Bruxelles dà fiducia a Magyar: sbloccati 16,4 miliardi per l’Ungheria, ma “niente scorciatoie”

Primo successo politico per il nuovo premier ungherese dopo la fine dell’era Orbán. Ma l’accesso ai fondi resta legato alle riforme su giustizia, anticorruzione e appalti
1 ora fa
3 minuti di lettura
Péter Magyar
Péter Magyar (Ipa/Fotogramma)

Petér Magyar, l’uomo che il 12 aprile scorso ha stravinto le elezioni in Ungheria e ha tolto il potere a Viktor Orbán dopo 16 anni, ha ottenuto una prima, importantissima vittoria come premier: lo sblocco da parte di Bruxelles di 16,4 miliardi di euro di fondi congelati a causa delle politiche del suo predecessore. Ma dovrà procedere rapidamente con le riforme necessarie a riportare il suo Paese nell’ambito dei valori europei condivisi.

L’incontro a Bruxelles con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, più volte sospeso e alla fine tenutosi oggi nel primo pomeriggio, ha insomma portato i suoi frutti per il leader magiaro, che ha grande bisogno delle risorse europee. Non solo perché l’economia ungherese è stagnante da tempo, ma anche perché Orbán gli ha lasciato in regalo un crescente deficit di bilancio che, secondo la Commissione, nel 2026 potrebbe raggiungere il 6,2% del Pil.

“Una somma considerevole”

I fondi sbloccati sono “una somma considerevole, ma il popolo ungherese se lo merita. Ancora una volta, tantissime grazie per l’eccezionale lavoro svolto”, ha sottolineato von der Leyen nella conferenza stampa seguita all’incontro.

Nel dettaglio, ha spiegato la tedesca, si tratta di 10 miliardi di euro dal fondo di ripresa Next Generation EU, 4,2 miliardi di euro in fondi di coesione, e ulteriori 2,2 miliardi di euro, man mano che le riforme saranno completate. 500 milioni di euro sono stati bloccati per le restrizioni sui diritti delle persone LGBTQ, giudicate discriminatorie dalla Corte di giustizia europea, che dovranno anch’esse essere superate.

Si parla di circa il 13% del bilancio statale ungherese, “così potete farvi un’idea di che tipo di denaro stiamo parlando”, ha precisato Magyar. Che ha aggiunto: “Riporteremo a casa questi soldi, come promesso, per ricostruire l’Ungheria, rilanciare l’economia, ripristinare e sviluppare i servizi pubblici e rafforzare la competitività delle aziende ungheresi e delle piccole e medie imprese”.

Ma c’è un ‘ma’

Dichiarazioni trionfanti a pare, va detto che l’intesa di oggi non risolve ogni questione, a partire dal fatto che il leader ungherese deve rimettere mano a molte questioni sulle quali il suo predecessore è entrato in rotta di collisione con il diritto comunitario. Le priorità per Bruxelles riguardano i cosiddetti ‘super traguardi‘, ben 27, che fanno riferimento all’indipendenza della magistratura, alle misure anticorruzione e agli appalti pubblici.

Se è vero che alle elezioni del 12 aprile Magyar ha ottenuto una maggioranza molto ampia, è anche vero che questo non garantisce che le riforme scivolino via sul velluto: le modifiche normative devono essere elaborate e promulgate e devono superare eventuali ricorsi legali. Inoltre, Orbán ha piazzato suoi fedelissimi, che potrebbero ostacolare le riforme, in una serie di incarichi chiave, tra cui la presidenza della Repubblica, la presidenza della Corte costituzionale e la procura generale.

Il caso polacco: fondi e riforme bloccate

Per questo motivo in molti a Bruxelles chiedevano cautela, anche in considerazione del ‘precedente’ polacco: nel 2023 quando Donald Tusk divenne primo ministro, la Commissione sbloccò oltre 100 miliardi di euro ‘sulla fiducia (e dietro presentazione di un piano-programma per riforme)’, ma vide poi le riforme infrangersi contro l’ostilità del presidente Karol Nawrocki, del partito Diritto e Giustizia, che le fermò.

C’era poi un altro aspetto che induceva alla prudenza: nelle prossime settimane la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi sulla decisione della Commissione, sempre del 2023, di sbloccare circa 10 miliardi di euro di fondi per l’Ungheria, congelati quando Orbán era primo ministro. La decisione è stata contestata dall’Europarlamento e lo scorso febbraio l’avvocata generale della suprema Corte si è già espressa a favore dell’Eurocamera. Sebbene i parere degli avvocati generali non siano vincolanti, spesso i giudici ne tengono conto.

Von der Leyen: “Condizione è che le riforme vengano adottate”

Nonostante ciò, comunque, von der Leyen si è detta fiduciosa di aver costruito “una solida struttura per garantire che l’Ungheria affronti le problematiche relative alla corruzione e allo stato di diritto”. D’altronde, l’erogazione dei fondi avverrà “a condizione che le riforme vengano adottate e gli investimenti realizzati“, ha sottolineato la tedesca. L’Ue “non prenderà scorciatoie“, ha sottolineato, ma l’Ungheria ha compiuto dei progressi sulle riforme necessarie.

Sicuramente, questa vittoria darà a Magyar un forte impulso, che il politico dovrà saper sfruttare per portare a casa le riforme promesse. Il premier ha sottolineato che il suo governo ha “la maggioranza di governo più solida” in Europa e che “farà del suo meglio” per raggiungere quanti più obiettivi possibile entro il 31 agosto, data in cui Budapest deve presentare formalmente la richiesta di accesso ai fondi.

“Segnale politico molto forte”

I primi piani per l’utilizzo dei fondi sbloccati, ha fatto sapere von der Leyen “sosterranno settori chiave come l’energia, l’edilizia abitativa, ma anche i trasporti e le piccole e medie imprese, solo per citarne alcuni”. Magyar ha anche dichiarato di voler andare oltre le richieste dell’Ue, soprattutto per quanto riguarda la lotta alla corruzione, tema centrale nella sua campagna elettorale. Il premier ha già presentato domanda per entrare a far parte della Procura europea – cosa che era anche una richiesta di Bruxelles.

Quello che è certo è che l’accordo politico raggiunto oggi, ha rimarcato il premier ungherese, invia “un segnale politico molto forte”. In particolare, potrebbe segnare il riavvio delle relazioni con Bruxelles, dopo l’isolamento in cui Orbán aveva fatto precipitare Budapest, con le sue politiche anti-democratiche e il suo mettersi sempre più di traverso alle decisioni del blocco.