Nel tardo pomeriggio di un venerdì sera di fine aprile, lontano dai riflettori, Stati Uniti e Unione europea hanno siglato un memorandum d’intesa e un piano d’azione congiunto sui minerali critici: il sedicesimo strumento bilaterale di questo tipo per l’Ue, il primo con gli Usa di Donald Trump. Il memorandum, firmato dal commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic e dal segretario di Stato Usa Marco Rubio, è volutamente snello (conta solo quattro pagine) e intenzionalmente vago, ma la direzione di marcia è chiara: Bruxelles e Washington vogliono fare fronte comune contro lo strapotere cinese su queste filiere essenziali.
Cooperazione ripensata
“Ci sono molte ragioni per essere ottimisti”, spiega a Eurofocus Eduardo Castellet Nogués, esperto di geoeconomia e autore della newsletter Critical Supply, pur non nascondendo di avere “alcune riserve”. Nell’ultimo anno e mezzo Ue e Usa “si sono scontrati su quasi tutto: politica estera, economia, praticamente in ogni ambito. I minerali critici sono uno dei rari casi in cui gli interessi strategici coincidono pienamente“.
È positiva anche la vaghezza dei documenti, dato che il dossier era “finito in secondo piano” all’epoca in cui gli Usa di Joe Biden e l’Ue parlavano di materiali critici all’interno del Consiglio commercio e tecnologia (Ttc), il forum semipermanente in cui si discuteva anche di intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie verdi, telecomunicazioni: il riflesso di un rapporto transatlantico più espansivo ed entusiasta, ma non necessariamente pragmatico, vista l’assenza di risultati concreti. Sotto Trump l’ambito di cooperazione è molto più ristretto e definito, perché ora il Dipartimento di Stato “ha stabilito che i minerali critici sono la priorità assoluta in materia di sicurezza economica“.
A differenza del Ttc, il nuovo memorandum non prevede nemmeno cooperazioni in Paesi terzi, evidenzia l’esperto. “Ci sono invece tre cose concrete: riunioni regolari, screening condiviso degli investimenti di potenze ostili nelle miniere europee e americane, e la cooperazione sul price floor“, ossia la soglia di prezzo minimo. Se si limitassero a fare solo questo, “sarebbe già un successo. È la lezione appresa dal Ttc: meglio raggiungere il 30% degli obiettivi che mirare al 100% e non partire nemmeno”.
La riserva principale è che l’accordo non è vincolante, a differenza di quelli paralleli tra Usa e Giappone e Usa e Corea del Sud. “Parlando con funzionari dell’Ue ho scoperto che è stata la Commissione a volerlo, perché non era sicura di riuscire a farlo passare in Consiglio e al Parlamento”, spiega Castellet Nogués. Un accordo commerciale formale avrebbe richiesto un voto a maggioranza qualificata e un mandato preventivo per negoziare, concesso ai tempi di Biden per un negoziato mai andato in porto: “Colpa di entrambe le parti, in realtà”. Questa volta non c’è nemmeno un mandato, ma si è scelto di fare il massimo possibile a livello politico: il risultato è un accordo più agile, meno strutturato ma più aggressivo nei contenuti.
La dimensione della minaccia
La necessità di cooperare, tanto forte da superare anche l’istinto isolazionista di Trump, deriva dalla presa ferrea di Pechino sull’export di minerali critici e dalla sua volontà di utilizzarla come clava per portare avanti i propri interessi. L’Ue importa circa il 98% delle terre rare dalla Cina, mentre per i minerali critici in senso più ampio — litio, cobalto, manganese, grafite — la Cina controlla circa il 60% del fabbisogno europeo, ma fino al 75% della capacità mondiale di raffinazione.
Si tratta di materie fondamentali per industrie che vanno dall’automotive all’aerospazio, dalla difesa alle tecnologie verdi, passando per i comparti energia e connettività. I numeri raccontano una vulnerabilità strutturale costruita in decenni di miopia industriale, miniere chiuse in nome delle importazioni a prezzi stracciati, catene di approvvigionamento ottimizzate per il costo e non per la resilienza. E Pechino ha imparato a usare quella dipendenza come leva, come nel 2025, quando ha tagliato le esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti in risposta ai dazi imposti da Trump. Anche l’Europa ne è rimasta coinvolta, travolta da una crisi che non aveva provocato e che ha portato certe aziende a fermare le attività per mancanza di materie prime.
