Ok a hub per migranti extra-Ue, così il “modello Italia-Albania” diventa lo standard

Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato l’accordo sulla riforma dei rimpatri
2 ore fa
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Migranti Mar Mediterraneo Ipa Ftg
Migranti su un barchino nel Mar Mediterraneo (Ipa/Ftg)

Consiglio e Parlamento europeo hanno trovato l’accordo sulla riforma dei rimpatri. Si chiude così uno stallo durato quasi vent’anni. L’intesa riscrive le regole per i cittadini extra‑Ue irregolari e introduce i “return hubs” nei Paesi terzi. Non è un semplice ritocco tecnico: è un cambio di paradigma che punta a rendere il sistema più “rapido e credibile”, come spiegato dall’europarlamentare e relatore Malik Azmani nell’ambito della conferenza stampa.

In sintesi, via libera ai centri esterni, a detenzioni più lunghe e a obblighi di cooperazione più stringenti. Sullo sfondo, i flussi in calo del 26% e il modello Italia‑Albania che si consolida come standard europeo.

Il “modello Italia-Albania”

Il cuore politico della riforma è rappresentato dai cosiddetti “return hubs” (hub di rimpatrio). L’accordo introduce ufficialmente la possibilità per gli Stati membri di trasferire migranti irregolari verso Paesi terzi disposti ad accoglierli per il tempo necessario a completare le procedure di espulsione.

Questa norma ricalca fedelmente il solco tracciato dal Protocollo Italia-Albania siglato a Roma nel novembre 2023. Quello che era nato come un esperimento bilaterale tra Roma e Tirana – con la creazione di aree specifiche sotto giurisdizione italiana in territorio albanese (Shengjin e Gjader) per gestire fino a 3.000 persone contemporaneamente – è ora diventato un modello normativo per l’intera Unione.

Secondo le nuove regole Ue, tali intese potranno essere siglate solo con nazioni che garantiscano il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e, soprattutto, del principio di non respingimento. Inoltre, i singoli Stati avranno l’obbligo di informare preventivamente la Commissione europea prima della messa in funzione di questi centri.

Flussi di migranti in Europa

La riforma si inserisce in un quadro statistico che, secondo i dati consolidati di Frontex relativi al 2025, mostra segnali contrastanti. Se da un lato gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Ue sono scesi del 26% (circa 178.000 rilevazioni, il livello più basso dal 2021), dall’altro la pressione resta critica in specifici settori.

La via del Mediterraneo Centrale, ad esempio, rimane la più battuta, alimentata principalmente dalle partenze dalla Libia verso l’Italia; mentre la rotta dell’Africa occidentale ha visto crolli del 66%, la pressione verso le isole greche (Creta in particolare) è triplicata, dimostrando come le reti di trafficanti siano capaci di deviare i flussi in tempi rapidissimi.

E anche se i flussi e i decessi si sono ridotti, il Mediterraneo resta un cimitero a cielo aperto: l’ultimo report di Frontex ha documentato almeno 1.878 vittime nel 2025, a fronte delle 2.573 dell’anno precedente.

Cosa prevede la riforma per i rimpatri in Ue

Per garantire l’efficacia delle espulsioni, Bruxelles introduce strumenti di controllo più rigidi. Il pilastro tecnologico sarà l’“ordine di rimpatrio europeo”: ogni decisione di espulsione emessa da uno Stato membro sarà inserita nel Sistema d’informazione Schengen, diventando immediatamente esecutiva in tutta l’area di libera circolazione.

L’accordo prevede inoltre:

  1. Obbligo di collaborazione: i migranti colpiti da un ordine di espulsione devono cooperare attivamente con le autorità nazionali.
  2. Detenzione estesa: per prevenire il rischio di fuga o per chi rappresenta un pericolo per la sicurezza, la detenzione amministrativa potrà durare fino a 24 mesi, con una proroga di ulteriori 6 mesi in casi eccezionali.
  3. Minori e famiglie: la detenzione può essere disposta per i minori non accompagnati e le famiglie con figli, come misura di ultima istanza e per il periodo più breve possibile, tenendo conto del superiore interesse del minore.

“Un sistema credibile”

Durante la conferenza stampa seguita all’accordo, il relatore Malik Azmani ha rivendicato con forza il risultato raggiunto: “Dopo quasi due decenni, le norme dell’Ue sui rimpatri necessitavano urgentemente di una riforma”. Azmani ha spiegato che il lavoro si è concentrato sulla ricerca di un equilibrio tra efficacia e solidità giuridica: “Il nostro obiettivo era chiaro: un sistema di rimpatrio efficace, equo e attuabile”.

La “fretta” di Bruxelles è motivata anche dal calendario politico: il nuovo regolamento entrerà in vigore immediatamente dopo la pubblicazione ufficiale, con una finestra di 12 mesi per l’adeguamento tecnico dei sistemi nazionali. Alcune disposizioni, incluse quelle cruciali sui “return hubs”, avranno invece un’applicazione immediata.

L’accordo sui rimpatri è solo un tassello del più ampio Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, che diventerà pienamente applicabile a giugno 2026. Sarà questo mese il momento della verità, quando i nuovi sistemi di ingresso/uscita (Ees) e di autorizzazione ai viaggi (Etias) dovranno integrarsi con le procedure di espulsione accelerate.

La sfida per l’Europa, e per l’Italia che ne ha ispirato una parte fondamentale, sarà dimostrare che l’esternalizzazione delle procedure e la digitalizzazione dei rimpatri possano convivere con il rispetto dei diritti fondamentali, trasformando una gestione emergenziale in una governance ordinaria e sicura delle frontiere.