Iran, da Akrotiri al missile verso Ankara: le minacce di Teheran all’Ue sono concrete?

Un'analisi di cosa rischia l'Unione europea, messa (almeno a parole) nel mirino di Teheran
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Vdl primo piano anversa afp
Primo piano della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (Afp)

L’Europa entrerà in guerra con l’Iran? È questa la domanda che, ogni giorno di più si insinua tra i cittadini europei da quando Usa e Israele hanno attaccato Teheran, anche alla luce della risposte iraniana.

L’Iran ha prima attaccato la base aerea britannica di Akrotiri, sull’isola di Cipro (generando la risposta di Macron che ha mandato forze di difesa francesi sull’isola) e oggi, 4 marzo, ha lanciato un missile balistico verso la Turchia, che non è un Paese Ue ma è un alleato strategico dei Ventisette, nonché, soprattutto un Paese membro della Nato.

Le difese dell’Alleanza atlantica hanno agilmente abbattuto il missile partito da Teheran verso Ankara, ma il livello della tensione è sempre più alto.

La guerra che nessuno voleva dichiarare

L’operazione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran mira a neutralizzare gli impianti nucleari, i sistemi di difesa aerea, le infrastrutture di comando e il potenziale missilistico di Teheran.

Rispetto alla missione portata avanti in Iraq nel 2003, questa è una guerra a distanza, senza alcuna velleità di occupazione terrestre. L’Iran del 2026 ha una profondità strategica, apparati di sicurezza capillari e una società politicizzata che rendono impraticabile uno scenario analogo a quello visto più di vent’anni fa. Analisi Difesa descrive quella odierna come “una guerra prolungata, asimmetrica e modulare”, costruita sul logoramento strutturale dell’Iran come potenza regionale — senza piantare la bandiera piantata su Teheran, almeno da un punto di vista politico. Diverso lo scenario sotto il profilo commerciale, dove gli importanti giacimenti e le rotte petrolifere attirano gli interessi di Washington e Tel Aviv.​

Cipro, l’attacco che avvicina l’Europa alla guerra

L’attacco ad Akrotiri ha impresso una svolta alla crisi. I droni — probabilmente lanciati da Hezbollah in Libano per conto di Teheran — hanno colpito una struttura messa dal Regno Unito a disposizione delle operazioni americane. Londra ha risposto valutando il dispiegamento di una nave da guerra a protezione dell’isola; Grecia e Francia hanno inviato fregate in mare; Atene ha contribuito con caccia F-16. ​

La portata simbolica è rilevante quanto quella operativa. Per la prima volta dopo decenni, un attacco militare riconducibile a uno Stato terzo ha colpito territorio su cui si applica il diritto comunitario europeo. Questa situazione potrebbe far scattare la clausola di difesa reciproca del Trattato di Lisbona, prevista dall’articolo 42.7 del Tue (Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea). La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “Sebbene la Repubblica di Cipro non sia stata l’obiettivo, noi restiamo collettivamente, con fermezza e senza ambiguità, al fianco dei nostri Stati membri di fronte a qualsiasi minaccia”.

Teheran minaccia le città europee

Alla risposta europea (intesa come Bruxelles e come singoli Paesi membri) è seguita una nuova minaccia da parte di Teheran.

Ieri, 3 marzo 2026, il ministero degli Esteri iraniano ha pubblicato una dichiarazione formale per cui qualsiasi azione europea nel conflitto sarà considerata “un atto di guerra”, e la risposta “prenderà di mira le città europee“. Un messaggio indirizzato a Francia, Germania, Belgio e a tutti i Paesi che stanno valutando di potenziare la propria partecipazione alla missione Aspides, un’operazione di sicurezza marittima dell’Unione Europea per la salvaguardia della libertà di navigazione nelle Aree del Mar RossoGolfo Persico e Mar Arabico Settentrionale, nord del parallelo di Mogadiscio.

Da Washington Donald Trump aveva già ricordato che l’Iran dispone di “missili in grado di colpire l’Europa e le nostre (americane, ndr.) basi all’estero“.

