Metà dell’industria europea a rischio per la Cina: i Paesi Ue chiedono una risposta

Non solo merci low cost: la Cina minaccia la manifattura europea e al Consiglio europeo di giugno le capitali chiedono di sviluppare nuovi strumenti di difesa commerciale, mantenendo al contempo il dialogo con Pechino
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Foto aerea del terminal container del porto di Qingdao, nella città di Qingdao, provincia dello Shandong, Cina orientale
Foto aerea del terminal container del porto di Qingdao, nella città di Qingdao, provincia dello Shandong, Cina orientale (Ipa)

Oltre la metà dell’industria manifatturiera europea è a rischio per la concorrenza cinese. Non si tratta più solo di prodotti a basso costo, né di comparti marginali: secondo uno studio dell’Haut-commissariat à la Stratégie et au Plan, organismo consultivo del governo francese, fino al 55% della produzione manifatturiera dell’Unione potrebbe essere esposta, nel medio periodo, alla spinta industriale di Pechino. Per l’Italia la quota indicata arriva al 60%, per la Germania al 70%. Ecco perché i Ventisette, in apertura del Consiglio europeo del 18-19 giugno, hanno chiesto alla Commissione di valutare gli strumenti di difesa commerciale già a disposizione del blocco e di pensare a misure nuove e più incisive in funzione anti-cinese. Questo, mantenendo aperto il dialogo con Pechino.

“Squilibri macroeconomici globali”

Il Dragone insomma è stato uno dei temi al centro del vertice, pur senza essere mai nominato apertamente nelle conclusioni. Il testo approvato dai leader riprende la formula degli “squilibri macroeconomici globali”, usata da settimane nel dibattito europeo per non fare riferimenti diretti, che in sostanza rimanda al crescente squilibrio commerciale con Pechino e alla dipendenza del Vecchio Continente da alcune forniture strategiche cinesi.

Nel 2025 per la prima volta tutti i Paesi dell’Unione hanno registrato un deficit commerciale nei confronti della Cina, per un disavanzo complessivo che ha raggiunto la cifra record di 360 miliardi di euro: una cifra che evidenzia una disparità definita più volte “insostenibile” dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, non da ultimo in occasione del dibattito di orientamento sulle relazioni con Pechino tenutosi il 29 maggio scorso e dell’avvio dei lavori del G7 di Evian lunedì (16 giugno).

La capitali chiedono dunque di agire, per “garantire che l’Unione disponga di tutti gli strumenti necessari per difendere i propri interessi e ridurre i rischi delle proprie relazioni economiche nel contesto attuale”, ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo António Costa al termine del vertice.

Qualcuno ci va cauto

Il blocco in dispone già di strumenti per la difesa commerciale, come dazi antidumping, misure contro i sussidi sleali e controlli sugli investimenti diretti stranieri, e soprattutto il cosiddetto ‘bazooka’, lo strumento anti-coercizione messo a punto nel 2023. Ma non c’è un accordo generale sul loro uso. Alcuni Paesi temono infatti che una linea troppo dura possa esporre le proprie imprese a ritorsioni commerciali da parte di Pechino (che le ha già minacciate). Ma la consapevolezza dell’urgenza della questione sembra estendersi: la stessa Germania si sta spostando da posizioni più caute verso una maggiore assertività.

Dall’altro lato, a maggio una dichiarazione di Francia, Italia e Paesi Bassi, a cui si è aggiunta la Polonia ma da cui si è sfilata la Spagna dopo una prima adesione, ha chiesto alla Commissione un approccio più aggressivo.

‘De-risking’, non ‘decoupling’

Von der Leyen, nella dichiarazione al termine del Consiglio, ha ribadito l’insostenibilità dello squilibrio con la Cina, pari a 1 miliardo di dollari al giorno, rilanciando il tema del “de-risking”, cioè della riduzione delle dipendenze strategiche, più che del disaccoppiamento – reso impraticabile dalle numerose dipendenze -, e confermando gli sforzi per “proteggere il nostro mercato dalle pratiche sleali“.

“Le nostre discussioni hanno mostrato un chiaro sostegno al proseguimento del percorso di diversificazione” delle “fonti di approvvigionamento essenziali”, attraverso “nuovi strumenti”. “Dobbiamo evitare dipendenze che possano essere utilizzate come arma”, ha sottolineato.

Anche Costa ha sottolineato la necessità di “relazioni economiche basate su regole e reciprocità, perché una concorrenza leale richiede condizioni di parità”. L’Unione deve perciò dare “una risposta fondata su due pilastri: l’unità tra di noi e un dialogo rafforzato e costruttivo con i nostri principali partner economici“, tra cui appunto la Cina

Concorrenza sleale

Per gli autori del rapporto ‘The Chinese Steamroller: Quantifying the Systemic Threat to Europe’s Industrial Base’, pubblicato lo scorso febbraio, il problema è che la concorrenza cinese ha cambiato natura. Non riguarda più soltanto beni economici o produzioni a basso valore aggiunto, ma si estende sempre più ai settori tecnologicamente avanzati: auto elettriche, semiconduttori, batterie e componenti industriali. Inoltre, proseguono, Pechino sta ampliando una politica industriale aggressiva a quasi tutti gli strati della filiera produttiva: dalla chimica ai macchinari, dai componenti ai beni intermedi, fino ai settori più innovativi della manifattura. Questo significa che la concorrenza non colpisce solo il prodotto finale, ma l’intero ecosistema industriale europeo.

Un elemento decisivo riguarda poi i sussidi. Le imprese cinesi, sottolinea lo studio, beneficiano di ampie forme di sostegno pubblico non replicabili in Europa, che consentono di abbattere i costi finali, sostenere capacità produttiva in eccesso e competere sui mercati internazionali con prezzi che le imprese europee faticano a reggere. È questa combinazione tra scala produttiva, sostegno statale, controllo delle filiere e avanzamento tecnologico a rendere la sfida cinese strutturale.