Per settant’anni l’Occidente ha avuto un centro di gravità quasi naturale: Washington. Anche quando gli alleati europei protestavano, anche quando parlavano di autonomia strategica, anche quando invocavano un ruolo più adulto dell’Unione europea, il presupposto restava lo stesso. Alla fine, nel momento della crisi, sarebbero stati gli Stati Uniti a tenere insieme il campo democratico. A Copenaghen un ex segretario generale della Nato ha provato a immaginare il contrario: un’alleanza di democrazie capace di agire anche quando gli Stati Uniti non guidano più, o quando diventano essi stessi parte del problema.
L’idea si chiama D7, dove la “D” sta per democrazie. A lanciarla è stato Anders Fogh Rasmussen, ex premier danese ed ex capo dell’Alleanza atlantica, oggi alla guida dell’Alliance of Democracies Foundation, l’organizzazione che promuove il Copenhagen Democracy Summit. L’edizione 2026 del vertice, convocata nella capitale danese, aveva già un titolo che suonava come una diagnosi: costruire un’alleanza delle democrazie in un nuovo disordine mondiale. Non più, dunque, l’ordine liberale del dopoguerra, con le sue regole imperfette ma riconoscibili. Non ancora un nuovo equilibrio. Piuttosto una fase intermedia, nervosa, in cui le potenze usano dazi, tecnologia, materie prime, rotte commerciali, piattaforme digitali e persino la fiducia nelle istituzioni come strumenti di pressione.
La proposta di Rasmussen è semplice da formulare e difficile da realizzare: riunire Unione europea, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud in un formato stabile di cooperazione economica e strategica. Non una Nato militare parallela, non un G7 duplicato, non un club di buone intenzioni. Almeno nelle intenzioni, il D7 dovrebbe essere una piattaforma operativa per difendere le democrazie dalla coercizione economica, ridurre le dipendenze critiche, coordinare standard tecnologici, sostenere investimenti nel Sud globale e reagire insieme quando una grande potenza usa il proprio peso commerciale per isolare o punire un Paese. La proposta è stata rilanciata alla vigilia del summit e indica proprio questi sette attori come possibili membri del nuovo formato.
L’Articolo 5 economico
Il cuore politico dell’idea sta in una formula presa in prestito dal vocabolario della difesa: un Articolo 5 economico. Il riferimento è alla clausola più famosa della Nato, quella secondo cui un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti. Trasposta sul terreno commerciale e industriale, la logica cambierebbe così: se una democrazia viene colpita da boicottaggi, restrizioni all’import, ritorsioni sui prodotti strategici, minacce sulle catene di fornitura o pressioni finanziarie, le altre non si limitano a esprimere solidarietà. Si coordinano per assorbire esportazioni, compensare perdite, diversificare forniture, adottare contromisure e rendere meno efficace la coercizione.
Nel mondo di oggi, una fabbrica di semiconduttori, un porto, una miniera di terre rare, un cavo sottomarino, una piattaforma digitale o una filiera farmaceutica possono valere quanto una base militare. Non sostituiscono i carri armati, ma determinano la capacità di una democrazia di non essere ricattabile. L’Alliance of Democracies ha già pubblicato un memorandum sul concetto di Articolo 5 economico contro la coercizione autoritaria, firmato da Rasmussen insieme a Ivo Daalder, ex ambasciatore statunitense presso la Nato.
Il bersaglio più evidente è la Cina. Negli ultimi anni Pechino ha mostrato di poter usare il proprio mercato, le forniture industriali e le materie prime come leve politiche. Ma il punto più delicato della proposta è un altro: il D7 non nasce solo per proteggersi dalle autocrazie. Nasce anche dal timore che gli Stati Uniti di Donald Trump possano non essere più il garante automatico dell’ordine democratico, e che in alcuni dossier possano usare strumenti di pressione anche verso Paesi alleati. Rasmussen ha presentato il D7 come un gruppo di “middle powers”, potenze medie abbastanza solide da non essere satelliti, ma non abbastanza forti da reggere da sole la pressione di un gigante economico.
Per decenni la domanda europea è stata: come convincere l’America a restare? Ora si aggiunge una domanda più scomoda: come organizzarsi se l’America non resta, o se resta in modo intermittente, condizionato, transazionale? Il D7 è una risposta ancora embrionale, ma fotografa un cambiamento di mentalità. Non più soltanto “democrazie contro autocrazie”. Piuttosto: democrazie senza garante.
