“Trump rimane un pericolo per l’Occidente“. Perciò, il risultato delle elezioni americane di midterm “non riduce l’urgenza con cui l’Europa deve rendersi più autonoma dagli Stati Uniti”. Lo ha sottolineato Lia Quartapelle, esponente del Partito democratico italiano (Pd) intervenuta stamattina alla diretta che Adnkronos ha dedicato al voto di metà mandato negli Usa, dalla propria sede di Roma. Un voto che ha superato le aspettative alimentate dai sondaggi, che davano sì una vittoria democratica, ma non così travolgente come è stata. L’onda blu, lo tsunami blu, l’urgano blu (come il colore dei dem): le metafore coniate in queste ore restituiscono la portata della sonora sconfitta subita dal presidente Donald Trump, che aveva fatto delle elezioni un referendum su di lui (salvo ora dare la colpa al suo partito) e che ora può toccare con mano lo scontento popolare.
I dem, infatti, hanno preso il controllo dell’intero Congresso, conquistando la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato, e la guida di diversi Stati, tra cui roccaforti rosse (il colore dei Repubblicani) storiche come il Taxas e il Kansas.
“Trump rimane un pericolo per l’Occidente”
Ma cosa significa per l’Europa la pesante sconfitta subita da Trump e dai repubblicani? Per Quartapelle, come anticipato, sarebbe “pericoloso” per pensare di poter allentare il lavoro verso l’indipendenza e l’autonomia dall’alleato transatlantico. “Dobbiamo chiederci cosa succederà alla presidenza Trump: si incattivirà o si ammorbidirà? Per me non cambierà posizione. Manterrà una postura erratica e aggressiva”.
“Non è l’alba di un nuovo giorno: forse lo è per la democrazia americana”, ma non per gli europei, perché “sarebbe illusorio pensare che ci siano effetti diretti da noi. Ce ne saranno nel 2028 perché il presidente cambierà (Trump non può candidarsi per un terzo mandato, ndr), ma occorre vedere se la Casa Bianca tornerà ai democratici”, ha proseguito l’esponente del Pd.
“Trump rimane un pericolo per l’Occidente, ha cercato di smantellare le alleanze e fatte scelte che hanno danneggiato i nostri interessi”, ha puntualizzato.
La fine del trend Maga come lo conosciamo
Secondo Quartapelle, però, “è la fine per il trend Maga. La violenza e l’aggressività del populismo di Trump non hanno pagato alle urne”. Così come “non paga l’avventurismo: la politica economica confusa degli ultimi due anni ha premiato i super-ricchi ma ha scontentato tutti gli altri, e la brutalità sulle immigrazioni ha spaventato e allontanato chi lo aveva votato”.
Di parere opposto Lucio Martino, analista geopolitico, secondo cui la sconfitta di Trump è dovuta al fatto che “si è rivelato più moderato di quanto promesso, e non perché abbia esagerato”. In sostanza, secondo l’esperto, il capo della Casa Bianca ha saputo portare alle urne un elettorato che di solito non vota, “con promesse per noi estremiste come il disimpegno dalla questione ucraina, l’uscita dalla Nato, il muro con Messico, le espulsioni forzate, l’attacco al deep state”. Promesse che il tycoon “non ha mantenuto”. Da qui “la progressiva presa di distanza di influencer che prima erano Maga e che ora si dicono indipendenti, come Joe Rogan o Tucker Carson”.

Per Carlo Alberto Giusti, rettore Link Campus University, l’intervento in Iran però “ha irritato la base Maga”: Trump ha perso presa “perché aveva detto che non avrebbe imposto democrazia al mondo”.
Secondo Mattia Diletti, docente presso La Sapienza ed esperto di Stati Uniti, il voto è “la fine del trumpismo, almeno nella forma di rapporto simbiotico tra un popolo adorante e il suo presidente”. Tuttavia, “un fenomeno radicato come Maga avrà una sua evoluzione”.
Certo è che “il voto è stato quasi a un grido di sofferenza dell’America. Ormai il sogno americano sta diventando non diventare poveri e Trump non ha saputo recepire il risentimento verso la classe di ricchissimi e intoccabili come le Big tech, ma come anche Trump stesso o figure a lui vicine”.
