Regime forfettario nel mirino di Bruxelles: perché l’Ue chiede all’Italia di riformarlo

Per Bruxelles il regime agevola l'evasione, discrimina i lavoratori subordinati e pesa 119 miliardi di euro ogni anno
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Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen
La premier italiana Giorgia Meloni e la presidente del Consiglio europeo Ursula Von Der Leyen (Ipa/Fotogramma)

L’Unione europea torna a chiedere all’Italia di rivedere il regime forfettario. 
Tra le raccomandazione specifiche presenti nel Country Report 2026, pubblicato dalla Commissione europea il 3 giugno, Roma ha ricevuto quella di rendere il sistema fiscale più favorevole alla crescita, intervenendo sull’evasione, sul cuneo e sulle agevolazioni fiscali, tra cui quelle che riguardano i lavoratori autonomi.

L’esecutivo Ue aveva fatto la stessa raccomandazione già nel 2024 e nel 2025, ma ora il contesto economico sta cambiando e la pressione di Bruxelles su Roma sta aumentando.

Come funziona il regime forfettario

Il regime forfettario è un regime fiscale agevolato per lavoratori autonomi, liberi professionisti e piccole imprese individuali con ricavi non superiori a 85.000 euro annui.

Chi vi aderisce paga una flat tax del 15% su una quota del reddito, calcolata applicando un coefficiente di redditività variabile per settore (dal 40% all’86% dei ricavi). Per le Partite Iva che avviano un’attività per la prima volta, l’aliquota scende al 5% per i primi cinque anni di esercizio. Siccome quasi sempre chi gode di questa tassazione agevolata, in gergo nota come “regime dei minimi“, ha una partita Iva forfettaria (perché conta poche risorse avendo appena avviato l’impresa), si tende a pensare che tassazione agevolata al 5% e regime forfettario siano la stessa cosa, ma non è così.
Infatti, un imprenditore, un libero professionista o un lavoratore autonomo, dopo i primi cinque anni di attività, esce dal regime dei minimi (aliquota del 5%) ma può restare nel regime forfettario.

Se non è per la tassazione, per cosa si distingue il regime finito nel mirino di Bruxelles?

La caratteristica principale è che i contribuenti forfettari sono esclusi dall’Iva (non la addebitano in fattura né possono detrarla sugli acquisti), non pagano l’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) e beneficiano di una contabilità molto semplificata.
Su quest’ultimo punto giova sottolineare che se un contribuente in regime forfettario ha anche un reddito da subordinato, non pagherà l’Irpef sulla somma dei redditi: verserà l’aliquota del proprio scaglione per l’imposta sulle persone fisiche e quella prevista dal suo regime (15% o 5%) per l’attività in Parita Iva. Il divieto di cumulo decade qualora i redditi complessivi dell’individuo superino i 35.000 euro lordi all’anno.

Perché l’Ue vuole eliminarlo o riformarlo

La critica di Bruxelles non riguarda l’esistenza di un regime semplificato per i piccoli operatori economici. L’obiezione è più specifica e si basa su tre argomenti connessi tra di loro:

Primo: il regime forfettario è terreno fertile per l’evasione. Secondo il documento ufficiale della Commissione europea “Mind the Gap” (dicembre 2025), i lavoratori autonomi in Italia presentano un tax gap del 59,8%, ovvero evadono quasi il 60% del loro debito fiscale potenziale. Si stima che complessivamente evadano più di metà del loro carico fiscale, per un valore stimato di circa 37 miliardi di euro l’anno. Il regime forfettario, strutturalmente basato su stime forfettarie e non su costi reali verificabili, riduce le possibilità di controllo e rende più difficile incrociare i dati.

Secondo: la flat tax crea una discontinuità fiscale distorsiva. Un lavoratore autonomo con 84.000 euro di ricavi paga il 15% (o il 5%) su una quota del reddito. Appena supera la soglia di 85.000 euro, passa al regime ordinario, con aliquote Irpef progressive che partono dal 23% e arrivano al 43%. Questo crea un effetto soglia molto netto, che può scoraggiare la crescita del fatturato e alimentare comportamenti elusivi per restare sotto il limite.

Terzo: il costo fiscale complessivo per lo Stato è rilevante. La Commissione europea stima che in Italia le cosiddette tax expenditures (le agevolazioni fiscali) valgano complessivamente 119 miliardi di euro di mancato gettito nel 2025, pari a circa il 5,8% del Pil.

L’ostilità della Commissione verso questo regime è aumentata negli ultimi anni anche perché il numero di contribuenti che vi aderisce è cresciuto significativamente.

Come viene tassato il lavoro autonomo nel resto dell’Ue

Per capire perché la Commissione europea consideri il regime forfettario anomalo, è utile guardare cosa succede nel resto dei Ventisette.

In quasi tutti i Paesi dell’Ue, i lavoratori autonomi e i liberi professionisti sono soggetti alla tassazione progressiva sul reddito personale, con deduzioni sui costi effettivamente sostenuti. Regimi semplificati esistono ovunque, ma in genere prevedono esenzioni o semplificazioni burocratiche, non aliquote fisse molto più basse di quelle applicate ai lavoratori dipendenti con lo stesso livello di reddito.

In Italia, invece, un lavoratore dipendente con 40.000 euro di reddito imponibile paga l’Irpef a scaglioni progressivi: al 23% fino a 28.000 euro e al 35% sulla parte eccedente fino a 50.000 euro. Un professionista autonomo con 40.000 euro di ricavi, se in regime forfettario, paga una flat tax del 15% su una quota del reddito, in molti casi con una pressione fiscale effettiva ben al di sotto del 10%.

Secondo i dati della Commissione europea aggiornati al 2023, il totale delle entrate fiscali in Italia è pari al 41,4% del Pil (sopra la media UE del 39%), ma con una composizione squilibrata: la tassazione sul lavoro dipendente pesa molto, mentre quella sul lavoro autonomo e sulle piccole imprese contribuisce molto meno rispetto alla sua effettiva dimensione.

Cosa dice Roma

Il governo Meloni ha finora difeso il regime forfettario come uno strumento di sostegno all’imprenditoria diffusa e al lavoro autonomo. Il ragionamento politico è che eliminarlo o restringerlo colpirebbe una platea ampia di piccoli operatori, professionisti e artigiani, che costituisce una fetta importante dell’economia italiana nonché una base elettorale sensibile.

Il punto di frizione con Bruxelles non è solo tecnico, ma politico: la Commissione chiede di riformare un regime che il governo considera un pilastro del proprio approccio fiscale. E lo fa mentre l’Italia si trova sotto procedura per deficit eccessivo, con la raccomandazione del Consiglio di mantenere la spesa netta entro il 1,6% di crescita nel 2026.

Più gettito recuperato dall’evasione e meno agevolazioni distorsive sono, per Bruxelles, due facce della stessa medaglia.