Petrodollaro: cosa è e perché la sua fine segnerebbe l’inizio di un nuovo ordine mondiale

I Pasdaran hanno iniziato a richiedere pagamenti in yuan o criptovalute
1 ora fa
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Petrodollaro canva

Le tensioni sullo Stretto di Hormuz stanno accelerando la crisi del petrodollaro, il sistema che alimenta l’attuale ordine mondiale. Da cinquant’anni la regola è chiara: chi vuole petrolio, deve pagarlo in dollari. Questo provoca una costante domanda di valuta americana e consente agli States di avere un potere economico e geopolitico senza pari perché, volente o no, chi finanzia il debito americano sostiene il potere di Washington.

Ora che i Pasdaran chiedono di pagare il petrolio che passa da Hormuz in altre valute, incluse le cripto, il sistema del petrodollaro inizia a scricchiolare. Il meccanismo regge ancora, ma sempre più Paesi non lo ritengono più incrollabile come qualche anno fa e sostengono l’ascesa di altre economie. Prevedere quando crollerà il sistema del petrodollaro è impossibile, ma una cosa è certa: se cadrà, gli Stati Uniti cesseranno di essere la più grande potenza mondiale.

La guerra in Iran, il petrodollaro e il petroyuan

La guerra in Iran sta mettendo sotto pressione esattamente questo meccanismo. I Pasdaran hanno iniziato a richiedere pagamenti in yuan o criptovalute per il transito delle petroliere attraverso Hormuz. I Paesi del Golfo, con le esportazioni bloccate, hanno smesso di reinvestire in titoli del Tesoro americano. Le riserve della Federal Reserve di New York sono scese ai minimi dal 2012.

Tutto questo va a favore della Cina e del petroyuan, ovvero la quota di scambi petroliferi denominati in yuan cinesi, ha superato il 20% del volume globale nel primo trimestre del 2026, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.

Potrebbe essere solo una crisi temporanea. Oppure potrebbe essere il momento in cui il sistema del petrodollaro, già incrinato da anni, comincia a cedere davvero.

Cos’è il petrodollaro e perché è nato

Per capire cosa rischia di crollare, bisogna capire cosa è stato costruito. Tutto comincia nel 1971, quando il presidente americano Nixon sospende la convertibilità del dollaro in oro (sistema del Golden Standard), ponendo fine al sistema di Bretton Woods. Da quel momento il dollaro non ha più un ancoraggio fisico e gli Stati Uniti devono trovare un nuovo bene riserva per tenere alta la domanda di dollaro americano.

La soluzione arriva nel 1974. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Henry Kissinger, vola a Riyad e stringe con l’Arabia Saudita un accordo passato alla storia come il “patto di ferro“: gli Stati Uniti offrono protezione militare, forniture di armi e garanzie di sicurezza alla monarchia saudita; in cambio, l’Arabia Saudita si impegna a vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari e a reinvestire i proventi, i famosi petrodollari, in titoli del Tesoro americano. In poco tempo, il resto dei Paesi Opec si adatta a questo sistema.

Da qui in poi, il dollaro non solo mantiene il ruolo di principale valuta globale, ma lo rafforza. Non perché gli Usa siano il Paese più produttivo, ma perché controllano la valuta con cui si paga l’energia. Una domanda artificiosa e costante, garantita da ogni barile estratto in qualunque angolo del pianeta.

Il “privilegio esorbitante”: come il petrodollaro ha trasformato gli Usa in una superpotenza

L’effetto più importante di questo sistema non è quello immediato (il flusso di denaro verso Washington) ma quello strutturale. Grazie al petrodollaro, infatti, gli Stati Uniti acquisiscono un potere che nessun Paese ha mai avuto: la capacità di indebitarsi indefinitamente nella propria valuta, sapendo che il resto del mondo è costretto a tenere quella valuta in riserva.

Gli economisti lo chiamano “privilegio esorbitante“, un’espressione coniata ironicamente dal ministro delle Finanze francese Valéry Giscard d’Estaing negli anni Sessanta, prima ancora che il sistema del petrodollaro prendesse definitivamente forma. L’America può importare più di quanto esporti, mantenere deficit commerciali cronici, finanziare guerre e programmi sociali emettendo debito a tassi bassissimi perché c’è sempre qualcuno nel mondo che ha bisogno di dollari e quindi compra i suoi titoli di Stato.

Il privilegio va oltre la finanza perché il dollaro non è più soltanto una valuta, ma il pilastro dell’infrastruttura finanziaria mondiale. Il sistema Swift, che regola i trasferimenti interbancari internazionali, è denominato in dollari e opera sotto l’influenza americana. Questo ha permesso agli Stati Uniti di sviluppare una capacità senza precedenti: colpire economicamente un Paese nemico senza sparare un colpo. L’extraterritorialità del dollaro significa infatti che chiunque usi banche collegate al sistema americano (praticamente tutte le banche del mondo) è soggetto alle decisioni di Washington.

L’Iran lo sa dal 1979, l’India e la Cina osservano questo sistema con crescente preoccupazione da almeno un decennio. La Russia lo ha capito meglio nel 2022, quando i suoi 300 miliardi di dollari di riserve valutarie sono stati congelati in poche ore in risposta all’invasone dell’Ucraina.