“Tutti nei think tank hanno commentato la stessa cosa: ne scriviamo da venticinque anni”, racconta l’analista spagnolo. “Avevamo previsto esattamente questo scenario, in ogni dettaglio. Come ci si poteva sorprendere?“. La risposta: l’inazione è più comoda e più elettoralmente conveniente dell’azione, soprattutto quando i suoi costi sono immediati e i benefici sono lontani. Per anni, diversificare le catene di approvvigionamento dei minerali critici è stato considerato troppo costoso, complicato, inquinante, impopolare. L’alternativa, continuare a comprare dalla Cina, era economicamente conveniente e politicamente invisibile.
Uno scudo geoeconomico
Il momento di svolta, almeno sulla carta, è arrivato a febbraio, quando a Washington si sono riuniti 50 Paesi con la stessa preoccupazione. A seguire, il nuovo accordo Ue-Usa, che copre l’intera filiera: esplorazione, estrazione, raffinazione, riciclo, standard comuni, costruzione di riserve e meccanismi di risposta rapida in caso di crisi di approvvigionamento. Sulla falsariga dell’accordo con il Giappone, terzo potente membro di un potenziale “triangolo” difensivo, il patto prevede anche condivisione di intelligence, riunioni semestrali a livello tecnico e, soprattutto, l’apertura di indagini per implementare soglie di prezzo.
È il price floor l’elemento cruciale, spiega Castellet Nogués, sottolineando che l’Ue non ha strumenti politici unilaterali come la Section 232 (Trade Expansion Act, 1962) che consente agli Usa di imporre dazi sulle importazioni invocando ragioni di sicurezza nazionale. Quindi il fatto che Bruxelles abbia accettato di inserire un meccanismo del genere nel documento “è significativo: uno scenario in cui Usa, Giappone e Ue creano uno scudo comune, con un dazio comune, contro le terre rare cinesi, diventa concretamente possibile“. Il potere di Pechino risiede nel poter tagliare l’accesso alle materie o manipolare i prezzi in qualsiasi momento: un price floor renderebbe irrilevante il dumping cinese, perché qualunque prodotto sotto soglia pagherebbe un dazio compensativo all’ingresso nei mercati occidentali.

Il nodo del Sud Globale
Il piano non è privo di rischi, e su tutti svetta quello di inimicarsi gli stessi Paesi che il gruppo d’acquisto occidentale vorrebbe attrarre come nuovi fornitori: anche loro potrebbero incorrere nei dazi correttivi, finendo per essere penalizzati da uno strumento pensato per colpire Pechino ma che si applicherebbe a chiunque venda sotto soglia. Al vertice di febbraio a Washington erano presenti i ministri degli esteri di Zambia e Repubblica Democratica del Congo, e non erano contenti del price floor, racconta l’esperto, che lo riconosce come un punto critico.
“Si tratta di uno strumento difensivo per proteggere l’industria estrattiva europea dalla concorrenza cinese, non una misura di sicurezza nazionale. La priorità strategica è garantire accesso affidabile ai minerali critici da nuove fonti e non tagliarle fuori”, sottolinea l’analista. Al vertice di febbraio erano presenti i ministri di Zambia e Repubblica Democratica del Congo (“un segnale positivo”), ma “non erano contenti del price floor. E si capisce”.
Una soluzione di compromesso può essere esentare i progetti finanziati dalla Development Finance Corporation americana e il Global Gateway dell’Ue, o prevedere eccezioni per le nazioni in via di sviluppo. In questo caso si porrebbe il rischio del “whack-a-mole” che ricorda i controlli Usa alle esportazioni di chip verso Huawei: si mette al bando una società e ne compare un’altra, teoricamente indipendente, che acquista il prodotto e funge da intermediaria. In questo caso Pechino potrebbe semplicemente acquistare quote in società africane e vendere ugualmente i propri materiali. “Quando si adotta un modello di politica industriale statalista, le imperfezioni sono inevitabili: queste sono misure correttive, non soluzioni perfette. Ma non fare nulla è la scelta peggiore“, avverte Castellet Nogués.
