“Sospendiamo la legislazione Ue per dodici mesi”: la richiesta di undici Paesi (tra cui l’Italia)

Claudia Bauer, ministra austriaca per l'Europa, annuncia il documento che sarà presentato a Bruxelles
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Claudia bauer
La ministra austriaca per l'Europa, l'integrazione e la famiglia, Claudia Bauer (Facebook)

“Abbiamo bisogno di un po’ meno conversazione e un po’ più di azione”: Claudia Bauer, ministra austriaca per l’Europa, l’integrazione e la famiglia, cita Elvis Presley per chiedere all’Ue di sospendere la legislazione per dodici mesi.

“Non possiamo continuare a presentare nuove proposte legislative quando le regole esistenti non sono state completamente attuate”, spiega Bauer a Brussels Playbook, il podcast mattutino di Politico, dove presenta il piano per “un anno di semplificazione“.
La ministra austriaca ha anticipato il contenuto di un documento visionato dalla testata statunitense e firmato da undici Paesi: oltre all’Austria capofila, Italia, Germania, Polonia, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Lituania, Portogallo e Ungheria chiedono a Bruxelles di cambiare approccio sulla regolamentazione.

“Quella che stiamo facendo ora è principalmente una semplificazione ex-post“, afferma la ministra sottolineando che “il fatto di avere una nuova legislazione e poi tutta una serie di altri atti per semplificarla non può diventare la norma. La semplificazione dovrebbe iniziare prima che la legislazione venga adottata”, evidenzia. Il problema non sono i pacchetti omnibus della Commissione, che, sottolinea la ministra Bauer, “sosteniamo pienamente”, ma non sono sufficienti per cambiare il sistema europeo.

Cosa chiedono gli undici Paesi

Sotto la guida di Vienna, gli undici Paesi chiedono che qualsiasi proposta di legge proveniente dalla Commissione europea venga valutata in base alla capacità di rafforzare la competitività economica dell’Unione. Solo dopo, sostengono i firmatari, l’iter legislativo può continuare. Secondo il piano, tutti i nuovi regolamenti sarebbero soggetti a una revisione d’impatto ogni cinque anni e Bruxelles deve dedicare un anno intero al bilancio delle leggi attuali e all’attuazione di ciò che è già in vigore.

Nella bozza del documento, visionata da Politico, si legge che: “Un tale sforzo non dovrebbe essere visto come una deregolamentazione, ma come un esercizio di profonda pulizia legislativa”.

“Non possiamo continuare a presentare nuove proposte legislative quando le regole esistenti non sono state completamente attuate”, chiosa la ministra Bauer.

La semplificazione dell’Ue non basta

La semplificazione normativa dell’Ue ha preso una svolta decisiva all’inizio del 2025, quando la Commissione europea ha iniziato a presentare una serie di dodici pacchetti legislativi mirati, noti come “omnibus”, con il preciso obiettivo di tagliare i costi amministrativi e ridurre gli obblighi di rendicontazione del 25% per le aziende e del 35% per le Pmi entro la fine del mandato (2029).

Questa iniziativa è nata sotto la pressione crescente del mondo industriale e delle forze politiche di centro-destra, che hanno chiesto a gran voce di alleggerire il “red tape” (la burocrazia) al fine di tutelare la competitività economica continentale di fronte al monumentale carico normativo ereditato dalla precedente stagione del Green Deal. La guerra commerciale con gli Usa di Donald Trump ha accelerato questo processo di semplificazione normativa.

Sebbene il Parlamento e il Consiglio dell’Ue abbiano progressivamente negoziato e approvato specifici interventi di snellimento in settori chiave come la finanza sostenibile, il digitale, l’ambiente e l’agricoltura, il meccanismo ha generato una forte polarizzazione politica. Da un lato, le associazioni ambientaliste e le coalizioni progressiste hanno accusato le istituzioni di camuffare una pericolosa deregolamentazione dietro la parola d’ordine della semplificazione, rischiando di indebolire le tutele sociali, la privacy e i target climatici.

Dall’altro lato, il fronte guidato dalla Ministra per l’Europa austriaca Claudia Bauer e sostenuto da altri dieci governi nazionali considera questi sforzi strutturalmente insufficienti per risolvere il cronico ritardo degli Stati nell’attuare le leggi già in vigore. Da qui la proposta di un’attenzione preventiva sulla reale sostenibilità economica di ogni futura norma europea.

I pacchetti omnibus dell’Ue

L’esecutivo europeo ha avviato un piano strutturale per tagliare gli obblighi di rendicontazione del 25% per tutte le imprese e del 35% per le Pmi entro il 2030. Le misure concrete attualmente al vaglio o in fase di progressivo roll-out includono:

  • Semplificazione della Sostenibilità (Omnibus I): è il pacchetto più corposo. Prevede una forte revisione della direttiva Csrd (rendicontazione della sostenibilità) e della Cs3d (due diligence aziendale). La Ue sta esaminando l’esenzione dagli audit più severi per alcune categorie e l’introduzione di criteri di “materialità”, che consentirebbero alle aziende di omettere i dati sulle attività che incidono per meno del 10% sul fatturato;
  • Tutela delle Pmi (effetto cascata): meccanismi per evitare che le normative stringenti applicate alle grandi aziende si riversino automaticamente sulle piccole imprese della filiera, soffocandone la competitività;
  • Semplificazione delle regole sull’Ai e sulla chimica: proposte mirate ad alleggerire gli oneri burocratici legati all’applicazione dell’Ai Act e alle autorizzazioni per i prodotti chimici. In questo contesto, la Commissione ha annunciato un rinvio di sedici mesi per l’applicazione delle norme dell’Ai Act relative ai sistemi ad alto rischio, spostando la data limite da agosto 2026 a dicembre 2027;
  • Sicurezza alimentare: un piano per accorpare e snellire oltre dieci regolamenti obsoleti su alimenti e mangimi.

Il gap di attuazione sulle regole esistenti

Gli undici Paesi chiedono un anno di sospensione legislativa per colmare il “gap di attuazione” (implementation gap) tra le direttive approvate a Bruxelles e il recepimento in leggi nazionali da parte degli Stati membri. Questo fenomeno è noto come “gold planting“: spesso i Ventisette, nel recepire una direttiva Ue, vi aggiungono ulteriori micro-regole nazionali, appesantendo la burocrazia originaria e frammentando il mercato unico.

In particolare, gli Stati europei fanno fatica ad integrare nei propri ordinamenti le monumentali direttive green dell’Ue a causa della complessità tecnica e degli elevati costi amministrativi. A causa di queste difficoltà, molti Paesi membri accumulano ritardi significativi nell’applicazione delle scadenze europee, subendo procedure di infrazione che paralizzano l’efficienza economica del singolo Paese e del blocco.

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