Pashinyan vince e porta l’Armenia verso l’Ue

Dopo la vittoria elettorale, il premier armeno rilancia la rotta europea: pace con Azerbaigian e Turchia, meno dipendenza dalla Russia e più legami con Bruxelles
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Nikol Pashinyan
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (Afp)

Nikol Pashinyan ha vinto le elezioni in Armenia e ha ottenuto dagli elettori il via libera per continuare la sua scommessa più difficile: portare il Paese più vicino all’Unione europea. È il tentativo di cambiare strada dopo una sconfitta che ha segnato profondamente il Paese: la perdita del Nagorno-Karabakh, un territorio del Caucaso meridionale abitato per decenni da una maggioranza armena ma riconosciuto dalla comunità internazionale come parte dell’Azerbaigian. Nel 2023 l’Azerbaigian ne ha ripreso il controllo e oltre centomila armeni sono fuggiti in Armenia.

Da quella ferita nasce la nuova strategia di Pashinyan: meno dipendenza da Mosca, pace con Azerbaigian e Turchia, più rapporti con Bruxelles e Washington. Quella direzione era già emersa a maggio, quando Yerevan era diventata una delle capitali della diplomazia europea: prima con il vertice della Comunità politica europea, poi con il primo summit bilaterale tra Bruxelles ed Yerevan. La vittoria di Pashinyan conferma quindi una scelta politica già in movimento: l’Armenia vuole guardare a ovest senza rompere di colpo con la Russia.

La ferita del Karabakh e l’idea di un’Armenia “reale”

L’Armenia è un Paese di circa tre milioni di abitanti, stretto tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. Per decenni ha avuto un rapporto molto stretto con la Russia, eredità del periodo sovietico e della necessità di sentirsi protetta in una regione difficile. Mosca mantiene ancora legami militari, economici ed energetici importanti con la capitale armena. Ma negli ultimi anni quel rapporto si è incrinato.

Pashinyan non è un volto nuovo. Governa l’Armenia dal 2018, quando arrivò al potere dopo la cosiddetta Rivoluzione di Velluto, una mobilitazione popolare contro il vecchio sistema politico. All’inizio non aveva la forza per mettere davvero in discussione il legame con Mosca. La svolta è arrivata dopo il trauma del Nagorno-Karabakh. Per gli armeni, quel territorio era molto più di una questione di confini: era un simbolo nazionale. Quando l’Azerbaigian lo ha riconquistato nel 2023, la Russia, alleata tradizionale dell’Armenia, non è intervenuta per impedirlo. Da quel momento molti armeni hanno iniziato a chiedersi se Mosca fosse ancora un protettore affidabile.

La campagna di Pashinyan si è costruita intorno a un’idea difficile da accettare per una parte del Paese: guardare avanti, anche dopo la sconfitta. Il suo slogan era “Armenia reale”. Significa prendere atto che il Nagorno-Karabakh non è più sotto controllo armeno e provare invece a costruire uno Stato più sicuro, più aperto e più prospero. La proposta è firmare una pace definitiva con l’Azerbaigian, normalizzare i rapporti con la Turchia e uscire dall’isolamento economico in cui il Paese è rimasto per anni.

La vittoria alle elezioni gli permette di continuare su questa strada. Il suo partito, Contratto Civile, ha ottenuto il 49,81% dei voti, nettamente davanti all’alleanza d’opposizione Armenia Forte, ferma al 23,29%. Il risultato consente a Pashinyan di rivendicare un mandato politico chiaro, anche se non gli consegna carta bianca. Per arrivare a un accordo definitivo con l’Azerbaigian potrebbe servire anche cambiare la Costituzione, togliendo i riferimenti al Nagorno-Karabakh. Sarebbe un passaggio molto delicato, perché toccherebbe una ferita ancora viva per molti armeni.

Il voto armeno diventa un test per Bruxelles

La vittoria di Pashinyan è stata accolta con una sequenza di messaggi che mostrano quanto il voto armeno sia stato letto oltre i confini del Caucaso. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si è congratulata con il premier ricordando che “lo spirito della Rivoluzione di Velluto” del 2018 “è vivo e vegeto”. La leader dell’esecutivo Ue ha parlato di una partnership con “un’Armenia democratica” che “si sta avvicinando sempre più all’Europa”, aggiungendo che il Paese “può contare” sull’Unione.

Anche Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, ha legato il risultato elettorale alla direzione internazionale scelta da Yerevan. “Il popolo armeno ha votato per un futuro basato su pace, stabilità e una cooperazione più forte con i suoi vicini e con il mondo”, ha detto, congratulandosi con Pashinyan. Il partenariato tra Bruxelles e Yerevan, ha aggiunto Costa, “è un investimento per un futuro più pacifico e prospero per l’intera regione”.

Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per la politica estera, ha dato la lettura più esplicita. Entrando alla riunione informale dei ministri della Difesa Ue a Cipro, ha affermato che “il popolo armeno, sebbene sia sotto forte pressione russa, ha comunque scelto di avere un futuro europeo”. Per Kallas, è “un’ottima cosa”. L’Ue, ha aggiunto, sta cercando di aiutare l’Armenia “il più possibile, anche sulle loro future riforme”.

