedere in pericolo la sua stessa leadership. Come Orbán ha perso il potere dopo 16 anni, dopo aver modificato a suo favore la legge elettorale e smantellato in buona parte lo stato di diritto nel suo Paese, e grazie a uno sfidante che solo due anni fa era un compagno di partito, così, sempre al netto delle differenze, Putin per la prima volta vede montare del disaccordo nel suo establishment e dell’insofferenza da parte delle ricche élite. Élite che tra l’altro recentemente ha praticamente costretto a finanziare il conflitto in Ucraina con delle ‘donazioni’.

Da parte sua, Pavel Durov, fondatore e capo di Telegram, che in nome della ‘libertà di espressione’ si è trovato più volte in collisione con l’Unione europea, ha invitato alla “resistenza digitale”.

Ma le critiche arrivano anche da esponenti del sistema, tra cui i governatori delle regioni al confine con l’Ucraina, che fanno dell’accesso a internet una questione di sicurezza per avvisare i cittadini di attacchi e allarmi in corso, o dai deputati, come il nazionalista Sergei Mironov, per il quale chi blocca internet è un “idiota”.

Altro indizio: i servizi segreti, l’Fsb erede del Kgb dove militava lo stesso Putin, negli ultimi mesi hanno fatto incarcerare alcuni uomini di Sergei Kiriyenko, responsabile delle politiche interne, gestore dei territori ucraini occupati e vicecapo di gabinetto del leader russo.

Malcontento popolare

Ma anche a livello popolare il malcontento, per quanto celato perché non consentito, è sempre meno nascondibile. I russi sono stanchi della guerra con Kiev, che tra le altre cose sta chiedendo un ingente tributo umano, e per la situazione economica del Paese, peraltro riconvertito a economia di guerra da ormai oltre quattro anni: tutti fattori che pesano ora e peseranno sul futuro della Federazione molto a lungo. Il Fondo Monetario Internazionale ha appena alzato la previsione di crescita russa per il 2026 all’1,1%, grazie all’impennata dei prezzi del petrolio per la crisi iraniana, ma l’economia ha comunque molto rallentato rispetto al 2024 ed è sotto pressione per sanzioni, stretta monetaria e costo della guerra.

In più, secondo il Carnegie Endowment, il conflitto ha prodotto per la Russia problemi strutturali duraturi: esposizione del territorio a ritorsioni ucraine, ostilità irreversibile di Kiev e riarmo europeo.

In questo panorama, un’ulteriore vasta stretta di internet non potrà che aumentare il malcontento popolare e, come visto, delle élite. Il che comunque, avvisa Fubini, non significa automaticamente che il leader del Cremlino cadrà a breve.

Mostra però una cosa: che ritiene necessario dover aumentare il controllo pubblico. Se il potere di Putin non appare oggi “in crisi”, perché conserva apparato coercitivo, controllo istituzionale e assenza di veri sfidanti organizzati, fa intravedere però potenziali crepe, che potrebbero aumentare a causa della sempre maggiore rigidità richiesta al sistema per mantenersi in piedi. Malcontento sociale, irritazione di pezzi dell’élite, crescita più debole, costi della guerra, bisogno di repressione crescente, ma anche una percepibile lotta per il potere a vari livelli attorno a Putin, potrebbero portare, più o meno improvvisamente, forse, alla caduta dell’autocrate. A settembre ci saranno le elezioni parlamentari, una preoccupazione a cui il Cremlino non è immune.