Ungheria-Russia, il caso Szijjártó: “Informava Lavrov in tempo reale delle discussioni europee”

L’indiscrezione del Washington Post apre una crisi di fiducia a Bruxelles, mentre crescono i sospetti di interferenze sulle elezioni ungheresi del 12 aprile: un rapporto dei servizi russi ipotizzerebbe un finto attentato ad Orban per ribaltare lo svantaggio
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Peter Szijjarto
Peter Szijjarto (Ipa/Fotogramma)

Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe informato costantemente il suo omologo russo Sergey Lavrov di quello che si discuteva durante gli incontri dell’Unione europea, aggiornandolo in tempo reale. L’indiscrezione, riportata dal Washington Post sulla base di testimonianze di funzionari della sicurezza europea, descrive un meccanismo consolidato da anni. Durante le pause del riunioni del Consiglio, Szijjártó avrebbe telefonato più volte a Lavrov per riferire contenuti, posizioni emerse e possibili sviluppi negoziali, in pratica rendendo Mosca “presente” al tavolo. E c’è altro: secondo un rapporto attribuito a un’unità del servizio di intelligence estero russo (SVR), visionato sempre dal quotidiano americano, i servizi segreti della Federazione avrebbero valutato un finto attentato al premier Orbán per fargli riguadagnare consenso in vista del voto del 12 aprile.

Cominciamo con i sospetti che gravano sul ministro degli Esteri ungherese, che dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha anche intensificato i rapporti diretti con Mosca, effettuando numerose visite ufficiali e incontrando Vladimir Putin: un’attività diplomatica in netto controtendenza rispetto alla linea prevalente del blocco, ovvero quella di isolare il Cremlino.

Il rapporto tra Budapest e il Cremlino non si limiterebbe a questi contatti. Secondo diversi funzionari, attuali ed ex, citati ancora dal Washington Post, la Russia avrebbe beneficiato anche di vulnerabilità strutturali nei sistemi di Budapest, inclusi attacchi informatici che avrebbero colpito il ministero degli Esteri stesso.

La smentita di Budapest e le reazioni europee

Szijjártó ha respinto le accuse, definendole prive di fondamento e riconducibili a narrazioni complottiste “più assurde di qualsiasi altra mai vista prima”. Tuttavia, a Bruxelles il clima è ben diverso. Molti diplomatici europei hanno fatto intendere che i sospetti sui rapporti tra Ungheria e Russia fossero già diffusi da tempo.

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha esplicitato questa posizione, affermando in un post su X che la cosa “non dovrebbe sorprendere nessuno. Abbiamo avuto i nostri sospetti al riguardo da molto tempo. È uno dei motivi per cui prendo la parola solo quando è strettamente necessario e dico solo il necessario”.

Crisi di fiducia e diplomazia “parallela”

Le conseguenze più immediate di un tale sospetto riguardano il funzionamento stesso della diplomazia europea. Secondo diversi funzionari, la possibilità che informazioni sensibili possano essere condivise con Paesi terzi ha portato a una progressiva riduzione dei formati inclusivi. Sempre più spesso, le decisioni strategiche vengono discusse in gruppi ristretti come il formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito), l’E4 (con la Polonia) o la Joint Expeditionary Force (10 Paesi Ue più il Regno Unito), proprio per evitare di metterne a parte l’Ungheria.

A rendere più complessa la situazione contribuisce anche un vuoto normativo: l’Unione europea non dispone di un sistema chiaro e vincolante per definire cosa costituisca informazione riservata né di strumenti efficaci per sanzionare eventuali violazioni. In pratica, la diffusione di informazioni sensibili non comporta automaticamente conseguenze legali.

Nel frattempo, riporta Politico, Bruxelles ha iniziato a limitare la condivisione di documenti riservati con Budapest. Una misura informale ma che segnala il livello di sfiducia raggiunto. Oggi la Commissione ha definito le notizie “molto preoccupanti” e ha chiesto chiarimenti ufficiali al governo ungherese. Tuttavia, appare improbabile che arrivi una risposta strutturata.

Nonostante la gravità delle accuse, il Consiglio europeo non ha avviato indagini formali. Una scelta che, secondo fonti diplomatiche, sarebbe legata anche alla volontà di non fornire al premier magiaro materiale per portare avanti la sua campagna elettorale in vista del voto del 12 aprile, già incentrata da parte sua su euroscetticismo e attacchi all’Ue e all’Ucraina.

