Nuovo scudo Ue sull’acciaio: accordo su quote ridotte e dazio al 50%

L’intesa tra Parlamento e Consiglio introduce un nuovo sistema anti-sovraccapacità con contingenti più bassi e tracciabilità più stretta
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operaio che taglia l'acciaio con una smerigliatrice

Il nuovo scudo europeo sull’acciaio prende forma con un accordo politico che stringe insieme difesa commerciale, politica industriale e controllo delle filiere. Europarlamento e Consiglio hanno trovato l’intesa sulla misura destinata a sostituire dal 1° luglio 2026 l’attuale regime di salvaguardia in vigore dal 2018: quote annuali di importazione senza dazio fissate a 18,3 milioni di tonnellate e dazio del 50% per i volumi che superano il tetto, oltre a un sistema più severo sulla tracciabilità dell’origine dell’acciaio. Il passaggio formale deve ancora arrivare, ma l’impianto politico è definito e conferma la scelta di Bruxelles di alzare il livello di protezione del mercato europeo.

La misura viene presentata dalle istituzioni come risposta diretta a un problema strutturale: la sovraccapacità globale. Nella proposta della Commissione si legge che l’eccesso produttivo mondiale è atteso a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, oltre cinque volte il consumo annuo dell’Unione. Sullo sfondo c’è una siderurgia europea che negli ultimi anni ha perso capacità produttiva, quote di mercato e occupazione, mentre l’orizzonte della decarbonizzazione impone investimenti pesanti in impianti, energia e tecnologie. L’accordo tra Europarlamento e Consiglio si colloca esattamente qui: non come semplice correzione tecnica del vecchio sistema, ma come nuovo quadro regolatorio pensato per reggere una pressione esterna considerata stabile e non più episodica.

Come cambia il regime europeo sull’acciaio

Il punto centrale dell’intesa è la riduzione del volume di acciaio che potrà entrare nel mercato europeo senza pagare dazi. Il nuovo tetto è fissato a 18,3 milioni di tonnellate l’anno per 30 categorie di prodotti siderurgici, con un dazio fuori quota del 50%. Il salto rispetto al sistema attuale è doppio. Da una parte la quota duty-free si restringe in misura significativa; dall’altra il prelievo oltre soglia raddoppia rispetto al 25% previsto dalla salvaguardia in vigore dal 2018. L’obiettivo indicato dalle istituzioni è rendere meno conveniente lo spostamento verso il mercato Ue di volumi respinti o limitati altrove e ridurre il rischio che l’Europa assorba una parte crescente dell’eccesso produttivo mondiale.

La Commissione spiega nella proposta che il livello complessivo delle quote è stato calcolato prendendo come riferimento la quota di mercato delle importazioni registrata nel 2013, pari a circa il 13%, applicata al consumo complessivo del mercato europeo nel 2024. Il totale che ne deriva è di 18.345.922 tonnellate l’anno. La scelta del 2013 non è casuale: Bruxelles lo considera l’ultimo anno non ancora segnato dagli effetti più forti della sovraccapacità globale, che avrebbero iniziato a deformare i flussi commerciali a partire dal 2014. In sostanza, il nuovo schema non fotografa il mercato com’è diventato sotto pressione, ma prova a riportare il peso dell’importazione su una base precedente all’accelerazione dell’eccesso mondiale.

Il perimetro merceologico è ampio e tocca le principali famiglie di prodotti della filiera siderurgica. Gli allegati alla proposta elencano 30 categorie, dai coils laminati a caldo e a freddo ai fogli rivestiti, dai prodotti inox alle vergelle, dai profilati ai tubi saldati e senza saldatura, fino al materiale ferroviario e alle barre di rinforzo. Le quote sono ripartite per categoria, con volumi molto differenti: oltre 5,1 milioni di tonnellate per la categoria 1A dei fogli e nastri laminati a caldo di acciai non legati e di altri acciai legati, 1,54 milioni per i laminati a freddo, 1,62 milioni per una delle categorie dei fogli rivestiti di metallo, poco meno di 1,2 milioni per le lamiere quarto, 844 mila tonnellate per le barre di rinforzo. Il dazio fuori quota resta uguale per tutte: 50%.

Un altro snodo della misura è il criterio di “fusione e colata”, destinato a incidere direttamente sulla tracciabilità. Il regolamento introduce l’obbligo di individuare il paese in cui l’acciaio è stato fuso e colato, cioè il luogo in cui il metallo è stato inizialmente prodotto in forma liquida e poi trasformato nel suo primo stato solido. L’obiettivo, scritto nella proposta, è impedire che acciaio originato in paesi che contribuiscono alla sovraccapacità globale entri nel mercato Ue dopo ulteriori lavorazioni effettuate altrove, cambiando formalmente origine commerciale ma non provenienza industriale sostanziale. La Commissione dovrà predisporre un atto di esecuzione specifico sui documenti richiesti agli importatori per dimostrare quel passaggio.

Il campo geografico della misura è largo. Il nuovo regolamento si applica alle importazioni da tutti i paesi terzi, con l’eccezione dei membri dello Spazio economico europeo per quanto riguarda il dazio fuori quota. Norvegia, Islanda e Liechtenstein restano però soggetti al requisito di tracciabilità sull’origine dell’acciaio. La proposta precisa, inoltre, che anche i paesi con cui l’Unione ha accordi di libero scambio rientreranno nel sistema dei contingenti tariffari, salvo la possibilità di attivare, dove previsto, salvaguardie bilaterali compatibili con i rispettivi accordi. È un passaggio che allarga il raggio operativo del regolamento e mostra la volontà di evitare zone grigie nel trattamento delle importazioni siderurgiche.