La corsa in Africa

Una delle partite più importanti sul versante dei nuovi fornitori si sta giocando nell’Africa centrale, lungo il Corridoio di Lobito — una linea ferroviaria che collega i distretti minerari di Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Angola all’omonimo porto atlantico — che, come racconta l’esperto, era destinato a finire sotto controllo cinese. “Una compagnia statale aveva già presentato un’offerta per prendere il controllo della ferrovia. Ue e Usa si sono resi conto che se avessero partecipato alla gara come governi, la Cina li avrebbe semplicemente superati alzando offerta. Hanno quindi convinto un consorzio di aziende private a presentare un’offerta al loro posto, impegnandosi a finanziarla“.
Il consorzio che ne è nato, guidato da Trafigura e Mota-Engil, è un raro esempio di successo occidentale in un continente dominato dalla presenza economica cinese. “Da quando il progetto è ripartito, la capacità di esportazione e di trasporto merci raddoppia ogni anno”, evidenzia l’analista. Ma non si tratta solo di trasportare minerali a Lobito per spedirli via nave: il progetto include l’approfondimento del porto stesso per navi commerciali più grandi, la costruzione di capacità di stoccaggio a freddo per le esportazioni agricole dei Paesi africani, e l’installazione di torri 5G lungo gli 800 chilometri di tracciato in fase di riqualificazione.
Da parte loro, i Paesi africani coinvolti hanno chiesto di poter raffinare i minerali in loco — la parte a più alto valore aggiunto della supply chain — ed esportare anche i propri prodotti agricoli locali. Condizioni che Ue e Usa hanno accettato, scegliendo di condividere tecnologie di raffinazione per costruire impianti nei Paesi d’origine e aprendo i propri mercati alle produzioni agricole locali. Condizioni che la Cina, che punta a conservare il proprio monopolio sui minerali raffinati ed è alle prese con una domanda interna anemica, non avrebbe mai accettato. Quello che l’Occidente può offrire non sono più soldi, argomenta l’esperto, ma due elementi cruciali: “condizioni migliori di investimenti e l’accesso ai nostri mercati, che sono i più ricchi al mondo”.
Coesistere e competere
Pechino finanzia un progetto rivale al Corridoio di Lobito, la Ferrovia Tazara (dall’entroterra dello Zambia al porto di Dar es Salaam in Tanzania) che mira a portare i materiali verso Oriente. “Siamo in una corsa. Ma ne beneficiano soprattutto i Paesi africani, che si trovano per la prima volta con due offerte competitive sul tavolo. Per loro è un vantaggio”, sintetizza Castellet Nogués, avvertendo che l’obiettivo dell’Occidente non deve essere quello di cacciare la Cina dall’Africa: “è impossibile e controproducente”, anche solo perché nessun Paese africano vuole scegliere tra i due.
Le imprese statali cinesi hanno già partecipazioni in molte miniere del Corridoio del Rame tra Congo e Zambia: “dobbiamo accettarlo”. E nessun Paese in via di sviluppo può rifiutare miliardi di yuan in investimenti a cuor leggero, né cacciare gli investitori cinesi per accontentare gli occidentali. “L’obiettivo non è l’esclusione totale, è la diversificazione. Una partecipazione cinese del 10% in una miniera è accettabile. Del 50% è un problema, perché può influenzare i prezzi. Ma pretendere zero presenza cinese in Africa è una fantasia“.
Le crepe europee
Non mancano sfide anche all’interno della stessa Unione europea: del resto l’accordo con gli Usa non è vincolante anche perché non tutte le capitali europee sono convinte. Con il cambio di governo a Budapest, l’Ungheria ha smesso di essere il principale vettore dell’influenza cinese nel Consiglio europeo, ma Paesi come la Spagna rimangono aperti a legami più profondi con la Cina — da un lato il potenziale aumento della sua influenza, dall’altro l’espansione della superficie d’attacco.
