Autonomia differenziata, bocciatura dell’Ue: “Rischi per la coesione e le finanze pubbliche”

Regole poco chiare e "rischi di ulteriore aumento delle disuguaglianze regionali": l'allarme della Commissione europea
3 settimane fa
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Von Der Leyen discorso

La Commissione Ue boccia l’autonomia differenziata per le regioni a statuto ordinario, approvata ieri alla Camera dopo l’ok di Palazzo Madama. Le perplessità di Bruxelles sono le stesse che animano le critiche delle opposizioni e di molti esperti: “L’attribuzione di competenze aggiuntive alle regioni italiane comporta rischi per la coesione e per le finanze pubbliche”, scriveva ieri 19 giugno la Commissione proprio mentre il ddl Calderoli diventava legge.

I dubbi della Commissione Ue sull’autonomia differenziata

Nel suo “Report annuale sulle economie nazionali” per il 2024, Bruxelles dedica un paragrafo al provvedimento e le possibili ricadute sul Paese. L’esecutivo europeo definisce le potenzialità del Mezzogiorno come una opportunità “da sbloccare”, tesi avvalorata anche dall’ultimo rapporto Svimez dove si dimostra che, nel corso del 2023, il Sud Italia è cresciuto più del Nord in termini percentuali.

I rischi sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni)

La parte più critica dell’autonomia differenziata è quella dei Lep (i livelli essenziali delle prestazioni). A livello nazionale, si evidenzia che il Paese aspetta da oltre vent’anni una legge in grado di definire i livelli minimi in base al principio del costo standard, e non del costo storico. Legge che non è mai arrivata e che, allo stato attuale, lascerebbe aperto solo il canale del costo storico per quantificare le risorse da destinare alle singole regioni. In pratica, il rischio è che a determinare i finanziamenti sia quanto si è speso finora, e non quanto dovrebbe essere speso per colmare le specifiche lacune regionali.

“Inoltre – scrive Bruxelles – poiché i Lep garantiscono solo livelli minimi di servizi e non riguardano tutti i settori, vi sono rischi di ulteriore aumento delle disuguaglianze regionali”.

Il tutto in un’Italia sempre più anziana, dove già ora una persona ogni 4 ha più di 65 anni e il ruolo della sanità pubblica aumenta di peso. L’accesso alla sanità, di tipo curativo ma anche preventivo, è uno dei diritti fondamentali riconosciuti dall’Unione europea e tutti gli Stati membri dovrebbero garantire dei servizi gratuiti e di qualità ai propri cittadini. La sanità pubblica italiana, invece, è sempre più in affanno e, anche includendo quella privata, in Italia la spesa per la sanità è inferiore rispetto alla media europea.

Maggiori complessità istituzionali

Calderoli e più in generale i promotori della riforma sostengono che l’autonomia differenziata garantisca una gestione più efficace delle risorse, riducendo gli sprechi.
Anche su questo punto, però, Bruxelles esprime delle perplessità proprio nel giorno in cui chiede al Consiglio d’Europa di avviare una procedura di infrazione per eccesso di deficit rivolta a 7 Paesi Ue, tra cui l’Italia. “L’attribuzione di poteri aggiuntivi alle regioni in modo differenziato aumenterebbe anche la complessità istituzionale, con il rischio di maggiori costi sia per le finanze pubbliche che per il settore privato”, scrive l’esecutivo europeo. Avere discipline molto diverse tra le regioni, infatti, potrebbe aumentare l’impasse tra gli enti pubblici, che in Italia è già una zavorra. Basti pensare che a fine 2023 il Paese aveva speso meno dell’1% dei fondi strutturali 2021-2027 (Fesr e Fse+) dal valore totale di 42,2 miliardi.

I criteri di competenza

Il cuore del ddl Calderoli consiste nella possibilità di attribuire competenza esclusiva alle regioni su tutte le materie che, dopo la riforma del Titolo V del 2001, oggi sono di competenza concorrente e su tre materie che oggi sono di competenza esclusiva dello Stato.
L’attribuzione delle competenze, tuttavia, non è automatica ma necessita di una richiesta delle regioni e di un accordo con lo Stato secondo un meccanismo ancora evanescente: “Mentre il disegno di legge attribuisce specifiche prerogative al governo nei negoziati con le regioni, esso non fornisce alcun quadro comune di riferimento per valutare le richieste di competenze aggiuntive da parte delle regioni”, si legge nel documento della Commissione.
In base all’articolo 116 della Costituzione, la legge che dà maggiore autonomia alla regione che ne fa richiesta deve essere approvata “sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata”, ma anche un dossier della Camera ha fatto notare che questa formulazione ha “ampi margini interpretativi”.

