Il G7 Esteri di Vaux-de-Cernay si è chiuso con una dichiarazione sull’Iran, concentrata sulla tutela dei civili e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nelle due giornate francesi (26 e 27 marzo) il baricentro dei lavori si è spostato sul rischio di un allargamento del conflitto e sulle conseguenze economiche delle tensioni nel Golfo. Il testo approvato chiede “un’immediata cessazione degli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili” e ribadisce “la necessità assoluta di ripristinare in modo permanente una libertà di navigazione sicura e senza ostacoli nello Stretto di Hormuz”.
Per l’Italia la riunione ha confermato una linea già definita: de-escalation, attenzione alle rotte energetiche, focus umanitario su Gaza e Libano, sostegno all’Ucraina e pressione sulla Russia attraverso le sanzioni. Il confronto tra i partner ha però evidenziato anche un nodo politico più ampio, legato alla gestione della crisi mediorientale e al ruolo degli Stati Uniti.
Il peso di Hormuz e il confronto con Washington
Il passaggio centrale della ministeriale riguarda il nesso tra crisi militare e shock economico. Tra i temi principali figurano l’impatto delle interruzioni del traffico marittimo attraverso Hormuz, la sicurezza delle rotte energetiche e la necessità di garantire la libertà di navigazione. La presidenza francese, nel bilancio finale dei lavori, ha sottolineato che i ministri hanno adottato una dichiarazione sull’Iran con un richiamo alla protezione dei civili e delle infrastrutture energetiche. Il G7 ha quindi trattato Hormuz come una questione di sicurezza e stabilità economica complessiva.
La pressione sugli Stati Uniti è emersa apertamente. Gli alleati hanno chiesto a Marco Rubio chiarimenti sulla strategia americana verso l’Iran, mentre il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha affermato di voler capire “come procederanno gli Stati Uniti”. Il formato della chiusura è stato limitato per evitare di esporre divergenze troppo evidenti tra Washington e i partner europei. Resta una convergenza sull’obiettivo – riaprire Hormuz e contenere il conflitto – ma non sui mezzi per raggiungerlo.
Rubio, prima della partenza per la Francia, aveva sostenuto che lo Stretto “potrebbe essere riaperto domani se l’Iran smettesse di minacciare il traffico marittimo globale” e aveva definito la riapertura della rotta nell’interesse di tutti i Paesi del G7. Ha inoltre parlato di contatti indiretti con Teheran attraverso Paesi intermediari. I partner europei insistono invece su de-escalation, tutela dei civili e contenimento dell’impatto economico. La ministra degli Esteri canadese Anita Anand ha dichiarato di lavorare con gli altri membri del G7 per sostenere “collettivamente” una de-escalation e la riapertura di Hormuz, sottolineando la necessità di utilizzare i canali diplomatici anche per attenuare lo shock economico.
L’Ucraina resta al tavolo e chiede più pressione sulla Russia
La guerra in Ucraina non è uscita dall’agenda, anche se il Medio Oriente ha occupato il centro della scena. Il Quai d’Orsay ha confermato che i ministri hanno tenuto una sessione con Andrii Sybiha e che il sostegno all’Ucraina resta una priorità della presidenza francese. Nello stesso resoconto la Francia segnala l’impegno del G7 a sostenere la raccolta di fondi per il ripristino della struttura di confinamento di Chornobyl, danneggiata da un attacco russo nel 2025. Il dossier ucraino viene quindi affrontato insieme ai temi della ricostruzione, della sicurezza energetica e della protezione delle infrastrutture strategiche.
Nel corso della sessione dedicata a Kiev, Sybiha ha alzato il livello del confronto. Ha affermato che “la situazione geopolitica attuale richiede un aumento della pressione sulla Federazione Russa” e ha avvertito i partner del G7 che qualsiasi allentamento della pressione sarebbe controproducente. La crisi in Medio Oriente, nella lettura ucraina, non riduce il peso del fronte orientale, ma ne accentua la delicatezza.
Lo stesso Sybiha, in un incontro bilaterale con Tajani a margine dei lavori, ha espresso “apprezzamento” per il sostegno politico, militare ed economico dell’Italia, richiamando in particolare il contributo alla resilienza energetica ucraina. Il riferimento all’energia resta centrale: mentre il G7 discute delle tensioni su Hormuz e dei possibili effetti sui mercati, Kiev segnala che la tenuta del proprio sistema energetico continua a essere un elemento diretto del conflitto.
Verso Evian, con un G7 meno compatto
La ministeriale francese era anche una tappa di avvicinamento al summit dei leader previsto a giugno a Evian. Parigi aveva costruito l’agenda su un perimetro ampio: Iran, Ucraina, minacce ibride, sicurezza economica, minerali critici, governance globale. Al tavolo sono stati coinvolti anche India, Brasile, Corea del Sud e Arabia Saudita, chiamati a partecipare alle discussioni su ricostruzione, stabilità economica e sicurezza internazionale.
Parallelamente all’allargamento del confronto, sono emerse frizioni che anticipano i nodi politici del vertice di giugno. Tra queste, la questione dell’invito al Sudafrica, dopo le dichiarazioni del portavoce del presidente Cyril Ramaphosa secondo cui Parigi avrebbe ritirato l’invito sotto pressione americana. Il governo francese ha respinto questa ricostruzione, precisando che il Paese invitato è il Kenya e che la decisione è stata presa senza condizionamenti esterni. La vicenda segnala un contesto già attraversato da tensioni diplomatiche.
Il passaggio di Vaux-de-Cernay mette in evidenza una dinamica precisa. Il G7 continua a produrre posizioni comuni su singoli dossier, come la dichiarazione sull’Iran, e a tenere insieme temi diversi – Ucraina, sicurezza marittima, ricostruzione, approvvigionamenti. Allo stesso tempo, la coesione politica appare più fragile rispetto al passato e il confronto tra alleati resta segnato da divergenze, in particolare sul ruolo e sulle scelte degli Stati Uniti. La decisione di non chiudere con un comunicato generale e di limitare il risultato finale a una dichiarazione tematica riflette questo equilibrio: il coordinamento resta operativo, ma procede per ambiti specifici, con margini più ridotti quando il confronto entra nel merito delle strategie nazionali.