Il messaggio più politico è arrivato però da Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino si è congratulato con l’Armenia per le “elezioni democratiche e libere” e con Pashinyan per la vittoria. Ha definito il risultato anche una vittoria “per la sovranità dell’Armenia, per la vostra indipendenza e per il vostro diritto a vivere come avete scelto”. Poi ha chiamato direttamente in causa Bruxelles: “L’Ucraina è pronta a espandere la sua cooperazione con l’Armenia ed è ora il momento che l’Unione europea sostenga Yerevan per davvero”. Per Zelensky, “è un test per l’Unione europea”, ed è importante “non sprecare tempo e opportunità”.

Quelle parole pesano perché arrivano dal leader di un Paese che ha fatto della scelta europea una questione di sopravvivenza nazionale e che ha già aperto il percorso formale dei negoziati con l’Ue. Applicate all’Armenia, indicano una questione molto concreta: se l’Europa vuole essere credibile nel Caucaso meridionale, deve dimostrare che la vicinanza a Bruxelles porta vantaggi reali e non solo solidarietà diplomatica.

Yerevan, Mosca e la prova dei fatti

La cornice diplomatica della vittoria di Pashinyan si era costruita già nelle settimane precedenti al voto. A maggio Yerevan ha ospitato il vertice della Comunità politica europea, la piattaforma che riunisce i Paesi dell’Ue e molti partner del continente. Per qualche giorno la capitale armena è diventata il luogo in cui discutere di sicurezza, Ucraina, autonomia strategica, Medio Oriente, connettività e ruolo dell’Europa oltre i propri confini.

Subito dopo è arrivato il primo summit bilaterale Ue-Armenia, con Pashinyan, Ursula von der Leyen e Antonio Costa. È stato un passaggio politico inedito: non l’apertura di negoziati di adesione, ma un salto di qualità nei rapporti tra Bruxelles e Yerevan. Al centro dei colloqui ci sono stati energia, trasporti, digitale, commercio, investimenti e resilienza. Sono i settori che possono dare contenuto pratico al riavvicinamento armeno, oltre le formule diplomatiche.

Il valore del dossier cresce anche per quello che accade intorno. In Georgia, un altro Paese del Caucaso meridionale, il percorso europeo si è inceppato dopo la deriva anti-democratica del governo e la legge sugli “agenti stranieri”. Per Bruxelles, quindi, l’Armenia diventa un interlocutore ancora più importante: non un Paese già pronto a entrare nell’Unione, ma un partner che prova a spostare il proprio baricentro politico verso ovest.

La Russia ha reagito prima ancora del voto. Mosca ha richiamato il suo ambasciatore per consultazioni, accusando Yerevan di avvicinarsi troppo all’Ue e di indebolire la cooperazione dentro l’Unione economica euroasiatica, l’organizzazione economica guidata dalla Russia di cui l’Armenia fa ancora parte. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha denunciato presunte violazioni democratiche nella fase pre-elettorale. Sono arrivate anche restrizioni su alcuni prodotti agricoli armeni, come patate, melanzane, frutta secca, pesce e acqua minerale.

Alla vigilia delle elezioni, von der Leyen ha parlato al telefono con Pashinyan e ha definito “inaccettabili” le restrizioni commerciali imposte da Mosca, accusando la Russia di usare le relazioni economiche come “arma” di pressione politica. L’Unione europea sta lavorando a misure commerciali autonome per facilitare l’export agricolo armeno verso il mercato europeo. È un dettaglio solo in apparenza tecnico: se la Russia limita l’accesso ai suoi mercati, Bruxelles prova ad aprire canali alternativi.

C’è poi il paragone con l’Ucraina, evocato da Vladimir Putin e dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Entrambi hanno avvertito l’Armenia del rischio di ripetere uno “scenario ucraino” se si allontana troppo dalla sfera russa. Per Yerevan è una minaccia pesante, ma anche la prova che il percorso di Pashinyan viene preso molto sul serio dal Cremlino.

Il premier armeno, però, non propone uno strappo immediato con Mosca. L’Armenia resta legata alla Russia per energia, commercio e sicurezza. La strategia è più graduale: ridurre la dipendenza dal Cremlino, senza provocare una rottura che il Paese potrebbe non essere in grado di sostenere.

La pace con Azerbaigian e Turchia resta il passaggio decisivo. Per Yerevan significherebbe aprire collegamenti commerciali ed energetici rimasti bloccati per anni. Significherebbe anche accettare compromessi dolorosi, soprattutto sul Nagorno-Karabakh. Per questo il cammino di Pashinyan è fragile: deve convincere gli armeni che la perdita subita può trasformarsi non in una resa, ma nell’inizio di una fase più stabile.

Il voto ha dato a Pashinyan la forza politica per continuare. Non gli ha tolto gli ostacoli. La Russia conserva leve economiche e simboliche, l’opposizione filorussa resta presente, la pace con l’Azerbaigian richiede scelte difficili e l’Ue deve ancora dimostrare di saper essere un partner concreto.

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