Centri migranti in Albania, Amnesty boccia il modello italiano: “Diritti a rischio”. Ma l’Ue guarda all’esternalizzazione

La nuova ricerca accusa l’Italia di mettere in pericolo libertà, asilo e garanzie fondamentali. Ma in Europa cresce l’interesse per i centri nei Paesi terzi
10 ore fa
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Gjader centro migranti
Centro migranti a Gjader (Ipa)

L’accordo tra Italia e Albania sui centri per migranti mette a rischio la libertà, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone trasferite fuori dal territorio italiano. Perciò, dovrebbe essere abbandonato. È la conclusione della ricerca di Amnesty International pubblicata ieri e dedicata al “modello Albania”, l’esperimento avviato da Roma per gestire oltre Adriatico una parte delle procedure legate all’asilo e ai rimpatri.

Il rapporto, dal titolo ‘Italy: extraterritorial migration detention and human rights obligations – The Agreement with Albania’, ricostruisce oltre due anni di applicazione dell’intesa firmata nel novembre 2023 e concentra l’attenzione sui centri di Shëngjin e Gjadër, strutture collocate sul territorio albanese ma sottoposte alla giurisdizione italiana. Secondo Amnesty, come anticipato, l’esternalizzazione della gestione migratoria ha prodotto problemi nell’accesso alla giustizia, nella tutela della libertà personale e nel controllo indipendente sulle condizioni di detenzione.

Dai richiedenti asilo alle persone destinate al rimpatrio

Il progetto italiano era nato con l’obiettivo di trasferire in Albania alcuni migranti soccorsi o intercettati in acque internazionali provenienti da Paesi considerati “sicuri”, sottoponendoli a procedure accelerate per l’esame della domanda d’asilo mentre si trovavano in stato di trattenimento.

Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 l’Italia ha effettuato tre operazioni, trasferendo complessivamente 74 persone dalle acque internazionali verso l’Albania. Il meccanismo si è però scontrato con le decisioni della magistratura italiana, che non ha convalidato i trattenimenti. I trasferimenti dal mare sono quindi stati sospesi.

Nel marzo 2025 il governo ha modificato la normativa, consentendo di utilizzare Gjadër anche per persone già raggiunte da un provvedimento di espulsione e precedentemente trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Secondo i dati citati nel rapporto, nei mesi successivi circa 500 uomini sono transitati dalla struttura albanese.

La valutazione di Amnesty

La valutazione dell’organizzazione per i diritti umani è molto netta. Un primo problema riguarda la distanza geografica. Nel modello originario, le persone soccorse nel Mediterraneo centrale potevano essere trasferite verso Shëngjin anziché sbarcate più rapidamente in un porto italiano. Amnesty considera questa procedura problematica rispetto all’obbligo di condurre le persone soccorse in mare in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile.

Ci sono poi le garanzie procedurali. La permanenza in Albania, secondo l’organizzazione, rende più difficile il rapporto con gli avvocati, l’accesso alla giustizia e la possibilità di contestare rapidamente un provvedimento di trattenimento o di espulsione.

La ricerca pone inoltre l’accento sulla situazione delle persone vulnerabili. Nelle prime operazioni, circa il 16% delle persone arrivate in Albania dopo una prima valutazione effettuata in mare è stato successivamente riconosciuto come vulnerabile o non idoneo al trattenimento e trasferito in Italia, elemento che secondo Amnesty mette in dubbio l’efficacia dello screening effettuato subito dopo una traversata potenzialmente traumatica.

La questione trasparenza

Un altro aspetto riguarda la la possibilità di controllare ciò che avviene all’interno delle strutture. Amnesty sostiene che la collocazione extraterritoriale dei centri renda già di per sé più complesso il monitoraggio e denuncia ulteriori limitazioni imposte dalle autorità italiane. Nel 2025 il ministero dell’Interno ha respinto più volte le richieste dell’organizzazione di visitare Shëngjin e Gjadër, facendo riferimento a ragioni di ordine pubblico e sicurezza.

Anche delegazioni parlamentari italiane ed europee hanno segnalato difficoltà nell’accesso a determinate aree e nell’ottenimento di informazioni. Nel giugno 2026, ricorda il rapporto, alcuni eurodeputati in visita denunciarono di non aver potuto accedere alle singole celle e di non aver ricevuto alcuni dati richiesti.

Amnesty chiede all’Italia di chiudere il progetto

La ricerca non propone una revisione del sistema, ma il suo superamento. Amnesty chiede alle autorità italiane di porre fine all’accordo con Tirana, interrompere i trasferimenti verso Gjadër e riportare in Italia le persone ancora trattenute nella struttura.

L’organizzazione chiede inoltre che la detenzione amministrativa torni a rappresentare una misura di ultima istanza e che le domande di protezione siano valutate individualmente, anche quando il richiedente proviene da un Paese inserito nell’elenco dei cosiddetti Paesi di origine sicuri.

Il “modello Albania” visto da Bruxelles

Il messaggio è rivolto però anche a Bruxelles. La logica alla base del modello promosso dall’Italia, cioè spostare verso Paesi terzi una parte della gestione dell’immigrazione, ha infatti guadagnato spazio nel dibattito europeo.

Il 12 giugno 2026 è diventato pienamente applicabile il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che introduce procedure più rapide alle frontiere e un nuovo quadro comune per la gestione delle domande.

Parallelamente, il 1° giugno Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo politico sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Il testo introduce la possibilità di creare return hubs in Paesi terzi per persone che non hanno diritto a rimanere nell’Unione e sono destinatarie di una decisione di rimpatrio. Secondo la Commissione, tali accordi potranno essere conclusi soltanto con Paesi che rispettino gli standard internazionali in materia di diritti umani e il principio di non-refoulement (non respingimento).

Già in precedenza diversi governi europei avevano chiesto a Bruxelles di studiare “soluzioni innovative” ispirate anche al Protocollo Italia-Albania. E le nuove norme sui rimpatri trasformano almeno una parte di quel dibattito in un’opzione prevista dalla legislazione europea.

Tajani: “Da Meloni mai idee disumane”

Il governo italiano non ha commentato la ricerca di Amnesty, ma è ovvio che la sua posizione sia opposta. Una delegazione di Fratelli d’Italia che ha visitato i centri nell’aprile 2026 ha sostenuto che il Cpr in Albania stesse funzionando, affermando che in circa un anno vi erano transitate 536 persone considerate dalle autorità con profili di elevata pericolosità sociale – un dato riportato dalla ricerca di Amnesty.

A inizio mese, il ministro degli Esteri Antonio Tajani è tornato sul tema, particolarmente attuale dopo la crisi di Ceuta, affermando che “dobbiamo sviluppare una strategia comune sull’immigrazione. (…) I rimpatri devono essere effettuati e, inoltre, bisogna valutare concretamente la possibilità di istituire nuovi centri “sul modello albanese” in diversi Paesi africani e, più in generale, nei Paesi di origine e di transito”.

 “Il governo Meloni”, insiste il Ministro degli Esteri, “propone idee rigorose ma moderate, e per nulla disumane, nonostante la propaganda di sinistra cerchi invano di farle apparire tali”.

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