La guerra in Iran e l’attacco diretto al sistema

Il petrodollaro vive una parziale crisi già da qualche anno, ma non è mai stato in crisi come oggi. L’elemento nuovo non è il conflitto in sé (non è la prima volta che gli Stati Uniti attaccano Paesi in Medio Oriente), ma il punto in cui si manifesta la sua pressione.

La scelta dei Pasdaran di richiedere yuan o criptovalute per il transito delle petroliere non è un semplice gesto di sfida, ma il tentativo di spezzare la catena del petrodollaro nel suo punto più vulnerabile. Se le petroliere che escono dal Golfo iniziano a essere pagate in valute diverse dal dollaro, il presupposto su cui è costruito l’intero sistema comincia a vacillare.

Per gli States, il danno più profondo non viene da Hormuz, ma dai Paesi del Golfo che, con le esportazioni bloccate dalla crisi, non hanno più petrodollari da riciclare. Arabia Saudita, Emirati, Kuwait: per decenni hanno reinvestito i proventi delle vendite petrolifere in titoli del Tesoro americano, tenendo bassi i tassi di interesse americani e finanziando il debito di Washington. Oggi, senza entrate, usano quelle riserve per coprire le proprie spese interne e di difesa.

l risultato è che le banche centrali globali, per sostenere le proprie valute in un contesto di instabilità, hanno iniziato a vendere titoli di Stato americani. Se il più grande acquirente di debito americano smette di comprare dollari e, anzi, inizia a venderli, la domanda cala, i tassi di interesse aumentano e il sistema perde la propria linfa vitale. Anche se per ora il sistema del petrodollaro continua a reggere, le conseguenze sono già evidenti: le riserve detenute alla Fed di New York non erano così basse dal 2012.

Il ruolo del bitcoin: riserva di valore o arma geopolitica?

In uno scenario di crisi del dollaro, il Bitcoin e le altre criptovalute principali svolgono due funzioni. La prima è quella di riserva di valore al di fuori del sistema bancario tradizionale: per un Paese sotto sanzioni o in guerra, avere attivi in criptovalute significa avere liquidità che nessuno può congelare. L’Iran ha usato il mining di criptovalute per aggirare le sanzioni americane già negli anni scorsi, e la richiesta di pagamenti in cripto per trasportare greggio attraverso Hormuz è la versione più esplicita di questa logica.

La seconda funzione è più sottile: in assenza di un’alternativa credibile al dollaro come valuta globale, le criptovalute possono servire come sistema di pagamento neutro tra Paesi che non si fidano l’uno dell’altro. Un accordo bilaterale Russia-India pagato in Bitcoin, ad esempio, non richiede né un sistema bancario condiviso né una valuta di riferimento accettata da entrambe le parti. In questo senso, le criptovalute non sfidano direttamente il dollaro (non hanno la forza per farlo) ma erodono la sua funzione di standard universale di scambio, offrendo un’alternativa per le transazioni che entrambe le parti vogliono tenere fuori dal perimetro americano.

Quanto vale oggi il petrodollaro

La guerra in Iran ha accelerato una tendenza già in corso da almeno un decennio. La domanda è: quanto è solida l’alternativa che si è costruita nel frattempo?

I numeri dicono che il processo è attivo ma ancora lontano dal rimpiazzare la valuta americana. Cinquant’anni fa il dollaro costituiva l’85% delle riserve valutarie globali; oggi è sceso al 60%. La caduta è stata graduale, quasi impercettibile anno per anno, ma su cinquant’anni rappresenta uno spostamento strutturale.

Il congelamento delle riserve russe nel 2022 ha dato al processo un’accelerazione improvvisa: molti Paesi hanno visto in quella mossa la prova che le riserve in dollari non sono davvero riserve, ma soldi che Washington può bloccare quando lo ritiene opportuno.

La Cina ha lavorato sistematicamente a costruire un’alternativa. Lo yuan viene oggi usato in accordi bilaterali con Russia, Arabia Saudita, Brasile, Argentina, Iran. Il volume delle operazione interazionali gestite dal Cips, l’equivalente cinese dello Swift, è in costante crescita. I Brics hanno discusso la creazione di una valuta comune o di un sistema di pagamento condiviso, senza ancora arrivare a un accordo concreto. L’India ha stretto accordi con Russia e Iran per pagare le importazioni energetiche in rupie.

Il quadro che emerge non è la sostituzione del dollaro con lo yuan (il mercato dei capitali cinese è ancora troppo chiuso e poco liquido per assumere quel ruolo) ma la frammentazione del sistema monetario in blocchi regionali e reti bilaterali che aggirano progressivamente l’infrastruttura americana. Un ulteriore e cruciale elemento per spostare l’ordine mondiale dal monopolio Usa al multipolarismo.

Verso un nuovo ordine mondiale?

La eventuale fine del petrodollaro avrebbe conseguenze enormi sull’ordine mondiale.

I tassi di interesse americani salirebbero (perché il debito di Washington non sarebbe più finanziato da chi ha bisogno di petrodollari; il deficit commerciale americana diventerebbe insostenibile e la difesa dovrebbe essere pagata con soldi reali, non con carta stampata accettata in virtù del potere contrattuale americano.

Per il resto del mondo, il cambiamento potrebbe portare a maggiore autonomia o a maggiore instabilità, a seconda di come avverrà la transizione.

La storia insegna che ogni cambio di valuta di riserva globale ha richiesto decenni e spesso ha coinciso con conflitti che ridisegnavano gli equilibri di potere. La differenza, oggi, sta nella velocità con cui avvengono queste trasformazioni.

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