La coesione dell’Ue e il rischio spaccatura in Italia

L’impatto dell’Unione europea sulla vita di circa mezzo miliardi di persone è aumentato costantemente. Tra i tanti strumenti che hanno reso tangibili gli effetti della politica comunitaria, ci sono i Fondi di Sviluppo e Coesione, indispensabili per non allargare le differenze territoriali che, in alcuni casi, si sono persino ridotti. Dal post-Covid, il Sud Italia ha contribuito notevolmente alla crescita dell’economia nazionale e si è collocato stabilmente al di sopra della crescita media Ue, come emerge dall’ultimo rapporto Svimez.

Questo è stato possibile anche grazie ai finanziamenti derivanti dallo Stato centrale e dall’Unione europea. Il rischio è che, con l’autonomia differenziata, la crescita del Sud venga troncata sul nascere. Nel 2023 gli investimenti pubblici sono cresciuti del 16,8% al Sud, contro il +7,2% del Centro-Nord e nel complesso delle regioni meridionali gli investimenti in opere pubbliche sono cresciuti da 8,7 a 13 miliardi tra il 2022 e il 2023 (+50,1% contro il +37,6% nel Centro-Nord).
Anche se le cause di questa crescita sono ancora da ricostruire, è quantomeno verosimile che il progressivo avanzamento degli investimenti del Pnrr e l’accelerazione della spesa dei fondi europei di coesione in fase di chiusura del ciclo 2014-2020 abbiano avuto un impatto importante sul Mezzogiorno.

In tal senso, Bruxelles ci tiene a sottolineare le buone iniziative portate avanti dal governo Meloni, quasi in antitesi rispetto all’autonomia differenziata di matrice leghista: “Alcune iniziative adottate a livello nazionale indicano un maggiore coordinamento centrale dell’azione politica, in particolare per il Sud. In generale una strategia industriale e di sviluppo per il Mezzogiorno migliorerebbe il valore aggiunto degli investimenti”, scrive la Commissione.

Ue, aumentare spesa pubblica al Sud rende efficienti gli investimenti

Una conferma arriva dalla spesa pubblica per incentivi alle imprese che è cresciuta molto meno al Sud, dove nel 2023 si è registrato il +16% contro il +26,4% del Centro-Nord. Questo gap dimostra la minore capacità del tessuto produttivo meridionale di assorbire gli investimenti, soprattutto per la minore presenza di grandi imprese, che sono le più pronte ad accogliere le richieste di ammodernamento tecnologico e digitale finanziate dal Pnrr. Il monito dell’Ue, invece, è chiaro: sostenere gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno (così come nelle altre aree meno sviluppate dell’unione) è l’unica strada per aumentare l’efficacia degli investimenti privati. 

La preoccupazione per le disparità regionali tra Centro-nord e Mezzogiorno torna più volte nel rapporto della Commissione che sottolinea ripetutamente la persistenza dei divari a più livelli, motivo per cui “resta cruciale accelerare l’implementazione dei programmi della politica di coesione di regioni e ministeri, insieme ad rafforzamento della capacità amministrativa, a livello nazionale e soprattutto a livello territoriale”.

Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in realtà, ha affermato principi simili presentando l’Accordo sottoscritto con la Regione Sicilia sui fondi di coesione da 6,8 miliardi di euro.
In quella occasione, Meloni ha sottolineato che il divario Nord-Sud dipende primariamente dalle differenze infrastrutturali, che l’Accordo di prefigge di colmare o, quantomeno, di ridurre.

I 6,8 miliardi di euro accordati alla Sicilia sono una quota dei 32,4 miliardi dell’Fsc 2021-2027 imputati alle Regioni e Province autonome. “Se aggiungiamo ulteriori finanziamenti da Comuni, Regione e altri fondi dello Stato che insistono su progetti inseriti in questo Accordo sono più o meno altri 2,9 miliardi, per una mole complessiva di investimenti di quasi 10 miliardi di euro”, ha detto Meloni.

Risorse preziose che arrivano dall’Unione, mentre Bruxelles boccia l’autonomia differenziata sia nella forma che, soprattutto, nella sostanza.

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