Cosa farà ora Trump?
Il tycoon ha detto che accetta il risultato, d’altronde troppo eclatante per gridare al broglio, e che collaborerà con i dem. Qualche ora dopo, la Casa Bianca ha diffuso una sua immagine minacciosa con sotto la scritta “Trump è ancora il vostro presidente”. Una sfida diretta agli americani che in massa hanno votato contro di lui. Cosa succederà dunque?
Intanto, bisogna vedere anche se i dem vorranno collaborare: sono già pronti a mettere sotto la lente molti provvedimenti del tycoon, compresi quelli che hanno portato a un arricchimento suo e della sua cerchia. Maria Latella, giornalista e scrittrice, ha sottolineato che il presidente ora è quello che si chiama ‘un’anatra zoppa’, perché il Congresso gli renderà la vita molto dura, e idem non perderanno l’occasione di indebolirlo.
Simone Crolla, managing director di AmCham Italy, ritiene dunque che il presidente “sarà più conciliante, perché si apre una successione storica e perché non potrà fare tutto quello che voleva fare se avesse mantenuto almeno un ramo del Parlamento”. Ma dato che il nuovo Congresso si insedierà a gennaio, il tycoon ha ancora due mesi in cui agire se vuole prendere “iniziative forti (finanziare alcune attività come la guerra in Iran, nominare giudici…)” che dopo non potrà prendere.
Politica estera o interna?
Per l’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale innovazione, Trump “dovrà collaborare con il Congresso per portare avanti la sua agenda, che sarà molto centrata su questioni interne, dove potrà fare la differenza e soprattutto porre le basi per il rilancio del suo partito che è uscito pesantemente danneggiato dalle elezioni”.
Il capo della Casa Bianca “non sarà tanto rivolto all’agenda internazionale, perché gli americani non hanno perdonato la guerra in Iran”. E quanto agli alleati, spiega ancora Varricchio, “il rapporto rimane e verrà probabilmente seguito in modo forte da altri membri dell’amministrazione che forse avranno più spazio su questo, a partire dal segretario di Stato” Marco Rubio.
Per Martino invece occorre farsi “poche illusioni”, anzi come già successo con Bill Clinton e George Bush jr “possiamo aspettarci un Trump che si dedica con ancora maggiore caparbietà alla sua agenda di politica estera centrata su interesse nazionale statunitense e unilaterale”.
Lo stesso Rubio, ha ricordato Giusti, ha rimarcato in questi giorni che “la politica estera la fa il presidente”. Sull’Iran, tema che interessa da molto vicino anche l’Europa, il rettore si aspetta “una pace per ragioni economiche”, al netto dell’imprevedibilità e della prepotenza del tycoon.
Anche per Renato Loiero, consigliere economico di Palazzo Chigi, Trump rimane il commander in chief degli Usa, inoltre mentre lui dispone del potere di veto sulle leggi del Congresso, che ha promesso di usare in abbondanza, il Congresso non ha un analogo potere verso i suoi executive orders.

Per Crolla il presidente “sarà più assertivo ma conciliante, perché dovrà fare i conti con la nuova realtà politica a Washington e con la nuova realtà politica europea: l’Europa nel 2027 andrà al voto, le carte si stanno rimescolando“.
“Sarà un periodo di grande transizione verso un’America più prevedibile ma con la Cina rimane una competizione serrata e la Russia per Trump è un player economico da reinserire nel mondo delle grandi economie a prescindere, cosa che si scontra con la volontà europea e nel mondo”, ha concluso Crolla.
Trump d’altronde non ha perso occasione per tirare in ballo gli alleati, Roma compresa: parlando a FoxNews stamattina presto in una lunga telefonata, ha lanciato i suoi strali: “Guardate l’Europa, sta morendo. Guardate cosa sta succedendo in Francia, cosa sta succedendo in Italia e in tutti questi altri Paesi. Voglio dire, stanno attraversando un periodo terribile. E, francamente, potrebbero anche non sopravvivere. E noi stiamo prosperando”. Forse farebbe meglio a guardare in casa propria.

