Il tramonto di Fcas, l’ascesa di Gcap e il futuro del caccia europeo. L’analisi di Calcagno (Iai)

Con il ritiro tedesco dal programma per il caccia di sesta generazione, "molto difficile" ma "non impossibile" che Berlino aderisca al progetto rivale di Italia, Giappone e Regno Unito. L'esperto dell'Istituto Affari Internazionali esplora le traiettorie dei Paesi europei, il futuro dell'aeronautica militare e i perché dietro alla corsa industriale
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GCAP FCAS
Hunini/Wikimedia Commons

L’eventuale adesione della Germania al Global Combat Air Programme (Gcap), il programma per lo sviluppo del caccia di sesta generazione portato avanti da Italia, Giappone e Regno Unito, è “molto difficile” nella pratica ma “non impossibile”. “In questo campo non si può mai dire mai”, come spiega a Eurofocus Elio Calcagno, responsabile di ricerca nel programma Difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto Affari Internazionali, all’indomani della conferma dell’uscita di Berlino dal programma rivale a trazione franco-tedesca, il Future Air Combat System (Fcas), dopo quasi un decennio di tensioni tra i partner industriali.

Lo sviluppo porta il Gcap a presentarsi sempre più “come un competitor credibile e serio” di fronte all’Fcas, ora orfano del suo principale contributore economico. E Berlino intrattiene cooperazioni strutturate e di lunga data nel comparto della difesa con Londra e Roma, al contrario di Parigi, evidenzia l’esperto, ricordando che già nel 2022, anno della Zeitenwende (“svolta epocale”) per la difesa di Berlino, stakeholder tedeschi “confessavano che stavano guardando al Gcap almeno con qualche interesse”.

Nella pratica, tuttavia, le difficoltà sono strutturali. La divisione equa del lavoro tra Roma, Tokyo e Londra è già stata definita e cristallizzata dopo anni di negoziati: riaprirla per fare spazio all’industria tedesca significherebbe “riaprire un vaso di Pandora” che i tre partner avevano chiuso “mettendo da parte le normali dinamiche di competizione industriale e di interesse nazionale”, sottolinea l’analista. L’ingresso di un attore delle dimensioni di Berlino rischierebbe insomma di sconquassare quegli equilibri trovati a fatica.

Il risveglio tedesco

Quando nel 2017 Francia e Germania firmarono l’accordo per il programma Fcas, Berlino “era ancora un gigante dormiente in termini di spesa per la difesa, di pianificazione a lungo termine, di capacità militari. Adesso è un gigante che si sta svegliando“. Questo, secondo l’esperto, è uno dei principali motivi dietro alla decisione tedesca di ritirarsi dal progetto. Agli albori del progetto i francesi potevano “parlare ai tedeschi come a un partner anche un pochino inferiore”: adesso, con la spesa militare tedesca che si accinge a doppiare quella francese, sono cambiate le aspettative tedesche sui frutti della cooperazione.

La strada era in salita fin dall’inizio: la cooperazione è stata “percepita da subito come difficile” dalla parte tedesca, guidata dal campione Airbus. Lo stesso valeva anche per la controparte francese, spiega l’analista. Il partner industriale francese Dassault è “tendenzialmente abituato a comandare” e “avere una grande autonomia” nel campo della progettazione di velivoli da guerra, e il modello di partenariato, a suo tempo “calato dall’alto” dalla leadership politica di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, è stato “percepito come un’imposizione” da parte dell’azienda. Per non parlare del fatto che l’asse industriale franco-tedesco “non ha ancora visto tanti riscontri pratici” nel campo della difesa.

“Credo che la Francia, e soprattutto Dassault, abbiano operato negli ultimi anni con l’aspettativa di riuscire a piegare la Germania in un ruolo subordinato a quello francese, riuscendo ad attingere ai grandi fondi a disposizione di Berlino ma mantenendo un saldo controllo sulla direzione strategica del progetto”, riassume l’analista Iai. Questi sono tutti motivi per cui le nozze “non sembravano particolarmente destinate a durare”. Se da una parte, con la scossa data dall’invasione russa dell’Ucraina, la Germania ora mira a costruire l’esercito convenzionale più potente del continente, la Francia non spende molto più rispetto all’Italia in termini assoluti ma “ha da decenni una pianificazione molto coerente, molto legata a un’idea di grande strategia nazionale e interessi extra-nazionali che, per esempio, in Italia ancora non esiste”.

La Francia da sola?

La storia della cooperazione industriale francese nel settore aeronautico-militare è, in fondo, una storia di ambivalenza. Nel corso della conversazione Calcagno ripensa al Jaguar, jet sviluppato negli anni Sessanta da Francia e Regno Unito e “discreto successo, che però non è stato seguito da altro”. Più avanti, quando un consorzio paneuropeo iniziò a progettare quello che sarebbe diventato il Tornado, principale caccia multiruolo della Nato, “Dassault si mise di traverso, convincendo la difesa francese a procedere da sola” e sfilarsi. L’analista ravvisa una “tradizione francese di fare le cose da soli“: l’Fcas era l’eccezione, prima di confermare la regola.

Fare tutto da soli ha i suoi vantaggi operativi: nessun negoziato ostico su ogni requisito, ogni componente, ogni divisione del lavoro. Ma il nodo principale è finanziario: una piattaforma di sesta generazione richiede investimenti colossali, e senza Berlino il conto ricade interamente su Parigi e Madrid, altro partner di Fcas. Però può darsi che la Francia guardi all’estero, come in passato, per trovare i fondi necessari: negli ultimi anni Parigi è riuscita ad attrarre “forti investimenti di Paesi del Golfo” con la promessa di vendere il prodotto finito una volta sviluppato. Uno schema già sperimentato nel campo dell’intelligenza artificiale, che è tecnologia a uso sia civile che, potenzialmente, militare, ricorda l’esperto.

