Chi ha paura di Virginia Woolf? Le piattaforme social, a quanto pare

Il caso a Barcellona, dopo che i responsabili del Teatre Ravan hanno provato a promuovere sui social la prima di "Una stanza tutta per sé"
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Chi ha paura di Virginia Woolf? A sollevare la questione è un episodio avvenuto a Barcellona, dove la promozione sui social network di uno spettacolo teatrale basato sulle opere della celebre scrittrice britannica è stata bloccata dalle piattaforme di Meta.

I responsabili del Teatre Raval di Barcellona hanno provato ad acquistare inserzioni sponsorizzate su Facebook e Instagram per promuovere la prima di “Una habitación propia” (Una stanza tutta per sé), interpretata da Clara Sanchís e diretta da María Ruiz. Poco dopo, la direzione del teatro ha affermato di aver ricevuto una notifica automatica con l’avviso di rifiuto dell’annuncio, in quanto il contenuto è stato classificato come inerente a “temi sociali, elezioni o politica nell’Unione europea” e dunque contrario alle linee guida pubblicitarie della piattaforma.

Ma perché un algoritmo blocca un contenuto? I sistemi automatizzati di Meta filtrano e bloccano sistematicamente le inserzioni che menzionano diritti civili, riforme sociali o il femminismo (temi centrali nel saggio pubblicato da Virginia Woolf nel 1929). Per sbloccare la situazione, la piattaforma ha suggerito agli organizzatori di rimuovere le “parole chiave” dal testo promozionale, così da evitare che l’annuncio venisse associato all’attivismo.

La posizione del teatro

L’accaduto ha creato prevedibili malumori. Come ha spiegato l’attrice protagonista Clara Sanchís al quotidiano La Vanguardia, la compagnia non ha potuto appurare “se la pubblicità sia stata respinta per via del nome di Virginia Woolf, per la parola ‘femminismo’ o per entrambe le cose”. L’attrice ha aggiunto che l’applicazione rigida di questi filtri rischia di “cancellare dalla mappa i progressi raggiunti in secoli di lotte”, mettendo in guardia sui pericoli derivanti dal concedere un potere illimitato di moderazione alle piattaforme digitali.

In una nota ufficiale ripresa dalla stampa locale, il Teatre Raval ha espresso rammarico per la decisione, definendola un’ingiustizia e rivendicando il diritto delle realtà culturali di utilizzare i canali social per informare il pubblico sulle proprie attività.

Le regole sulle inserzioni e la posizione di Meta

Meta ha introdotto il divieto di pubblicare annunci sponsorizzati su temi politici, elettorali e sociali circa un anno fa. Il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha giustificato questa scelta citando le difficoltà applicative e le incertezze giuridiche derivanti dalle nuove norme sulla trasparenza approvate dall’Unione europea. Zuckerberg stesso ha accusato la legislazione europea di favorire la “censura”. “In Europa c’è un numero sempre crescente di leggi che istituzionalizzano la censura e rendono difficile realizzare qualsiasi cosa innovativa”, ha affermato lo scorso anno Zuckerberg.

Il Digital Service Act

La Commissione europea, in risposta alle accuse di Zuckerberg, aveva affermato che il suo Digital Services Act non obbliga né richiede alle piattaforme di rimuovere contenuti leciti, ma solo di eliminare contenuti potenzialmente dannosi, ad esempio per i minori o per le democrazie dell’Ue. La regolamentazione dell’Ue è stata infatti concepita per proteggere i processi elettorali da ingerenze esterne, imponendo alle piattaforme di rendere pubblici gli inserzionisti, i costi sostenuti, le finalità e i target di pubblico delle campagne. Tuttavia, come evidenziato in un’analisi del Der Spiegel, la vicenda del Teatre Raval mostra l’ampiezza con cui gli algoritmi di moderazione di Meta interpretano la definizione di “tema sociale e politico”, arrivando a sanzionare promozioni di opere letterarie e teatrali.

Il femminismo è pericoloso?

Ma allora, il femminismo, è da considerarsi un tema pericoloso per le democrazie? A rispondere con ironia è stata la giornalista e scrittrice Cristina Fallarás nella sua rubrica sul quotidiano Público. Fallarás ha partecipato a un dibattito con l’attrice Clara Sanchís e Vicky Peña subito dopo una delle repliche dello spettacolo al Teatre Raval. Come ha ricordato, nel testo originale Virginia Woolf spiegava che per secoli le donne sono servite da “specchi dotati del magico e delizioso potere di riflettere la silhouette dell’uomo al doppio delle sue dimensioni naturali”. Se le donne smettessero di riflettere questa falsa grandezza e dicessero la verità, l’ego maschile rischierebbe di crollare.

Per Fallarás, la censura di Meta non è un semplice disguido tecnico, ma il sintomo di un rigurgito di insofferenza verso i diritti delle donne. “A Meta non piace Virginia Woolf, né la possibilità della nostra ‘stanza tutta per sé’, né le donne che gestiscono il proprio denaro e il proprio corpo, né le menti che brillano come costellazioni”. Gli uomini del nuovo mondo digitalizzato, da Musk in giù, rispondono che non c’entra il corpo donne, c’entra il ridurre al minimo la scocciatura di avere a che fare con il (complesso e sovrabbondante) corpus legislativo europeo. Per evitare obiezioni, ricorsi, contestazioni, si fa prima a bloccare la sponsorizzazione di tutto ciò che riguarda politica e temi sociali. Peraltro, dicono, questo va contro i loro interessi economici: non bloccano tutti i contenuti “spinosi”, ma solo quelli a pagamento, per non essere accusati dai guardiani del Dsa di promuovere la polarizzazione, e dunque stanno perdendo possibili guadagni.

Questo scontro tra algoritmi e letteratura riapre un interrogativo fondamentale sul ruolo dei media contemporanei: quando la gestione del dibattito pubblico è delegata a filtri progettati per evitare polemiche, il pensiero critico diventa il primo ad essere penalizzato?

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