I segnali si accumulano, rileva l’esperto. Il gigante dell’automotive Byd ha aperto uno stabilimento produttivo in Aragona, una delle regioni più economicamente depresse della Spagna, e ha vinto il bando per fornire il 100% degli autobus pubblici del Paese. Il Ministero della Difesa ha sfiorato un accordo di telecomunicazioni con Huawei, prima di fare marcia indietro. “Con il premier Pedro Sanchez ci sono accordi politici espliciti e visite costanti a Pechino, e i voti al Consiglio dell’Ue — ufficialmente segreti, ma il segreto peggio custodito di Bruxelles — lo confermano”.
Detto questo, essere alleati degli Usa “oggi è politicamente più costoso di cinque anni fa. Ma le alleanze non devono essere sentimentali: se è nell’interesse strategico dell’Ue diversificare la base di approvvigionamento di minerali critici lontano dalla Cina, dobbiamo farlo indipendentemente dallo stato delle relazioni transatlantiche. E Bruxelles lo sa già: il Global Gateway, il Corridoio di Lobito, il Regolamento sulle materie prime critiche vanno tutti in questa direzione”, riflette Castellet Nogués. In più il tema è poco mediatico: i leader nazionali non finiranno sotto i riflettori per aver sostenuto un patto sulle materie prime, e questo “lo rende politicamente meno costoso di quanto si pensi”.
Per l’esperto il problema più profondo è culturale, e la Spagna fa scuola: secondo un sondaggio dell’Istituto Elcano, nel 2026 per la prima volta i cittadini vedono la Cina più positivamente degli Stati Uniti. L’analista sottolinea che Sanchez “ha costruito efficacemente la narrativa degli investimenti cinesi come un’opportunità. Ma se si guarda a cosa è rimasto negli altri Paesi europei in cui la Cina ha investito negli ultimi dodici anni, il modello è chiaramente estrattivo“. Per non parlare della dura lezione impartita alla Lituania nel 2023, con un embargo commerciale de facto imposto da Pechino per l’apertura di un ufficio di rappresentanza di Taiwan: Paesi più piccoli come l’Estonia “sanno che potrebbero essere i prossimi”.
Il nodo del capitale
Come può l’Ue presentarsi come partner alla pari in questo blocco sui minerali critici, visto il profondo divario tra le capacità di finanziamento europee e quelle statunitensi? La domanda “non viene posta abbastanza a Bruxelles”, risponde l’esperto, sottolineando che il problema “non è che l’Europa non abbia capitali — ne ha quanto gli Usa, circa 340-350 miliardi di euro equivalenti in risparmi e investimenti — ma che restano intrappolati entro i confini nazionali“. In un ambito in cui servono vaste quantità di denaro per portare avanti dei progetti, una banca tedesca non può facilmente investire in una società di terre rare in Svezia o in una raffineria in Polonia.
Per Castellet Nogués la soluzione passa dall’integrazione del mercato unico europeo, in particolare attraverso il “28° regime“ (un quadro giuridico uniforme per le imprese), al fine di appianare le differenze di regole tra Paesi. “Il focus è principalmente sulla crescita delle start-up tecnologiche, ma è nella sua applicazione ai minerali critici che avrebbe il maggiore impatto”. In più un eventuale regime speciale europeo che riconosca l’ambito come prioritario sarebbe “molto attraente” per le imprese, specie dove associazioni ambientaliste possono “bloccare la produzione in qualsiasi momento”. L’esempio principe è il piano della società statale norvegese Rare Earths Norway di sfruttare il giacimento di Fensfeltet, il più grande deposito di terre rare d’Europa, attualmente fermo “per proteggere un coleottero raro”.
In parallelo, il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali e l’Unione del risparmio e degli investimenti libererebbe la capacità finanziaria necessaria per progetti così costosi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto di voler completare il progetto entro il 2027: “lo abbiamo già sentito in passato, ma questa volta ci ha investito un capitale politico significativo”, rileva l’analista.
