I Paesi Bassi spostano 86 tonnellate d’oro dagli Usa a Londra. E l’Italia?

Dietro la scelta olandese ci sono liquidità, geopolitica e gestione del rischio
5 ore fa
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Lingotti d'oro
Lingotti d'oro (Canva)

I Paesi Bassi hanno spostato circa 86 tonnellate delle proprie riserve auree dagli Stati Uniti e dal Canada verso Londra. Una decisione che la banca centrale olandese, De Nederlandsche Bank (Dnb), lega esplicitamente alla crescente instabilità geopolitica e alla necessità di poter utilizzare più rapidamente l’oro in caso di “una grave crisi”.

Non si tratta di una vendita delle riserve né di un abbandono degli Stati Uniti. La quantità complessiva di oro posseduta dalla banca centrale olandese è rimasta invariata: 612,4 tonnellate, che alla fine del 2025 valevano circa 72,2 miliardi di euro. È cambiato il luogo nel quale una parte di questo patrimonio viene custodita.

Il governatore Olaf Sleijpen ha spiegato che l’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta della banca centrale a eventi estremi: “Ci aspettiamo di non doverlo usare mai ma abbiamo bisogno di rafforzare la nostra resistenza“.

Ma di fatto la geopolitica entra tra i criteri di valutazione delle banche centrali.

Da New York e Ottawa a Londra

L’operazione si è svolta tra marzo e agosto 2026 e ha riguardato parte delle quasi 313 tonnellate che i Paesi Bassi conservavano complessivamente negli Stati Uniti e in Canada. Dopo l’operazione, la quota dell’oro olandese detenuta a Londra è salita al 32,1%, mentre Stati Uniti e Canada sono scesi entrambi al 18,5%. La quota conservata nei Paesi Bassi è rimasta invariata al 30,8%.

Non dobbiamo però immaginare decine di tonnellate di lingotti caricate su un aereo e trasferite da un caveau all’altro. Dnb spiega che gran parte dell’operazione è avvenuta finanziariamente. In pratica, circa 59 tonnellate di oro sono state vendute a New York e contemporaneamente ricomprate a Londra. Altre 27 tonnellate circa sono state invece trasferite fisicamente dagli Stati Uniti e dal Canada nei Paesi Bassi; una quantità equivalente di oro già presente nei Paesi Bassi e conforme agli standard internazionali è stata poi portata a Londra. In questo modo la banca centrale ha ridotto i rischi e i costi logistici dell’operazione.

Perché proprio Londra

La ragione principale dello spostamento è la possibilità di trasformare rapidamente l’oro in uno strumento utilizzabile sul mercato. Dnb lo spiega nella sua nota: in una situazione di emergenza, le riserve presenti a New York e Ottawa non potrebbero essere utilizzate con la stessa rapidità e immediatezza di quelle disponibili a Londra. Nella sua nota l’istituto parla infatti di migliorare “liquidità e negoziabilità delle riserve auree“. Inoltre, una distribuzione più equilibrata di tali riserve tra Nord America, Regno Unito e Paesi Bassi contribuisce a diversificare i rischi e a renderle più facilmente disponibili in caso di crisi.

E per questo scopo l’oro custodito presso la Bank of England è ottimale: è conforme agli standard internazionali di mercato e può essere comprato, venduto o utilizzato con maggiore facilità rispetto a lingotti conservati in altre sedi.

E l’Italia?

Anche l’Italia segue il principio di diversificazione del rischio. Roma possiede 2.452 tonnellate d’oro (per un valore di circa 289,2 miliardi di euro a fine 2025): il 45% a Roma e il 55% diviso tra Stati Uniti 43,29%, Svizzera (6,09%) e Regno Unito (5,76%). Quindi quasi metà dell’oro italiano è a New York, presso la Federal Reserve.

La Banca d’Italia spiega che questa distribuzione risponde sia a ragioni storiche, in quanto molti lingotti si trovano nei luoghi nei quali furono originariamente acquistati, sia per l’appunto a una strategia di diversificazione del rischio. Inoltre, come indicato dalla banca centrale olandese, custodire una parte dell’oro nei principali mercati finanziari permette di utilizzarlo rapidamente, evitando costi e tempi necessari per trasferire fisicamente i lingotti.

Certamente potremmo chiederci se sia il caso anche per noi di ‘diversificare’ maggiormente, considerando che gli aspetti geopolitici sono di fatto entrati tra i criteri di valutazione delle banche centrali. Tecnicamente è possibile, perché nessuna disposizione impone di mantenere l’oro negli Stati Uniti. Non sarebbe però una decisione del governo: la gestione delle riserve spetta alla Banca d’Italia, nell’ambito delle regole dell’Eurosistema e della Banca centrale europeo. Neppure la norma inserita nella legge di Bilancio 2026, secondo cui le riserve auree appartengono al “Popolo italiano“, ha modificato la gestione operativa o la localizzazione dell’oro, come ha chiarito a marzo il governatore Fabio Panetta.

Ricordiamo che la Francia non detiene più alcuna riserva aurea negli Usa dal 2025, con la vendita delle ultime 129 tonnellate conservate a New York, cui è seguito l’acquisto di una quantità equivalente di oro in Europa. C’è poi il caso della Germania che tra il 2013 e il 2017 ha spostato a Francoforte 300 tonnellate detenute a New York e 374 tonnellate a Parigi. Berlino comunque mantiene ancora negli Usa quasi il 37% delle proprie riserve.

Allargando lo zoom, tuttavia, si può scorgere una tendenza: un sondaggio del 2026 del World Gold Council, rileva che il 10% delle banche centrali ha dichiarato di aver diversificato nell’ultimo anno i luoghi di custodia delle riserve all’estero, contro il 2% dell’indagine precedente, e un altro 9% pensa di farlo nei prossimi dodici mesi. La nuova reputazione degli Usa potrebbe diventare un fattore da considerare.

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