Il caccia ai tempi dei droni

Sullo sfondo della partita industriale e geopolitica si staglia la rapida evoluzione degli scenari di guerra moderna, teatri in cui schiere di droni a basso costo stanno cambiando il calcolo economico. Ha ancora senso sviluppare un caccia costosissimo? “Ogni conflitto è diverso, ogni attore ha il suo modo di fare la guerra e i suoi obiettivi”, risponde Calcagno, ricordando che l’Iran ha seminato il caos in Medio Oriente con missili balistici e droni a basso costo impiegati massicciamente perché l’obiettivo non era occupare un Paese o cambiarne il regime, ma applicare pressione diffusa. In quel caso l’utilizzo di droni economici su larga scala “è assolutamente valido, e fa quel lavoro meglio di quanto lo farebbe un caccia di quinta o sesta generazione comprato in poche dozzine di esemplari”.

Tuttavia, il quadro cambia radicalmente quando si tratta di penetrare bolle di difesa aerea integrate (A2/AD), come ha dimostrato Israele in Iran utilizzando gli F-35 statunitensi su larga scala, prosegue l’analista. E guardando al caso ucraino, né Mosca né Kiev riescono ad acquisire superiorità aerea, un vicolo cieco che porta anche il ricorso massiccio ai droni. “Se la Russia disponesse di mezzi come l’F-35, con munizioni stand-off adeguate, capaci di colpire difese aeree e snodi logistici a distanza di sicurezza, avremmo visto un uso molto più massiccio anche delle forze aeree russe”, sottolinea l’analista Iai, ricordando che il drone era “una soluzione ad interim” per rimpiazzare capacità aeree mancanti prima di trovare un ruolo autonomo e inatteso ben oltre quella funzione originaria.

Il futuro, dunque, non è la scelta tra droni e caccia ma la loro integrazione. Ed è esattamente quello che il caccia di sesta generazione promette: bassa osservabilità su tutti gli spettri, architettura computazionale nativa per processare enormi quantità di dati in volo e la capacità di orchestrare uno sciame di droni cooperanti. Per realizzarlo, le industrie italiana, britannica e giapponese devono sviluppare un portafoglio di capacità che in Europa oggi non esiste, come le fusoliere a bassa osservabilità radar, i motori capaci di generare l’energia necessaria e le batterie che servono per alimentare tutti questi sistemi.

È impossibile per l’industria sviluppare anche una sola di queste capacità individualmente se alla fine non c’è una piattaforma“, avverte Calcagno. “Male che vada, le industrie europee riusciranno a fare un tipo di ricerca e sviluppo su queste capacità che altrimenti non avrebbero fatto, e che negli ultimi anni non hanno quasi mai fatto, salvo qualche eccezione. Nulla di comparabile, però, agli Stati Uniti o alla Cina, o per certi versi anche alla Russia, almeno prima della guerra”.

La (non) concorrenza Usa

L’urgenza di sviluppare una piattaforma europea è amplificata dal fatto che potrebbero non esserci alternative disponibili da comprare, così come è stato fatto con il caccia di quinta generazione come l’F-35 statunitense. Tuttavia, l’ultimo vero aggiornamento relativo al programma rivale Usa è stato quando Donald Trump, “in stile molto trumpiano”, ha annunciato il programma F-47. Da allora, il silenzio. Ma non è necessariamente un segnale di stallo: più probabilmente si tratta di una scelta deliberata di riservatezza.

“Tendenzialmente, su tecnologie così avanzate, difficilmente gli americani coinvolgono alleati o partner”, ricorda Calcagno, citando il caso dell’F-22 Raptor (“ancora oggi senza eguali per diverse caratteristiche”) che Washington si è sempre rifiutata di esportare, nonostante le richieste insistenti di Giappone, Australia e altri alleati. L’F-35 è stato un caso diverso, costruito attorno a un modello di partenariato industriale con i Paesi disposti a comprarlo in grandi numeri, ma con la logica di un prodotto già pensato per il mercato. Per la sesta generazione, “non è mai stata palesata dagli Stati Uniti una volontà di coinvolgere partner europei o non europei, né come collaboratori, né come importatori“.

Questo non significa che Washington guardi con indifferenza ai progressi europei: se il continente saprà produrre autonomamente le proprie capacità, può darsi che in futuro comprerà meno dagli Stati Uniti, sottolinea l’analista. Molte delle tecnologie sviluppate per un caccia di sesta generazione, dal calcolo ad alte prestazioni alla bassa osservabilità, dai motori avanzati alle munizioni stand-off, possono migrare su droni, missili da crociera, altre piattaforme: in questo senso, lo sviluppo di una piattaforma europea può creare competitività a cascata.

E l’Italia?

Sul versante italiano, Calcagno identifica un punto cieco che a suo avviso il dibattito pubblico tende a ignorare: riguardo alla spesa militare italiana, “il famoso 2% raggiunto quest’anno, a detta degli addetti ai lavori stessi, è stato un riconteggio“. Al netto di un incremento di bilancio quasi trascurabile, Roma deve ripianare con anni di disinvestimento post-Guerra Fredda, le scorte cedute all’Ucraina e adeguare le forze armate a uno scenario in costante cambiamento. In più deve urgentemente potenziare la propria difesa aerea, campo in cui l’Italia, come quasi tutti i Paesi europei, è gravemente indietro. E “rischia di rimanere sempre più indietro se ci affidiamo soltanto ai riconteggi di quella che è la nostra spesa della difesa”. Con buona pace dell’ambizione di portarsi alla frontiera tecnologica con il Gcap.