Un attentato simulato, per favorire Orbán

Per la prima volta in 16 anni, infatti, i sondaggi danno Orbán in svantaggio di oltre 10 punti rispetto al suo avversario, Peter Magyar. Il progressivo calo di consenso attorno al premier uscente avrebbe acceso un campanello d’allarme a Mosca, dove è considerato un alleato strategico all’interno di Nato e Unione europea. Come anticipato, un rapporto attribuito a un’unità del servizio di intelligence estero russo ipotizza l’adozione di misure estreme per ribaltare l’andamento della campagna elettorale, in una strategia definita “Gamechanger”.

Tra le opzioni discusse vi sarebbe la messa in scena di un attentato contro lo stesso Orbán, con l’obiettivo di spostare il dibattito politico dalle difficoltà economiche a temi emotivi come sicurezza e stabilità istituzionale. Gli stessi funzionari evidenziano un diffuso malcontento nel Paese, superiore al 50% sia nelle aree urbane sia in quelle rurali tradizionalmente favorevoli al partito del primo ministro, Fidesz.

Sebbene non si siano verificati attacchi reali, il precedente dell’attentato fallito contro Donald Trump nel 2024 viene citato come esempio dell’impatto politico che eventi simili possono generare. Parallelamente, il rapporto suggerirebbe una linea narrativa per rafforzare Orbán, presentandolo come garante della pace e contrapponendolo a un’opposizione descritta come allineata alle posizioni belliche dell’Ue. In questo quadro, secondo fonti occidentali, non si esclude un coinvolgimento russo anche in operazioni di influenza più ampie, fino alla possibile delegittimazione del processo elettorale.

Il sostegno internazionale a Orbán

Ma Mosca non è l’unico sostenitore di Orbán. Ci sono anche gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che ha inviato all’edizione ungherese del Conservative Political Action Committee (Cpac), sabato a Budapest, un videomessaggio per ribadire il suo sostegno “completo e totale”. A febbraio, il segretario di Stato Marco Rubio ha visitato Budapest e garantito aiuto in caso di difficoltà economiche del Paese, ma solo se vincerà l’attuale premier. Il successo di quest’ultimo, “è il nostro successo“, ha sottolineato in quell’occasione. Mentre il vicepresidente americano JD Vance è atteso nella capitale per una visita di sostegno.

Sostegno anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e da figure della destra radicale europea, a partire dallo slovacco Robert Fico a dal ministro dei Trasporti italiano Matteo Salvini.

Delicato poi il caso della Polonia, divisa tra il premier Tusk, come abbiamo visto contrario a Orbán, e il presidente Karol Nawrocki, che oggi si è recato a Budapest per fornire invece il proprio appoggio.

Spie ungheresi: non è la prima volta

Il caso attuale si inserisce in una storia più ampia di tensioni legate alla sicurezza e all’intelligence. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno alimentato i sospetti nei confronti di Budapest. Tra questi, l’arresto nel 2014 dell’eurodeputato Béla Kovács, accusato di collaborare con i servizi russi, rappresenta uno dei precedenti più rilevanti. Più recentemente, indagini su cyberattacchi hanno evidenziato la vulnerabilità delle infrastrutture ungheresi a operazioni di intelligence straniere. In ambito Nato ed europeo, più fonti hanno segnalato difficoltà nel condividere informazioni sensibili con l’Ungheria, proprio per il timore di fughe verso Mosca.

Un caso è poi scoppiato lo scorso ottobre, quando un’inchiesta giornalistica ha coinvolto il commissario alla Salute Olivér Várhelyi. Secondo le ricostruzioni dei media, un agente segreto ungherese, identificato come ‘V.’, avrebbe operato travestendosi da diplomatico in forza nella rappresentanza permanente dell’Ungheria presso l’Ue, all’epoca guidata proprio da Várhelyi. V. avrebbe cercato di ottenere informazioni sensibili e di reclutare personale all’interno della Commissione, anche se in modo così plateale da venire presto smascherato. Alla Commissione che chiedeva spiegazioni, Várhelyi ha risposto di non saperne niente. Sulla questione non è stata fatta ancora piena luce.

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