Mentre gli Stati Uniti restano imbrigliati nella guerra in Iran, le tre maggiori potenze europee Regno Unito, Francia e Germania (il cosiddetto formato E3) tentano di assumere la guida per un rilancio dei negoziati di pace in Ucraina. L’obiettivo è cogliere l’attuale slancio delle forze ucraine sul campo di battaglia e far sedere al tavolo della trattativa la Russia, bersagliata sempre più in profondità dai droni di Kiev.
Il piano europeo per negoziare con Mosca
I governi di Londra, Parigi e Berlino stanno lavorando congiuntamente con l’Ucraina per abbozzare un piano che possa coinvolgere Vladimir Putin in nuove trattative.
L’iniziativa dei Volenterosi nasce dalla convinzione che le recenti dinamiche militari abbiano rafforzato la posizione negoziale del presidente Volodymyr Zelensky. Già a fine maggio, il presidente ucraino aveva discusso in modo approfondito il rilancio del processo di pace e la necessità di una partecipazione attiva dell’Europa con il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, concordando prossimi incontri tra i consiglieri per la sicurezza nazionale dei vari Paesi.
Il blocco europeo non solo si pone come mediatore, ma in alcuni casi si propone come garante. L’asse E3 stanno persino valutando un accordo di garanzie di sicurezza che prevederebbe, in caso di cessate il fuoco e accordo con la Russia, il possibile invio di truppe europee sul suolo ucraino a garanzia della pace. L’ipotesi era già circolata a inizio anno, trovando la dura risposta di Mosca.
Il fallimento della mediazione di Trump
Questa accelerazione europea si inserisce in un vuoto diplomatico lasciato dagli Stati Uniti. Nonostante le promesse, i tentativi dell’amministrazione Trump di negoziare una pace rapida sono finiti in un vicolo cieco. A inizio 2026, lo stesso Trump ha addossato pubblicamente la colpa della paralisi a Zelensky, ritenendo che, mentre Putin sarebbe “pronto a un accordo“, il governo di Kiev si rifiuterebbe di fare passi avanti a causa della propria rigidità.
Il piano americano prevedeva ampie concessioni territoriali (l’acquisizione de facto di regioni dell’est e sud da parte della Russia), limitazioni all’esercito ucraino e garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma senza l’impiego di truppe occidentali. Di fronte alle pressioni americane, che includevano la cessione del Donbass, Zelensky ha opposto un fermo rifiuto, ricordando che la Costituzione ucraina non ammette la cessione di territori sovrani e dubitando dell’efficacia degli accordi a fronte delle palesi violazioni di Mosca, come l’uso di armi ipersoniche al confine con l’Ue.
Il campo di battaglia: droni in profondità e altissime perdite russe
La resistenza diplomatica ucraina è sostenuta da sviluppi concreti e di forte impatto sul piano militare, che giustificano la percezione di Zelensky (e dell’E3) di avere una “posizione significativamente più forte” rispetto a qualche settimana fa.
In questi giorni, l’Ucraina ha intensificato i bombardamenti sul territorio della Federazione Russa, colpendo infrastrutture critiche con sciami di centinaia di droni. Gli attacchi ucraini hanno colpito raffinerie, siti industriali e perfino la base navale russa della Flotta del Baltico (danneggiando la corvetta Boikiy) o il Terminal Petrolifero di San Pietroburgo, situato a circa 1.100 chilometri dal confine. Nella notte tra il 21 e il 22 maggio, i droni di Kiev si sono abbattuti su una infrastruttura civile, il dormitorio del Politecnico di Starobelsk, nella regione di Luhansk, territorio ucraino occupato dalla Russia. Mosca, che ha definito l’attacco “terroristico”, parla di 21 morti (per lo più studenti adolescenti). All’interno del dormitorio si trovavano 86 studenti tra i 14 e i 18 anni.
Sul campo di battaglia, il logoramento delle truppe del Cremlino è arrivato a livelli altissimi: i dati ucraini aggiornati a inizio giugno stimano la perdita di oltre 1.400 soldati in un solo giorno, portando il totale delle perdite russe (tra morti e feriti) dall’inizio dell’invasione a superare 1.365.000 uomini, assieme a migliaia di carri armati e droni.
Di fronte al fallimento americano e a un nemico militarmente logorato ma che continua a spingere sull’acceleratore missilistico, l’Europa dell’E3 cerca quindi di offrire a Kiev non un armistizio imposto, ma un percorso che costringa Mosca a negoziare con l’Ucraina.

