Si alza il livello dello scontro tra Donald Trump e (l’atlantista) Friedrich Merz. Dopo le parole del cancelliere tedesco, che lunedì aveva affermato che l’Iran “sta umiliando” gli Stati Uniti, il presidente americano ha prima risposto in modo piccato sostenendo che Merz “non sa di cosa parla”, e poi è passato alle minacce. “Valuto la riduzione delle truppe americane in Germania”, ha avvisato in un post pubblicato stanotte (per noi europei) su Truth Social.
Trump ha affermato che la sua amministrazione sta “studiando e valutando la possibile riduzione delle truppe in Germania” e che “una decisione verrà presa a breve”. Un avvertimento pesante, perché la presenza militare statunitense sul territorio tedesco rappresenta da decenni uno dei pilastri della difesa europea e della postura Nato nel continente.
La Germania, come ricorda il New York Times, è il perno della presenza americana in Europa, ospitando circa 35mila soldati statunitensi. Inoltre, su suolo teutonico hanno sede il quartier generale dello United States European Command e dello United States Africa Command, la base aerea di Ramstein e il l’ospedale Landstuhl Regional Medical Center. Per fare un confronto, l’Italia ospita 12mila soldati americani e il Regno Unito circa 10mila.
Trump può ritirare le truppe e/o uscire dalla Nato?
Un eventuale ritiro, o anche una riduzione significativa del contingente, avrebbe un impatto diretto non solo sui rapporti tra Washington e Berlino, ma anche sugli equilibri della Nato. Indebolirebbe la sicurezza tedesca, complicherebbe la logistica militare americana in Europa e manderebbe un nuovo segnale di instabilità agli alleati, già alle prese con le tensioni provocate dalle mire espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, con le accuse di non collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz e con i ripetuti attacchi del tycoon alla Nato, che considera “inutile” e dalla quale minaccia di uscire.
Quest’ultima mossa è comunque considerata improbabile dagli analisti, per via di una legge del 2024, peraltro sostenuta dall’attuale segretario di Stato americano Marco Rubio, che richiede l’approvazione dei due terzi del Senato o un atto specifico del Congresso per ritirarsi dalla Nato. In questo quadro, togliere le truppe dall’Europa sarebbe un escamotage che svuoterebbe di senso l’Alleanza senza doverne uscire in modo formale. Ma va considerato che spostare o ridimensionare il contingente sarebbe complesso anche sul piano operativo: in Germania si concentrano basi, comandi, strutture sanitarie, centri logistici e infrastrutture difficilmente replicabili altrove in tempi rapidi.
Non mancano poi gli ostacoli politici interni, come Trump ha già potuto sperimentare durante il suo primo mandato, quando ordinò il ritiro di 12mila soldati proprio dalla Germania. Il Congresso si oppose e il Pentagono non riuscì a completare il piano prima dell’insediamento del democratico Joe Biden, che lo bloccò. Anche oggi una simile iniziativa rischierebbe di incontrare resistenze a Capitol Hill, dove diversi esponenti repubblicani hanno già criticato decisioni prese senza consultare il Congresso, come il ritiro di mille soldati dalla Romania.
Merz rintuzza: “Partenariato transatlantico affidabile”
In ogni caso, vista la reazione del capo della Casa Bianca, Merz ha cercato di rintuzzare l’offensiva, sebbene indirettamente, e dopo una visita alla Bundeswehr, ha fatto riferimento a un “partenariato transatlantico affidabile” e ha sottolineato gli sforzi del governo verso un impegno sempre maggiore in campo militare, puntando sulla necessità di riformare l’esercito in modo che sia in grado di “combattere stasera”. Il cancelliere ha anche ribadito l’importanza di una Nato “forte e unita” grazie alla collaborazione tra i suoi membri (tra cui, appunto, gli Usa). Poi è tornato sull’Iran, esortando Teheran a riprendere i negoziati invece di tenere in ostaggio il mondo.
In conferenza stampa a Berlino ha poi assicurato che “dal mio punto di vista, il rapporto personale tra il presidente americano e me rimane buono come prima”. E sull’Iran ha corretto il tiro, chiedendo che il “conflitto venga risolto”.
Politico segnala anche un paradosso: mentre i rapporti tra le amministrazioni peggiorano, la cooperazione militare tra i due Paesi continua a rafforzarsi. A partire da ottobre, un colonnello americano entrerà nelle strutture di comando dell’esercito tedesco come vice capo della Divisione Operazioni, in un ruolo legato alla pianificazione delle missioni. Secondo l’esercito teutonico, l’obiettivo è “approfondire ulteriormente la cooperazione tedesco-americana e ottimizzare la capacità operativa congiunta all’interno della Nato”.
Cosa era successo
Lo scontro tra Washington e Berlino nasceva dalle dichiarazioni di Merz sulla gestione americana del conflitto. Parlando in una scuola a Marsberg, il cancelliere aveva sostenuto che “un’intera nazione viene umiliata dalla leadership iraniana“, che gli Stati Uniti si trovano in difficoltà nei negoziati e che “gli iraniani sono evidentemente molto abili nel negoziare, o meglio, molto abili nel non negoziare: gli americani si recano a Islamabad per poi ripartire senza alcun risultato”.
Il cancelliere aveva poi aggiunto una critica più ampia: “Gli americani, evidentemente, non hanno una strategia. Il problema di questi conflitti è che non bisogna solo entrarci, ma anche uscirne. Lo abbiamo visto a nostre spese in Afghanistan per 20 anni. Lo abbiamo visto in Iraq. Al momento non vedo quale via d’uscita strategica gli americani stiano scegliendo”. La situazione, ha aggiunto, è “piuttosto complicata” e “ci sta costando un sacco di soldi” a causa della crisi energetica scatenata dalla chiusura dello Stretto Hormuz.
Per Trump, che dall’inizio delle operazioni rivendica i successi militari americani e una sostanziale vittoria sul campo, quelle parole sono state un affronto. La replica, aspra, è arrivata su Truth Social: “Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa sta parlando! Se l’Iran avesse un’arma nucleare, il mondo intero sarebbe in ostaggio. Io sto facendo qualcosa con l’Iran, proprio ora, che altre nazioni o presidenti avrebbero dovuto fare molto tempo fa. Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti“.
