È di natura politica o tecnica la scelta di sbloccare i fondi Safe? A chiarire i dubbi su cosa ci sia dietro la mancata firma dell’accordo da parte dell’Italia per questo prestito concesso dall’Unione europea per finanziare la difesa nazionale è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Nell’ambito dell’evento “Il giorno della Verità” a Roma, il ministro ha risposto indirettamente alle sollecitazioni del collega della Difesa, Guido Crosetto, spiegando che la valutazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) è legata alla pura convenienza finanziaria. Crosetto, pur confermando la sintonia con Giorgetti, ha presentato un piano dettagliato per il Safe e preme per gli investimenti, specialmente in vista del vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio.
Tuttavia, Giorgetti resta cauto: “Io come ministro dell’Economia devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costino di più o di meno rispetto al Btp”. In sintesi, se indebitarsi con Bruxelles costa più che emettere titoli di Stato, l’Italia non firmerà.
Ma cosa sono i fondi Safe? E perché sono importanti?
Safe (Security Action for Europe) è uno strumento finanziario approvato dal Consiglio dell’Ue il 27 maggio 2025. Si tratta di prestiti per un totale di 150 miliardi di euro che la Commissione raccoglie sui mercati per offrirli agli Stati membri a tassi competitivi, con l’obiettivo di colmare le lacune della difesa europea entro il 2030.
Ad oggi, 19 Paesi membri hanno già aderito alla richiesta dei fondi, ma solo 9 hanno firmato gli accordi esecutivi. La Polonia è in prima fila con 43,7 miliardi di euro, seguita dalla Francia con circa 15 miliardi e dalla Lettonia con 3,5 miliardi. Un caso particolare è l’Ungheria: dopo lo stop al piano dell’ex presidente Viktor Orbán, il neopremier Peter Magyar ha ottenuto tempo supplementare per presentare un nuovo progetto.
L’Italia tra crisi iraniana e flessibilità energetica
L’Italia ha ottenuto il via libera al proprio piano di difesa già nel gennaio 2025 per un massimale di 14,9 miliardi di euro. La firma definitiva spetta al Mef e non è ancora arrivata. Con l’aggravarsi della crisi iraniana, il governo Meloni sta però valutando una nuova strategia: utilizzare solo una parte del fondo Safe (circa 5 miliardi per progetti già avviati come i satelliti Sicral2 o gli Eurofighter) e dirottare le restanti risorse sulla sicurezza energetica. La Commissione ha già aperto a questa flessibilità, concedendo una deroga dello 0,6% del Pil per il triennio 2026-2028 per investimenti energetici all’interno della clausola di salvaguardia per la difesa.
Il bilancio tra vantaggi finanziari e vincoli di sovranità
La decisione finale del Governo deve però tenere conto di un complesso equilibrio tra opportunità economiche e limitazioni operative. Da un punto di vista strettamente finanziario, il programma Safe offre condizioni di grande favore, come un periodo di 10 anni in cui non è prevista la restituzione del capitale e un piano di rimborso complessivo che può arrivare a 45 anni. A questo si aggiungono l’esenzione totale dall’Iva per gli acquisti e tassi di interesse che, grazie all’alto rating dell’Unione europea, dovrebbero risultare più vantaggiosi rispetto ai prestiti contratti autonomamente sui mercati obbligazionari.
Non mancano però limiti e vincoli che alimentano il dibattito politico, in particolare all’interno della Lega. Il senatore Claudio Borghi ha infatti sollevato dubbi sulla reale convenienza dello strumento, definendolo un indebitamento che costringerebbe l’Italia a sottostare al monitoraggio dell’Ue per circa 40 anni. Oltre alla supervisione di Bruxelles, il programma impone il rispetto del principio dello “spendere europeo”: almeno il 65% del valore dei componenti dei sistemi acquistati deve provenire dall’Ue, dallo Spazio Economico Europeo o dall’Ucraina, limitando al 35% l’apporto di partner esterni. Inoltre, per massimizzare l’efficacia dei fondi, i progetti devono essere realizzati in cooperazione con almeno un altro Stato membro e limitarsi a categorie specifiche di armamenti, come sistemi di difesa aerea o droni.
Con il countdown di Bruxelles ormai attivato, l’Italia pare abbia circa un mese di tempo per decidere se confermare l’intero pacchetto di prestiti o ridurne l’entità, sapendo che i fondi non utilizzati verranno riallocati tra gli altri Stati membri pronti a investire. La partita definitiva però si giocherà entro settembre, in concomitanza con la definizione della prossima manovra di Bilancio.