Anche la gestione amministrativa delle quote è costruita con una logica di controllo stretto. I contingenti saranno amministrati su base trimestrale e le quantità non utilizzate non saranno riportate al trimestre successivo. La Commissione avrà il compito di definire e aggiornare l’allocazione per paese tramite atti di esecuzione. Nella comunicazione politica diffusa dal Parlamento europeo si precisa inoltre che nell’assegnazione delle quote dovrà essere considerata l’origine dell’acciaio e che, nell’attuazione, andrà tenuto conto anche del sostegno all’Ucraina e del suo status di paese candidato. Il testo concordato prevede infine una revisione anticipata dopo sei mesi per valutare se ampliare il numero dei prodotti coperti dal regolamento.

Sovraccapacità globale e pressione sulle acciaierie europee

L’accordo va letto dentro un contesto industriale deteriorato che la Commissione descrive in termini molto espliciti. Nella relazione che accompagna la proposta si parla di un settore sotto pressione per volumi e prezzi delle importazioni, con impianti utilizzati ben al di sotto dei livelli considerati redditizi, investimenti rallentati o rinviati e una capacità crescente di paesi terzi di spingere acciaio verso il mercato europeo. Il documento segnala che diversi produttori europei hanno fermato progetti di acciaio verde, ritenuti necessari per restare competitivi e rispettare gli obiettivi di decarbonizzazione. Non è soltanto un problema di margini compressi: nella lettura di Bruxelles c’è un nesso diretto tra pressione commerciale e capacità dell’industria Ue di finanziare la transizione tecnologica.

Il quadro occupazionale e produttivo rafforza questa impostazione. La Commissione ricorda che la siderurgia europea impiega direttamente circa 300 mila persone e genera 2,5 milioni di posti di lavoro tra effetti indiretti e indotti. Nello stesso tempo segnala che dal 2008 il settore ha perso quasi 100 mila posti di lavoro diretti, pari a circa un quarto della forza lavoro. In un altro passaggio, riferito agli anni più recenti, la proposta registra oltre 30 milioni di tonnellate di capacità produttiva perse dal 2018, un utilizzo degli impianti sceso al 67% nel 2024 e circa 30 mila posti di lavoro cancellati nello stesso periodo, con ulteriori tagli annunciati nel 2024. Sono indicatori che spiegano perché la Commissione abbia escluso una proroga lineare dell’attuale salvaguardia e abbia scelto un regolamento autonomo, da collocare sul terreno della politica commerciale comune.

A spingere in questa direzione c’è anche la dimensione geopolitica. Nei testi della Commissione l’acciaio viene definito materiale fondamentale per l’economia dell’Unione, per la transizione verde e per il rafforzamento delle capacità militari e di difesa. Il piano d’azione per la siderurgia e la metallurgia adottato nel marzo 2025, richiamato nella proposta, collega la tenuta della produzione interna alla sicurezza economica europea e alla necessità di ridurre dipendenze da fornitori esterni in settori critici. La stessa Bussola per la competitività dell’Ue, adottata nel gennaio 2025, indica acciaio e metalli come area prioritaria d’intervento. L’accordo tra Parlamento e Consiglio si muove esattamente dentro questa cornice: industria di base, energia, difesa, commercio.

Un ulteriore elemento è il mutamento del contesto commerciale internazionale. La Commissione scrive che la situazione del settore è peggiorata anche in seguito all’introduzione di nuovi dazi statunitensi sulle importazioni di acciaio a partire da marzo 2025. Il rischio indicato è quello di una deviazione dei flussi verso l’Unione, già considerata un mercato relativamente aperto rispetto ad altri grandi poli produttivi. Da qui la scelta di portare il dazio fuori quota al 50%, motivata nel testo con il confronto con le barriere presenti in altri mercati chiave e con l’esigenza di ridurre il rischio di trade diversion. La misura si presenta quindi come risposta a due pressioni simultanee: l’eccesso globale di capacità e la chiusura crescente di altri sbocchi commerciali.

Sul piano giuridico Bruxelles sta cercando di blindare il nuovo impianto. La proposta si fonda sull’articolo 207 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, relativo alla politica commerciale comune, e non su una mera estensione delle salvaguardie del 2018, che scadranno il 30 giugno 2026. In parallelo la Commissione ha avviato i passaggi previsti dall’articolo XXVIII del Gatt per rinegoziare alcune concessioni tariffarie e garantire la compatibilità della misura con il quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio. Nella comunicazione politica successiva all’accordo, sia Commissione sia Parlamento insistono sul fatto che il nuovo regolamento è stato costruito per reggere questo scrutinio, senza rinunciare a un livello di protezione più alto.

Restano ora i passaggi formali di adozione da parte di Parlamento e Consiglio, insieme alla definizione degli atti di esecuzione sull’allocazione per paese delle quote e sulla documentazione necessaria per la “fusione e colata”. Sarà questa fase a determinare in concreto la portata della stretta: la distribuzione geografica dei contingenti, il livello di dettaglio richiesto agli importatori, la rapidità delle verifiche e l’eventuale ampliamento del campo di applicazione dopo la prima revisione. L’accordo politico ha già fissato l’architettura di fondo: meno spazio alle importazioni in franchigia, barriera più alta oltre soglia e controllo più stretto sull’origine industriale dell’acciaio che entra nel mercato europeo.