Giorgia Meloni e Pedro Sánchez chiedono a Ursula von der Leyen la stessa cosa: maggiore flessibilità per affrontare il caro energia.
Se ci si ferma alla notizia, questa comunione di intenti fa rumore per due motivi. In primis perché tra la leader di FdI e il leader del Psoe c’è una distanza politica siderale, in secundis perché, a marzo, il premier spagnolo aveva vantato la strategia energetica del suo governo, che rende il Paese meno esposto agli shock geopolitici rispetto al resto d’Europa. “Sabato 14 marzo abbiamo pagato l’elettricità 14 euro per megawattora: Italia, Francia e Germania, invece, hanno speso oltre 100 euro. Ricordate, 14 contro oltre 100 euro”, aveva scandito il leader socialista nel punto stampa a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. Qui per approfondire.
Nel frattempo, l’Italia ha iniziato ad approvare misure tampone per abbassare i prezzi del carburante: l’ultimo taglio delle accise scadrà venerdì 22 maggio, ma il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato un’ulteriore proroga poche ore fa. Il punto è che questi interventi incidono sul bilancio dello Stato, che è già il più indebitato d’Europa, restringendo il margine di manovra per nuovi adeguamenti.
Un cane che si morde la coda e obbliga l’esecutivo a cercare nuove strade.
Perché le richieste di Meloni e Sánchez sono diverse
Per questo, la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la deroga al patto di Stabilità alle spese energetiche dovute alla crisi dello Stretto di Hormuz. In pratica, l’Italia chiede che queste spese non vengano calcolate ai fini dei limiti di spesa singoli Stati, così come avviene per le risorse investite in difesa nell’ambito del progetto Safe.
È qui che la convergenza tra Roma e Madrid si liquefa: Pedro Sánchez chiede maggiore elasticità a Bruxelles non per adottare nuove misure tampone, ma per poter accelerare gli investimenti sull’energia rinnovabile, che garantiscono una maggiore indipendenza energetica, economica e quindi strategica. Nello specifico, il premier spagnolo chiede una maggiore flessibilità fiscale per le spese destinate all’elettrificazione dell’economia e una proroga di sei mesi del Recovery fund in scadenza ad agosto.
In pratica, la richiesta di Roma serve a tamponare l’emergenza attuale, quella di Madrid a evitare crisi future.
La lettera di Meloni a von der Leyen e la richiesta di “buon senso”
La lettera di Meloni a von der Leyen è stata inviata due giorni fa, ma era nell’aria da tempo. La presidente del Consiglio italiano chiede di poter deviare dai vincoli di spesa con un margine analogo a quello previsto per le spese della difesa, ovvero fino a un massimo dell’1,5% del Pil.
Il tono della richiesta tradisce la gravità del momento: nella lettera, Meloni chiede alla “cara Ursula” di dare “un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini”.
Gli stessi cittadini sono tirati in ballo nella parte più netta della missiva: senza “questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste”. Tradotto: come faccio a dire agli italiani che abbiamo i soldi per costruire missili ma non abbiamo risorse per abbassare il costo della benzina?
Per ora, la richiesta non ha fatto breccia a Bruxelles che, tramite il portavoce Olof Gill, ha ribadito il no allo sforamento. Il governo italiano, tuttavia, vede “spiragli di trattativa” nella parte finale della risposta, dove si legge: “naturalmente osserviamo l’evoluzione della situazione”.
L’argomentazione italiana: non c’è difesa senza economia
Per rafforzare la sua richiesta, Meloni invita a non vedere energia e difesa come due fattori contrapposti bensì interconnessi perché “un’adeguata capacità produttiva in ambito di difesa si poggia necessariamente su una economia solida e in salute“.
I toni si fanno più aspri quando la premier, pur assicurando che “l’Italia continuerà a fare la propria parte per rafforzare la sicurezza e la difesa europea“, sottolinea che “la sicurezza dell’Europa non si misura soltanto nella capacità militare. Si misura anche nella possibilità per le imprese di continuare a produrre, per le famiglie di sostenere i costi energetici, per gli Stati di garantire stabilità economica e sociale”.
Giovedì l’Ue farà un bilancio della crisi energetica
La lettera di Meloni arriva a pochi giorni dall’appuntamento cruciale di giovedì, quando la commissione pubblicherà le previsioni economiche di primavera, per dare contezza della crisi energetica scaturita dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e tradurre in numeri la “evoluzione della situazione” citata da Bruxelles. Se le stime saranno molto peggiorative rispetto alle attese, sarà difficile per gli altri Paesi ignorare la richiesta di maggiore flessibilità sulle risorse economiche da destinare al caro energia.
Tre settimane fa, l’ipotesi ha raffreddato i rapporti tra Roma e Berlino quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rispedito al mittente la proposta italiana discutendo sul bilancio Ue.
La Germania e gli altri Paesi frugali sostengono che le spese necessarie ad abbassare il costo del carburante non possono essere accomunate a quelle per la difesa neppure in tempi di crisi. Altrimenti, sostengono, in futuro si potranno trovare altre ragioni eccezionali per aggirare le regole del Patto di Stabilità, che finirebbe per valere poco o nulla.
Ora l’attenzione è rivolta alle previsioni di giovedì 21 maggio: solo allora si capirà quanto è concreto il rischio di recessione per l’economia Ue e, quindi, quanta possibilità di successo avrà la richiesta di maggiore flessibilità avanzata da Roma e Madrid.

