Larry Fink ha detto che “l’Europa si sta svegliando sull’Ai”, ma è davvero così?

Aumentano gli investimenti in Ai, ma l'Ue rischia una spaccatura interna tra Nord e Sud
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Il Ceo di Blackrock Larry Fink (Ipa/Ftg)

Larry Fink, Ceo di Blackrock, il più grande gestore patrimoniale al mondo con oltre 14.000 miliardi di dollari in gestione, ha lanciato un nuovo avvertimento sull’Ai, che creerà “un’economia a K” con pochi vincitori e tanti sconfitti. Il suo monito, condiviso alla Milken Institute Global Conference, arriva dopo la lettera inviata agli azionisti inviata a marzo dove aveva spiegato che l’Ue rischia di restare stabilmente nel braccio discendente di quella K.

A differenza degli altri esperti che nei mesi si sono esposti sull’economia europea, però, Larry Fink intravede uno spiraglio di speranza per il Vecchio Continente: “L’Europa si sta svegliando“, scrive nella lettera di marzo.

Ma è davvero così?

La crisi demografica dell’Ue

Il punto di partenza di Fink sull’Europa è demografico. Una forza lavoro che invecchia comprime la crescita in modo strutturale, e senza produttività aggiuntiva il declino è aritmetico. I dati gli danno ragione.

Secondo le proiezioni Eurostat pubblicate nell’aprile 2026, la popolazione dell’Unione europea scenderà dai 451,8 milioni attuali a 398,8 milioni nel 2100, con 253 milioni di nascite attese a fronte di 409,8 milioni di decessi. La quota di over 80 è già passata dal 3,8% del 2004 al 6,1% nel 2024, e potrebbe arrivare al 16% nel 2100. L’età mediana nell’Ue è oggi 44,7 anni; in Italia, la più anziana del continente, è 48,7.

Nel frattempo, secondo l’ufficio studi di Ing, la produttività nell’Eurozona è scesa dell’1,6% dal terzo trimestre del 2022, in un mercato del lavoro con la disoccupazione ai minimi storici al 6,1%: il margine per crescere attraverso nuova occupazione è esaurito, non resta che la produttività per addetto. Ed è qui che l’Ai entra come variabile decisiva.

Gli investimenti europei in Ai: segnali reali, ma parziali

Gli investimenti segnalano una svolta. Nel 2025, secondo un report di BestBrokers basato su dati Pitchbook e Cb Insights, le startup Ai europee hanno raccolto 36,7 miliardi di dollari, pari al 43,4% di tutto il venture capital investito nel continente. Era il 23,6% nel 2023. Complessivamente, secondo Bcg, gli investimenti in intelligenza artificiale in Europa hanno superato i 120 miliardi di dollari ad aprile 2026. A gennaio 2026, la Commissione europea ha lanciato due bandi da 307,3 milioni di euro per sviluppo di servizi Ai affidabili e tecnologie emergenti.

Sul fronte regolatorio, l’Ue è l’unica grande potenza ad avere già un quadro normativo sull’Ai: l’Ai Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, seppure con un parziale dietrofront sui sistemi ad alto rischio. Un vantaggio di credibilità nel medio periodo, ma un potenziale peso nel breve per le imprese europee che competono con chi opera senza regole simili.

La frattura interna che preoccupa

Il rischio non è solo il gap con Stati Uniti e Cina, ma la spaccatura dentro l’Europa stessa. Secondo l’analisi di Ing sul mercato del lavoro europeo, i Paesi del Nord (Paesi Bassi 43%, Belgio e Francia 39%, Germania 35%), hanno una quota molto più alta di lavori ad alta complementarità con l’Ai rispetto ai Paesi del Sud.
In Italia e Spagna quasi la metà dei posti di lavoro ha ancora scarsa interazione con l’Ai, avvertono gli economisti di Ing, con il rischio concreto che “l’Ai sblocchi una maggiore crescita della produttività nel nord, causando un’ulteriore divergenza del potenziale di crescita” nell’Eurozona.

È esattamente la logica dell’economia a K menzionata da Larry Fink, ma applicata su scala continentale: non ci sono due società, ma due Europe. Quella del Nord che sale, quella del Sud che resta ferma o arretra.

Nella lettera di marzo il Ceo di Blackrock aveva scritto che “la prosperità può sembrare sempre più lontana a chi è fuori” quando la capitalizzazione di mercato cresce ma la proprietà rimane ristretta. Se si sostituisce “proprietà” con “capacità di adottare l’Ai”, il concetto si adatta perfettamente all’Europa e alla sua economia.

Dunque, il risveglio che Fink intravede c’è. I capitali si muovono, la regolamentazione esiste, la consapevolezza cresce. Ma svegliandosi tardi e in modo disomogeneo, l’Ue rischia di scoprire che la corsa è già a buon punto, e che i posti sul treno dei vincitori stanno per finire.

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