Proclami a parte, la guerra in Iran non va come previsto dal presidente Usa Donald Trump. Dopo le richieste di aiuto ai Paesi europei e persino alla Cina, il Pentagono chiede 200 miliardi di dollari al Congresso per proseguire l’operazione Epic Fury. Circa un quarto del budget del Dipartimento della Difesa (o della Guerra, come rinominato dal tycoon) per tutto il 2026, pari a 838 miliardi di dollari.
Pete Hegseth, il capo del Pentagono, dice che queste risorse aggiuntive serviranno “per uccidere i cattivi”, contraddicendo almeno in parte il suo presidente, che il 3 marzo rivendicava di aver annientato il regime di Teheran in poche ore. In occasione del bilaterale con il cancelliere tedesco Merz alla Casa Bianca, il tycoon dichiarava sugli iraniani: “Non hanno una marina militare, non hanno un’aeronautica, non hanno sistemi di rilevamento aereo, i loro radar sono stati distrutti. Di fatto tutto è stato distrutto”.
I 200 miliardi di dollari chiesti dal Dipartimento della Guerra, però, raccontano una storia diversa: questa guerra può durare almeno 100 giorni, molto più delle 4-6 settimane annunciate dall’inquilino della Casa Bianca.
Guerra in Iran, quanto durerà ancora?
La richiesta dei fonti extra parte da chi, lontano dai palcoscenici, la guerra la vive davvero, ovvero il Centcom, uno degli undici comandi combattenti unificati delle forze armate degli Stati Uniti, competente per le operazioni in Medio Oriente. I generali che stanno seguendo l’operazione Epic Fury chiedono al Pentagono più soldati, più mezzi, più equipaggiamenti. Per questo il chiede al Congresso di stanziare altri soldi.
Stando ai dati ufficiali diffusi dal Pentagono, gli Stati Uniti hanno speso circa 11,3 miliardi di dollari nella prima settimana del conflitto. Impossibile pensare che ogni giorno di guerra costi la stessa cifra, ma uan previsione più precisa sulla durata della guerra arriva proprio dal Centcom.
Secondo il comando con delega sulle operazioni in Medio Oriente, bisogna prepararsi per una guerra che duri almeno 100 giorni, ovvero più di tre mesi e molto più delle 4-6 settimane auspicate a annunciate da Donald Trump a inizio mese.
Ammesso che il presidente americano confermi l’intenzione di raggiungere gli obiettivi dichiarati: distruzione totale delle capacità offensive iraniane, comprese le basi dei missili balistici, azzeramento delle infrastrutture e dei laboratori necessari per costruire la bomba atomica.
Netanyahu: “Iran non può più arricchire uranio”
Pur considerando confermati questi obiettivi, la richiesta di 200 miliardi di dollari va in collisione con le parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ieri ha dichiarato: “Dopo 20 giorni di attacchi, oggi l’Iran non ha la capacità di arricchire uranio né di produrre missili balistici. E continuiamo a colpire”.
Solo l’ultima frase è coerente con la spinta del Centcom, mentre la cornice strategica del piano resta sfocata.
Usa invierà marines in Iran?
Il quadro diventa più nitido se si considera concreta l’idea che gli Stati Uniti mandino i propri marines in Iran.
Nonostante le ondivaghe dichiarazioni del tycoon (che ha escluso ma non del tutto l’invio di militari via terra), la scelta di Pete Hegseth va in questa direzione. Accogliendo una specifica sollecitazione del Centcom, il capo del Pentagono ha dato l’ok per far salpare una flottiglia di tre navi, guidata dall’unità anfibia d’assalto “Tripoli”, dalla base giapponese di Sasebo verso l’Iran. Le unità navali trasporteranno un contingente di 5 mila militari, tra i quali 2.500 marines finora di stanza a Okinawa, in Giappone.
La presenza delle truppe scelte dei marines ha spinto gli analisti americani a ipotizzare una possibile incursione nell’isoletta di Kharg, già oggetto dei bombardamenti Usa. Non è escluso, quindi, che Trump stia pensando a occupare stabilmente quei 22 chilometri quadrati nella parte alta dello Stretto di Hormuz.
L’occupazione di Kharg e la Cina
Dalle infrastrutture petroliere di Kharg passa circa l’80-90% del greggio iraniano destinato all’esportazione, gran parte del quale viene acquistato dalla Cina che, giova ricordarlo, è l’unico Paese che riceve il greggio iraniano tramite lo Stretto di Hormuz.
Un’invasione anfibia di Kharg da parte dell’esercito americano potrebbe provocare l’intervento di Pechino. A meno che la Casa Bianca non voglia solo alzare la posta in palio verso gli ayatollah o prendere il posto degli iraniani, senza chiudere i rubinetti di oro nero alla Cina. Un’ipotesi, quest’ultima, che lascia aperta una domanda: per quanto tempo Xi Jinping potrà accettare di acquistare il greggio dalle petroliere americane – e non più dall’alleato Iran – senza reagire?
