Referendum in Islanda, cosa c’è in gioco nella riapertura dei negoziati con l’Ue

Cosa voteranno gli islandesi il 29 agosto e quali sono i nodi dei negoziati con l’Ue: mercato unico, pesca, agricoltura e sicurezza
3 ore fa
6 minuti di lettura
Reykjavik islanda
Reykjavik, capitale dell'Islanda (Canva)

L’Islanda ha cominciato a votare sul proprio rapporto con l’Unione europea. Dal 27 luglio sono aperte le urne per il voto anticipato, mentre il referendum nazionale si terrà il 29 agosto. Gli islandesi non voteranno ancora sull’ingresso nell’Unione europea, ma sulla possibilità di riaprire i negoziati di adesione, fermi dal 2013.

Un eventuale “” non trasformerebbe immediatamente il Paese nel ventottesimo Stato membro. Autorizzerebbe il governo a tornare al tavolo con Bruxelles. Soltanto dopo la definizione delle condizioni di ingresso gli islandesi sarebbero chiamati a votare una seconda volta, questa volta sull’adesione vera e propria. Un “no”, invece, chiuderebbe il tentativo di riaprire il dossier europeo.

Il passaggio in due tempi permette anche agli elettori più incerti di distinguere tra due decisioni diverse: conoscere l’accordo che l’Islanda potrebbe ottenere e accettarlo. È il punto sul quale ha insistito il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot durante la visita a Reykjavik: avviare una trattativa, ha sostenuto, non obbliga il Paese a entrare nell’Ue.

L’opinione pubblica resta divisa. Un sondaggio Gallup di fine giugno, citato da Adnkronos, assegnava il 52% ai favorevoli alla riapertura dei colloqui e il 48% ai contrari. Una distanza troppo ridotta per considerare scontato l’esito, soprattutto perché nel dibattito si sovrappongono almeno quattro questioni: sovranità, pesca, costo della vita e sicurezza.

Il referendum arriva in un’Islanda diversa da quella che presentò domanda di adesione nel 2009. Allora il motore era la crisi: il collasso del sistema bancario aveva travolto la corona islandese e messo in discussione la capacità di un piccolo Stato di assorbire da solo uno shock finanziario di quelle dimensioni. Oggi l’impulso è soprattutto strategico. La guerra in Ucraina, le minacce ibride, la competizione nell’Artico e i dubbi sull’affidabilità futura degli Stati Uniti hanno modificato il significato politico dell’Unione.

Nel mercato unico, ma senza voto nelle istituzioni europee

L’Islanda è già dentro gran parte dello spazio europeo, ma resta fuori dalle istituzioni dell’Unione. Attraverso lo Spazio economico europeo, l’Islanda partecipa al mercato unico insieme alla Norvegia e al Liechtenstein. Applica le regole europee sulla libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, oltre a una parte consistente della legislazione relativa a concorrenza, aiuti di Stato, appalti pubblici, ambiente e tutela dei consumatori. Fa parte di Schengen, partecipa a programmi e agenzie europee e aderisce al sistema di Dublino in materia di asilo.

Sul piano economico, Bruxelles è già il riferimento principale. Nel 2025 l’Unione ha rappresentato il 53,6% dell’intero commercio islandese di beni e ha assorbito il 66,5% delle esportazioni. Il 45,1% delle merci importate dall’Islanda proveniva dal mercato europeo.

La scelta del 29 agosto non oppone quindi l’Europa all’isolamento. Mette a confronto due forme di integrazione. La prima è quella attuale: accesso al mercato, adozione di molte norme e partecipazione a diversi programmi, ma senza commissario europeo, deputati al Parlamento di Strasburgo o voto nel Consiglio dell’Ue. Reykjavik può intervenire nella fase preparatoria di alcune decisioni, ma non partecipa formalmente al momento politico in cui le regole vengono approvate.

La seconda forma sarebbe l’adesione piena, con un posto nelle istituzioni e un’influenza diretta sulle decisioni, ma anche con l’estensione dell’integrazione ai settori rimasti finora fuori dallo Spazio economico europeo. Proprio lì si trovano gli ostacoli maggiori.

L’Islanda aveva già percorso buona parte della strada. La domanda di adesione fu presentata nel luglio 2009 e i negoziati iniziarono nel 2010. Quando il processo venne fermato, 27 dei 35 capitoli negoziali erano stati aperti e 11 chiusi in via provvisoria. Nel 2015 il governo chiese formalmente all’Ue di non considerare più il Paese come candidato.

I capitoli più sensibili erano rimasti sostanzialmente intatti. L’agricoltura non era stata aperta; sulla pesca, il confronto non era neppure arrivato alla fase negoziale vera e propria.

Una ripresa dei colloqui non partirebbe dunque da zero, ma non potrebbe neppure limitarsi a riaprire i fascicoli già risolti. Nel frattempo sono cambiate le normative europee, gli equilibri politici e la stessa Unione. Ogni vecchia chiusura provvisoria dovrebbe essere verificata alla luce dell’attuale acquis comunitario.

Perché pesca e agricoltura bloccano il confronto

Per l’Islanda la pesca non è un settore economico come gli altri. È reddito, occupazione, controllo delle risorse naturali e identità nazionale. Nel 2025 i prodotti marini hanno rappresentato il 38,9% del valore complessivo delle esportazioni di beni islandesi. La gestione delle quote, l’accesso alle acque territoriali e il controllo degli stock ittici incidono quindi su una parte decisiva della bilancia commerciale.

