Lettonia, cade il governo dei droni: perché le dimissioni di Siliņa preoccupano l’Europa

La premier Evika Siliņa lascia dopo lo scontro sul ministro della Difesa e sugli incidenti di droni ucraini finiti in territorio lettone
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Evika Siliņa, ex premier lettone - immagine di repertorio (Ipa/Fotogramma)

La guerra in Ucraina ha fatto cadere un governo europeo senza passare dal fronte. È successo a Riga, dove la premier lettone Evika Siliņa ha annunciato le dimissioni dopo aver perso la maggioranza parlamentare. A innescare la crisi non è stato un voto sul bilancio, né una classica rottura ideologica tra partiti di coalizione, ma un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato da manuale tecnico-militare: la gestione di alcuni droni ucraini finiti nello spazio aereo lettone e precipitati nel Paese baltico.

Il caso è politicamente sensibile perché la Lettonia non è un Paese qualsiasi sulla mappa europea. È membro dell’Unione europea e della Nato, confina con Russia e Bielorussia e da anni vive la sicurezza nazionale come una questione quotidiana. Ogni incidente nello spazio aereo baltico, anche quando non nasce da un attacco diretto contro Riga, viene letto dentro una cornice più larga: la vulnerabilità del fianco orientale dell’Alleanza, la guerra elettronica russa, la capacità di intercettare oggetti ostili o fuori rotta, la tenuta politica di Paesi che vivono a contatto con la minaccia.

La sequenza è stata rapida: alcuni droni ucraini, diretti verso obiettivi russi, sono entrati in territorio lettone passando dalla Russia. Secondo la ricostruzione ucraina, potrebbero essere stati deviati da sistemi russi di guerra elettronica. Uno degli episodi ha riguardato un sito di stoccaggio di carburante, senza vittime, ma con un forte impatto politico. La premier Siliņa ha accusato il ministro della Difesa Andris Sprūds di non aver garantito una risposta abbastanza tempestiva, sostenendo che i sistemi anti-drone non fossero stati dispiegati con la rapidità necessaria. Sprūds, esponente dei Progressisti, si è dimesso. Il suo partito ha ritirato l’appoggio alla coalizione. A quel punto il governo ha perso la maggioranza e la premier ha lasciato l’incarico.

Il drone come crisi di governo

La storia lettone mostra quanto sia cambiata la natura della sicurezza europea. Un drone fuori rotta non è solo un oggetto volante, e neppure soltanto un incidente militare. Può diventare una prova di affidabilità dello Stato, una domanda sulla prontezza della difesa, un test sulla fiducia nei ministri, un detonatore per coalizioni già fragili.

Nel caso di Riga, il punto non era soltanto stabilire chi avesse lanciato i droni o perché fossero entrati nello spazio aereo lettone. Il punto era capire se il governo avesse reagito nel modo giusto. Per un Paese baltico, la gestione del cielo è una questione esistenziale. La Lettonia sa di essere osservata da Mosca e sa anche che ogni esitazione può avere un costo politico interno. La frontiera orientale della Nato non è una linea astratta sulle mappe: è fatta di radar, basi, depositi, infrastrutture energetiche, villaggi, allarmi, procedure e decisioni da prendere in pochi minuti.

La caduta di Siliņa arriva inoltre a pochi mesi dalle elezioni parlamentari previste per ottobre. Questo rende la crisi ancora più delicata. Il presidente Edgars Rinkēvičs dovrà consultare i gruppi parlamentari e verificare se esistano le condizioni per formare un nuovo governo o per accompagnare il Paese verso il voto con un esecutivo di transizione. In ogni caso, la politica lettone entra in una fase di instabilità proprio mentre il dossier sicurezza resta il più sensibile dell’agenda nazionale.

La coalizione guidata da Siliņa era già attraversata da tensioni interne. Ma il caso dei droni ha dato alla crisi una forma nuova, più europea e più inquieta. Non è solo una disputa tra partiti lettoni. È il sintomo di una pressione che la guerra in Ucraina esercita sui Paesi confinanti e su quelli più esposti alla Russia.

Perché Riga riguarda Bruxelles

La crisi lettone non cambia, almeno nell’immediato, la linea strategica del Paese. Riga resta uno dei sostenitori più convinti dell’Ucraina, una delle capitali più dure verso Mosca e uno dei governi che da anni chiedono più presenza Nato sul fianco orientale. Ma proprio per questo le dimissioni di Siliņa pesano oltre i confini nazionali: mostrano quanto la guerra in Ucraina possa produrre instabilità politica anche nei Paesi europei più determinati a contenerla.

Per l’Unione europea, il caso lettone è un promemoria scomodo. La sicurezza del continente non si misura più soltanto nelle grandi decisioni prese a Bruxelles o nei vertici Nato, ma anche nella capacità di uno Stato membro di reagire a un oggetto fuori rotta, a una violazione dello spazio aereo, a un incidente che non è ancora guerra diretta ma non è più semplice cronaca militare. È in questa zona grigia che si gioca una parte crescente della sicurezza europea: droni, interferenze elettroniche, sabotaggi, infrastrutture critiche, errori di traiettoria, comunicazioni pubbliche da gestire in tempo reale.

Il punto, per Bruxelles, non è sostituirsi a Riga nella gestione della crisi politica. È capire che il fianco orientale dell’Ue vive in una condizione diversa dal resto del continente. Per Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia e Finlandia, la guerra non è un evento lontano da finanziare o commentare: è un rischio di prossimità, con effetti sullo spazio aereo, sulle infrastrutture, sulla politica interna e sulla fiducia dei cittadini nello Stato. Quando un drone cade in Lettonia, il problema non è solo lettone; riguarda la credibilità dell’intera architettura europea di sicurezza.

La vicenda arriva mentre l’Ue discute di riarmo, industria della difesa, scudo anti-drone, acquisti comuni e protezione delle infrastrutture critiche. Ma la crisi di Riga ricorda che la difesa europea non è fatta solo di grandi piani pluriennali. È fatta anche di procedure, radar, catene di comando, sistemi anti-drone, comunicazioni tra ministeri, capacità di allertare la popolazione e rapidità nel distinguere un incidente da una provocazione.

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