Il test europeo
Nel D7 immaginato da Rasmussen, l’Ue siederebbe come un solo attore accanto a Regno Unito, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Sulla carta è una scelta logica: il mercato unico europeo è una delle maggiori potenze regolatorie e commerciali del pianeta. Bruxelles può fissare standard, imporre norme, negoziare accordi, sanzionare, finanziare tecnologie, coordinare acquisti, proteggere settori sensibili. In pratica, però, la domanda è sempre la stessa: chi decide per l’Europa quando la posta in gioco è geopolitica?
La Commissione può parlare di sicurezza economica, il Consiglio può approvare sanzioni, il Parlamento può spingere su diritti e trasparenza, gli Stati membri possono invocare autonomia strategica. Ma un meccanismo di difesa economica collettiva richiederebbe velocità, disciplina e disponibilità a pagare costi politici. Se un partner del D7 fosse colpito da una grande potenza, l’Europa sarebbe pronta ad assorbire esportazioni, imporre contromisure, accettare rincari, rinunciare a quote di mercato o proteggere una filiera strategica anche quando gli interessi nazionali divergono?
Il D7, così, costringe l’Ue a misurarsi con la propria ambizione di potenza. Negli ultimi anni Bruxelles ha costruito strumenti nuovi: screening degli investimenti, politiche industriali comuni, piani sulle materie prime critiche, norme sui semiconduttori, difesa commerciale, sanzioni coordinate. Ma spesso l’Europa si muove bene quando deve regolare e più lentamente quando deve rischiare. Il D7, se mai nascerà, chiederebbe proprio questo: trasformare il potere normativo europeo in deterrenza politica.
C’è poi il problema britannico. Il Regno Unito, fuori dall’Unione ma ancora dentro il campo democratico europeo, sarebbe nel D7 come membro autonomo. Per Londra potrebbe essere un modo di rientrare nei grandi tavoli occidentali senza passare da Bruxelles. Per l’Ue, invece, sarebbe un test di maturità: cooperare con il Regno Unito non come ex membro problematico, ma come partner necessario in un’architettura più larga. La stessa logica varrebbe con Giappone e Corea del Sud, democrazie asiatiche legate agli Stati Uniti ma esposte direttamente alla pressione cinese e nordcoreana. Australia e Nuova Zelanda porterebbero il Pacifico, il Canada il ponte nordamericano. Il risultato sarebbe un Occidente allargato, meno atlantico e più indo-pacifico, meno guidato da un solo centro e più costruito per reti.
Il prezzo dell’autonomia
Il rischio, naturalmente, è che il D7 resti una formula più evocativa che operativa. Negli ultimi anni le democrazie hanno moltiplicato i tavoli di coordinamento, soprattutto su tecnologia, sicurezza economica e Indo-Pacifico. Ma tra una dichiarazione comune e un meccanismo capace di scattare quando un Paese viene colpito da ritorsioni commerciali c’è una distanza enorme. Per colmarla servirebbero strumenti riconoscibili: procedure di risposta rapida, fondi comuni, accordi preferenziali, stock strategici, acquisti coordinati, protezione delle filiere, standard tecnologici condivisi e meccanismi di compensazione per i Paesi colpiti.
In altre parole, dovrebbe rendere conveniente la solidarietà. È questo il punto più difficile. Le democrazie sono brave a riconoscere i rischi quando sono generali, meno brave a ripartire i costi quando diventano concreti. Se un Paese perde accesso a un mercato, chi compra i suoi prodotti? Se una materia prima scarseggia, chi accetta di pagarla di più? Se una grande potenza minaccia dazi, chi risponde e con quale mandato? L’Articolo 5 economico è suggestivo perché promette automatismo. Ma proprio l’automatismo è ciò che le democrazie esitano a concedere, perché implica rinunciare a un pezzo di discrezionalità nazionale.
Eppure, la proposta di Copenaghen segnala qualcosa che va oltre la sua fattibilità immediata. Il vecchio patto occidentale si reggeva su una divisione implicita: gli Stati Uniti fornivano sicurezza, l’Europa forniva mercato e regole, gli alleati asiatici stavano dentro la cornice americana. Quel patto non è scomparso, ma non basta più a descrivere il presente. La sicurezza non è più solo militare, il mercato non è più neutrale, le regole non bastano se non c’è la forza per difenderle. In questo vuoto nasce l’idea di una Nato economica delle democrazie.
Non è detto che il D7 veda davvero la luce. Non è detto che i governi vogliano trasformare una proposta politica in un’istituzione. Non è detto che l’Europa riesca a parlare con una voce sola, né che Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda vogliano esporsi in un formato percepito come troppo assertivo verso Washington o Pechino. Ma il fatto che un ex capo della Nato proponga un’alleanza democratica pensata anche per compensare l’assenza di leadership americana è già una notizia politica.