L’adesione estenderebbe all’Islanda il quadro della politica comune della pesca. Reykjavik dovrebbe negoziare il proprio peso nelle decisioni europee, le modalità di gestione delle risorse e le condizioni di accesso alle acque. Per un Paese che ha costruito la propria prosperità anche attraverso il controllo di un’ampia zona economica esclusiva, il punto riguarda direttamente la sovranità.

La ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha promesso una posizione dura. L’obiettivo dichiarato è ottenere un accordo capace di proteggere pesca e agricoltura, definite questioni strettamente connesse all’identità nazionale. Bruxelles, da parte sua, ha già mostrato una certa disponibilità a discutere soluzioni flessibili, pur senza poter anticipare quale compromesso sarebbe accettabile per tutti gli Stati membri.

Il negoziato partirebbe da una collaborazione già intensa. Nell’aprile 2026 Unione e Islanda hanno rafforzato il dialogo su conservazione degli stock, governance degli oceani, ricerca scientifica e transizione energetica della flotta. Il quadro si basa su un memorandum firmato nel 2025 e su una cooperazione bilaterale nel settore ittico attiva dal 1993. Collaborare sulla sostenibilità marina, tuttavia, è diverso dal condividere la politica delle quote. È su questa distanza che si misurerà la possibilità di un’intesa.

Anche l’agricoltura, pur occupando uno spazio economico più piccolo della pesca, conserva un forte valore politico. Le condizioni climatiche, la distanza dai mercati e la protezione della produzione nazionale hanno portato l’Islanda a sviluppare un sistema diverso dalla politica agricola comune. Pesca e agricoltura sono escluse dal cuore dell’accordo sullo Spazio economico europeo e gli scambi sono regolati attraverso intese specifiche.

Per gli oppositori, l’attuale assetto offre il meglio dei due mondi: accesso al mercato unico senza cedere il controllo sui settori strategici. Per i favorevoli, invece, il prezzo è l’assenza dai luoghi nei quali vengono definite molte delle norme che l’Islanda deve comunque applicare.

Il referendum non risolverà questa contrapposizione. Permetterà di scoprire se esiste un accordo capace di superarla.

Un Paese senza esercito nel nuovo fronte artico

Nel 2009 l’Europa appariva prima di tutto come un’ancora economica. Nel 2026 viene presentata anche come uno spazio di protezione politica.

L’Islanda è uno dei membri fondatori della Nato, ma è l’unico Paese dell’Alleanza a non possedere forze armate. Dispone della Guardia costiera, di sistemi di sorveglianza e di infrastrutture utilizzate dagli alleati. La difesa si basa sulla Nato e sull’accordo bilaterale firmato con gli Stati Uniti nel 1951. La presenza militare statunitense permanente a Keflavík è terminata nel 2006, mentre continuano le missioni periodiche di polizia aerea e il supporto islandese alle operazioni alleate.

La geografia rende l’isola molto più importante delle sue dimensioni. Situata tra Europa e Nord America, l’Islanda controlla uno snodo essenziale delle rotte del Nord Atlantico. Keflavík ospita sistemi di sorveglianza e strutture utilizzate nelle esercitazioni contro la minaccia sottomarina. Con lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento dell’attività economica e militare nell’Alto Nord, quella posizione acquista ulteriore valore.

L’Ue non sostituirebbe la Nato né l’accordo con Washington. La difesa collettiva continuerebbe a dipendere in primo luogo dall’Alleanza atlantica. L’adesione aggiungerebbe però un livello di integrazione politica, economica e tecnologica: protezione delle infrastrutture critiche, cybersicurezza, contrasto alla disinformazione, sanzioni e coordinamento sulla sicurezza energetica.

Reykjavik già allinea buona parte della propria politica estera a quella europea e applica il sistema di sanzioni dell’Ue. Il salto sarebbe passare dal coordinamento alla partecipazione piena alle decisioni.

È in questo contesto che le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno assunto un significato particolare. Per l’Islanda non sono state soltanto una controversia tra Washington e Copenaghen. Hanno toccato direttamente l’equilibrio dell’Artico e la fiducia dei piccoli Paesi nordici nella prevedibilità dell’alleato americano. La ministra Gunnarsdóttir ha collegato l’accelerazione del referendum anche alla risposta europea in difesa della Danimarca e della Groenlandia.

L’Ue diventa così una possibile assicurazione strategica, senza essere un’assicurazione militare alternativa alla Nato. La differenza è sostanziale: l’Islanda continuerebbe ad affidare la propria difesa territoriale all’Alleanza, ma entrerebbe nel blocco politico che definisce una parte crescente delle risposte europee alle pressioni economiche e ibride.

Il 29 agosto gli islandesi non voteranno soltanto sulla riapertura di una vecchia pratica. Decideranno se il modello costruito negli ultimi trent’anni sia ancora sufficiente.

Nel 2009 la domanda era se l’Unione potesse proteggere l’Islanda da una crisi economica. Nel 2026 è diventata più ampia: quanto può permettersi di restare ai margini delle decisioni europee un piccolo Stato senza esercito, collocato in una delle aree più strategiche e contese del continente?

Il referendum non darà ancora una risposta sull’adesione. Stabilirà, però, se Reykjavik debba almeno tornare al tavolo per scoprire quali condizioni l’Europa è disposta a offrire e quale prezzo l’Islanda è pronta a pagare per avere finalmente voce nelle regole che già applica.

Gli ultimi articoli