La credibilità delle parole di Teheran da un punto di vista militare dipende da molte variabili tecniche. È indubbio, però, che la minaccia sia un ulteriore test per la tenuta della coesione atlantica in un momento storico in cui Washington ha abbandonato Bruxelles prima da un punto di vista commerciale, con la guerra dei dazi, e poi da un punto di vista militare, portando avanti la guerra in Iran senza consultare gli alleati. Anzi, senza neppure avvisarli come ha dimostrato il caso del ministro della Difesa Guido Crosetto, che è dovuto rientrare da Dubai con un volo di Stato. Una rottura storica, che il tycoon ha messo in chiaro sin dai primi giorni del secondo mandato, ribadendo più volte che la guerra in Ucraina e la sua futura ricostruzione sono un “problema europeo”.

Il monito della Nato all’Europa sui missili iraniani

Il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato che l’Alleanza non è parte del conflitto in Iran, ma i recenti aggiornamenti meritano attenzione.

Il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha annunciato che le forze Nato stanno adeguando la loro postura difensiva “per difendere l’Alleanza da potenziali minacce”, citando esplicitamente il rischio di “missili balistici o veicoli aerei senza pilota provenienti da questa o altre regioni”. In pratica, anche la Nato (come Donald Trump) ha riconosciuto che la minaccia missilistica iraniana può raggiungere il continente europeo.

La missione Aspides tra protezione e escalation

Intanto, l’Ue ha deciso di portare a cinque le navi da guerra impegnate nella missione Aspides nel Mar Rosso, con l’aggiunta di due fregate francesi. Al termine del Consiglio Affari Esteri straordinario, il ministro Antonio Tajani ha confermato la continuazione delle missioni Aspides e Atalanta prospettando il coordinamento per il rimpatrio dei cittadini europei presenti nell’area.

Il problema è strutturale: la missione Aspides nasce per scortare mercantili contro i droni Houthi. Farla operare in uno scenario di conflitto con l’Iran significa esporla a regole d’ingaggio che non erano previste.​

I proxy iraniani e l’Europa

Con Hezbollah che spara razzi verso Israele e Beirut sotto attacco, la rete di proxy iraniani — compresa quella operante in Europa — entra in stato di attivazione. Secondo Claude Moniquet, esperto di intelligence, Teheran potrebbe far scattare cellule legate ai Pasdaran per colpire obiettivi ebraici, israeliani e americani sul suolo europeo. Francia, Germania e Belgio sono già in stato d’allerta elevato. I potenziali obiettivi — comunità ebraiche, ambasciate, voli commerciali, infrastrutture energetiche — potrebbero essere nel mirino dell’Iran.

Va ricordato che, negli ultimi quarant’anni, l’Iran ha più volte operato militarmente in Europa, da Berlino a Vienna, da Parigi a Copenhagen.

Tre precedenti

Nel 1999, la campagna aerea della Nato contro la Jugoslavia, rivelò che l’Europa dipendeva dagli americani anche per operazioni nel proprio cortile. Nacque allora la politica europea di sicurezza e difesa comune, la Pesd, rimasta incompiuta. Dopo l’11 settembre, la guerra in Afghanistan portò il terrorismo a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005: le guerre “lì” producono effetti “qui”, fu la lezione. Nel 2011, l’intervento in Libia mostrò che Francia e Gran Bretagna potevano avviare un’operazione militare ma non sostenerla senza munizioni e intelligence americane. Oggi l’obiettivo di una Unione europea militarmente indipendente da Washington è molto lontano, a differenza dei missili dell’Iran che possono raggiungere il continente.

Difesa comune europea: la grande assente?

La guerra in Iran evidenzia le lacune emerse con il ReArmEu: l’Ue non ha una catena decisionale militare unitaria, non ha una politica estera capace di tradursi in azione autonoma, e non ha mai completato l’architettura di difesa comune che annuncia da tre decenni.

Ogni tentativo europeo di costruire un rapporto distinto con Teheran — i negoziati sul nucleare tra il 2015 e il 2018 — è stato neutralizzato dalle sanzioni secondarie americane. Il rapporto Draghi aveva fotografato la perdita di competitività industriale europea; questa crisi ne sottolinea una più profonda, più nota e più urgente: l’incapacità di garantire la propria sicurezza senza affidarsi a chi ha interessi diversi, scadenze diverse e una catena di comando che non passa per Bruxelles.

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