Infine, c’è da abbattere il muro della percezione pubblica, per cui una miniera è un gigantesco buco nel terreno che esala vapori tossici, devasta il paesaggio e altera l’ecosistema. Ma in Europa non è più così, sottolinea l’analista: “una miniera moderna è un’operazione ad alta tecnologia, con ottimi salari, standard di sicurezza elevatissimi, e consumi enormi di acqua ed elettricità”. La stessa miniera di Fensfeltet, interamente sotterranea, non avrebbe avuto alcun tipo di impatto sul paesaggio e avrebbe dovuto rispettare gli stringenti requisiti europei in materia di smaltimento e protezione ambientale.
Se Pechino reagisce, “è un buon segno”
La Cina non ha commentato i nuovi accordi che mirano a limitarla, anche in vista dell’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump e l’urgenza di non creare turbolenze. Ma se l’accordo dovesse produrre risultati concreti, l’esperto si aspetta una risposta. Se i partner occidentali inizieranno davvero a fare screening condivisi sugli investimenti stranieri, condividere intelligence e costruire il price floor, “mi aspetto una reazione cinese eccessiva. Forse un altro divieto di esportazione di terre rare, come l’anno scorso”.
Il paradosso è che una mossa del genere rafforzerebbe la coesione occidentale, dimostrando in modo inconfutabile che la Cina è disposta a usare le proprie catene di approvvigionamento come arma politica, prosegue l’analista. “In diplomazia Pechino è il peggior nemico di sé stessa. I suoi diplomatici sono abili, preparati, determinati. Ma il loro approccio è così coercitivo, così fondato sulla forza e sull’intimidazione, che spesso ottiene esattamente l’effetto contrario a quello desiderato”. Fa scuola il caso della Lituania, in seguito al quale l’Ue ha risposto creando lo strumento anti-coercizione.
Una tattica migliore per la Cina potrebbe essere quella di staccare silenziosamente i singoli Paesi europei dal fronte comune con gli Usa, uno per uno, con investimenti mirati, promesse economiche, visite di Stato nel momento giusto. “Tre giorni prima del voto europeo sui dazi sulle auto elettriche, Sanchez fu invitato a Pechino: il voto passò lo stesso, ma il messaggio era chiaro”, ricorda Castellet Nogués. Ma la storia recente insegna che raramente i diplomatici cinesi usano questa tattica con sistematicità e pazienza. “Ed è per questo che la reazione di Pechino sarà il vero metro di successo dell’accordo. Se reagiscono in modo eccessivo, significa che funziona. Se non reagiscono, significa che non ha ancora abbastanza peso da preoccuparli”.
La metà che basta
L’immagine più ambiziosa che circola nei corridoi di Bruxelles e Washington è quella di un'”Opec dei minerali critici”: Paesi come Usa, Canada, Giappone uniti nel fissare prezzi comuni, coordinare e condividere riserve strategiche, rispondere in modo coordinato a qualsiasi tentativo cinese di manipolare il mercato. “La maggior parte di noi riconosce che è molto improbabile. Ma anche solo arrivare al 50% di quella cooperazione sarebbe un successo enorme rispetto allo status quo attuale”, evidenzia l’esperto.
I prossimi appuntamenti concreti sono già definiti nei contorni: la prima riunione semestrale tra i tecnici delle due sponde dell’Atlantico dovrebbe tenersi entro settembre, e potrebbe essere trilaterale, con il Ministero dell’Economia giapponese al tavolo con il Dipartimento di Stato Usa e la Direzione generale del Commercio (Dg Trade) della Commissione europea. Non ci sono date ufficiali — intenzionalmente, come nota Castellet Nogués. “Senza metriche di successo, non ci sono nemmeno metriche di fallimento. È un modo per comprare tempo politico”.
Il parallelo storico che fa da sfondo al discorso è la fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1951, basata sulle materie prime più strategiche del tempo attorno a cui si costruì prima un mercato comune, poi un sistema di governance condivisa, poi un progetto politico: l’attuale Ue. “Forse la prossima tappa per proteggere quel progetto è fare lo stesso con i minerali critici“, argomenta l’autore di Critical Supply. Non necessariamente con la stessa architettura istituzionale, non necessariamente con lo stesso percorso. Ma con la stessa consapevolezza che alcune risorse sono troppo strategiche per essere lasciate al mercato e ai capricci di un fornitore unico.

