Dai chip alle auto elettriche: la Cina sopravvive vendendoci le cose?

Pil a terra, export alle stelle: il paradosso del Dragone tra crisi interna e boom globale
1 giorno fa
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Prodotto cina canva

Le fabbriche cinesi inondano i mercati mondiali. I porti di Pechino registrano ritmi frenetici. La seconda economia del pianeta spedisce all’estero una massa di prodotti senza precedenti. Questo boom nasconde però una profonda crisi domestica. I centri commerciali si svuotano e le famiglie preferiscono risparmiare. Il Dragone ha smesso di consumare, ma non ha mai smesso di produrre. Ma dove finisce la sua merce?

Pil a terra, export alle stelle

I dati ufficiali dell’economia cinese descrivono un Paese a due velocità. Nel secondo trimestre del 2026, il Prodotto Interno Lordo (Pil) cinese è cresciuto solo del 4,3%, scendendo sotto l’obiettivo governativo fissato al 4,5-5%. Si tratta del ritmo di crescita più lento dal 1991, se si esclude il periodo della pandemia. Eppure, le esportazioni di giugno hanno sorpreso ogni previsione: un balzo del 27% su base annua, per un valore totale di 412,39 miliardi di dollari. Gli analisti prevedevano una crescita molto più contenuta, stimata intorno al 18,5%.

Questa spaccatura nasce da una domanda interna asfittica. La popolazione cala, la crisi immobiliare persiste e la guerra tra Stati Uniti e Iran ha fatto impennare i costi energetici. Prima del conflitto, Pechino acquistava l’80% del petrolio iraniano; oggi il blocco dello Stretto di Hormuz ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini, spingendoli al risparmio forzato secondo il motto “risparmia dove puoi, spendi dove devi”.

L’Unione europea nel mirino: chip, batterie e “cavalli di Troia”

Dove finisce questa marea di merci? Una fetta enorme arriva nei porti europei. Le spedizioni cinesi verso l’Unione europea sono aumentate del 18,5% a giugno. Non compriamo più solo abiti o giocattoli; oggi la Cina ci vende il cuore della tecnologia moderna. Uno dei “prodotti” più gettonati Made in China e diretti in Europa è rappresentato dai componenti dell’Intelligenza artificiale: il boom mondiale di questo mercato ha scatenato una fame insaziabile di semiconduttori e chip per data center, settori in cui la Cina domina l’offerta. Per non parlare dei veicoli elettrici: i produttori cinesi hanno raddoppiato la loro quota di mercato nell’Ue, offrendo prezzi che la concorrenza fatica a pareggiare.

Per superare i dazi di Bruxelles, molte aziende cinesi stanno inoltre spostando la produzione direttamente sul suolo europeo, agendo come un moderno “cavallo di Troia” industriale per bypassare le barriere normative.

Bruxelles osserva con allarme il crescente deficit commerciale. Una delegazione del Parlamento europeo, infatti, volerà a Pechino e Shanghai tra il 21 e il 23 luglio 2026 proprio per discutere di governance dell’Ai e squilibri economici. “Le discussioni si concentreranno sulla relazione in continua evoluzione e dalle molteplici sfaccettature tra Ue e Cina, con particolare attenzione alle questioni di importanza strategica per l’Ue, tra cui le implicazioni geopolitiche dei crescenti squilibri economici, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, la situazione dei diritti umani in Cina e la pace e la stabilità nell’Indo-Pacifico. La delegazione, guidata dal presidente della commissione Affari esteri David McAllister, si confronterà anche su aree di interesse comune, tra cui il multilateralismo, la salute pubblica internazionale e la diplomazia climatica”, si legge in una nota.

Stati Uniti: la corsa contro il tempo

Ma non solo Europa. Negli Stati Uniti, le esportazioni cinesi sono cresciute del 13,9%. Questo dato è influenzato da un forte tariff rush: gli importatori americani hanno accelerato gli ordini per accumulare scorte prima del 24 luglio, data in cui scadranno le esenzioni sui dazi della “Section 301” promossi dall’amministrazione Trump. A differenza dell’Europa, l’economia statunitense resta dinamica con una crescita superiore al 2,0%, mentre l’area euro ha registrato una flessione del 0,2% nel primo trimestre del 2026, soffrendo maggiormente gli choc energetici causati dal conflitto in Medio Oriente.

Il caso Italia: export in controtendenza

In questo scenario, l’Italia rappresenta un’anomalia interessante. Mentre l’Eurozona arranca, il Pil italiano è cresciuto dello 0,3% nei primi mesi dell’anno. Sorprendentemente, le nostre esportazioni verso la Cina sono balzate del 18,9% tra gennaio e maggio 2026, trainate da metalli, farmaceutica e raffinati. Tuttavia, le imprese manifatturiere nazionali avvertono i primi segnali di pericolo: i costi variabili crescono più dei prezzi di vendita, riducendo pericolosamente i margini di profitto.

Quale futuro per la Cina?

La strategia della Cina è chiara: compensare la paralisi del proprio mercato interno inondando il mondo con chip e auto elettriche. Ma è un successo fragile. La dipendenza totale dalle esportazioni espone Pechino a ritorsioni normative e barriere protezionistiche. Se l’Occidente dovesse chiudere i rubinetti commerciale, il Dragone si ritroverebbe con magazzini colmi di merci che i suoi stessi cittadini, sempre più poveri, anziani e numericamente in decrescita, non possono più permettersi di acquistare.