Per Lagarde il modello di crescita europeo è finito: ora la sfida è su AI, capitali e Cina

La presidente della Bce fotografa il cambio di paradigma dell’economia europea e indica nella tecnologia e nel superamento della frammentazione del mercato unico e di quello dei capitali i nodi decisivi
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Christine Lagarde
Christine Lagarde (Ipa)

Europe’s post-war growth model is eroding“. Christine Lagarde non ci gira intorno: il modello di crescita che ha accompagnato l’Europa dal secondo dopoguerra si sta erodendo. “Ed è improbabile che ritorni alla forma che conoscevamo un tempo”. A Ginevra, davanti all’International Business Council del World Economic Forum, la presidente della Banca centrale europea ieri ha fotografato un continente costretto a cercare una nuova formula economica mentre cambiano, allo stesso tempo, commercio mondiale, rapporti di forza industriali e assetti geopolitici.

La capa dell’Eurotower lo ha chiarito: per decenni l’Europa ha potuto contare su tre condizioni favorevoli: l’espansione degli scambi internazionali, una forte specializzazione manifatturiera sostenuta anche da energia relativamente conveniente e un ordine globale stabile e basato su regole, sostenuto dall’ombrello di sicurezza statunitense. Ora, sostiene Lagarde, tutti e tre questi pilastri si stanno indebolendo.

La globalizzazione è finita

Il commercio, anzitutto, non offre più la stessa rete di protezione alla crescita europea. Solo l’anno scorso, ricorda la presidente della Bce, a livello globale sono state introdotte oltre 2.500 restrizioni agli scambi. Per un’economia costruita su un grado elevato di apertura internazionale ciò significa che l’accesso ai mercati esteri non può essere considerato acquisito.

Quanto all’ordine globale, per Lagarde “oggi le tensioni geopolitiche stanno mettendo in luce con maggiore chiarezza le dipendenze critiche e i punti di strozzatura“, che possono essere “weaponized”, cioè utilizzate come arma, mentre “l’Europa si trova ad affrontare crescenti minacce alla sicurezza alle sue porte”.

Il fattore Cina: l’Europa perde terreno anche nella sua industria

La presidente della Bce si è soffermata poi sulla forza europea nella manifattura a tecnologia intermedia per ribadire un allarme che nel blocco suona sempre più forte, anche se con echi diversi: “La Cina ormai compete direttamente con l’area euro in quasi il 40% dei settori in cui abbiamo un vantaggio comparato, rispetto al 25% circa dei primi anni 2000″. Il Dragone non è più sinonimo di beni di scarsa qualità a basso costo, ma nel tempo “si è costantemente posizionato più in alto nella catena del valore“, erodendo il vantaggio europeo.

A questa dinamica si aggiunge il divario energetico. Nel 2025, ha ricordato la francese, i prezzi dell’elettricità pagati dalle industrie europee ad alta intensità energetica sono stati in media più del doppio di quelli statunitensi e circa il 50% superiori a quelli cinesi: una forbice che incide direttamente sulla capacità di produrre, investire e difendere quote di mercato.

Il confronto con la Cina assume così una dimensione più ampia della bilancia commerciale per toccare la struttura industriale europea e correre in parallelo alla battaglia sull’intelligenza artificiale: Pechino compete sui prodotti che l’Europa già sa costruire mentre Stati Uniti e Cina occupano le posizioni più avanzate nelle tecnologie che definiranno i prossimi mercati.

“L’Europa non può perdere il treno dell’AI”

Proprio l’AI è al centro di uno dei passi più netti dell’intervento di Lagarde. “L’Europa ha in gran parte perso la prima rivoluzione digitale“, lasciando che una quota sproporzionata dei benefici commerciali prodotti dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione andasse altrove, e “non può permettersi di ripetere la stessa esperienza con l’intelligenza artificiale, la seconda rivoluzione digitale”, ha avvisato.

Le imprese europee non sono immobili. Secondo i dati richiamati dalla capa dell’Eurotower, le aziende dell’area euro prevedono di destinare nel 2026 circa il 9% dei loro investimenti complessivi all’AI. Il problema è dopo, nel trasformare quell’investimento in crescita, produttività e imprese capaci di raggiungere una dimensione globale.

Le strozzature: un mercato dei capitali frammentato

Un’impresa che nasce negli Stati Uniti, ha spiegato la presidente della Bce, può svilupparsi dentro un unico grande mercato; una società europea continua invece a incontrare regole, sistemi societari e mercati finanziari differenti man mano che attraversa i confini nazionali.

Il risultato è una strozzatura nella fase in cui le aziende devono fare il salto di scala. Lo conferma il fatto che nei primi cinque anni di vita le scale-up europee e quelle dell’area di San Francisco riescano a raccogliere quantità di capitale relativamente simili ma che dopo dieci anni quelle europee abbiano raccolto circa il 50% di capitale in meno. E che il 12% delle scale-up dell’Unione finisca per trasferirsi all’estero, soprattutto, non è un caso, negli Stati Uniti.

Il primo problema insomma è la frammentazione dei mercati dei capitali, su cui l’Unione ha deciso di accelerare, ha evidenziato Lagarde rammentando che i leader del blocco “hanno esortato i colegislatori a raggiungere un accordo sul pacchetto di integrazione del mercato entro la fine del 2026”.

Le strozzature: un mercato unico frammentato

Il secondo ostacolo (non per importanza) è la frammentazione del mercato unico, a causa della quale “le imprese continuano a competere eccessivamente entro i confini nazionali, il che indebolisce la pressione competitiva per l’adozione di nuove tecnologie”.

Per risolvere quest’ultimo aspetto, Lagarde richiama il progetto “EU Inc.”, una forma giuridica societaria facoltativa valida in tutta l’Unione che consentirebbe alle imprese di costituirsi una sola volta e poi operare secondo un unico insieme di regole in tutta l’Ue. L’obiettivo è permettere a un’impresa di nascere europea e crescere europea, senza dover cercare altrove il capitale e la scala necessari.

Sfruttare la potenza economica europea

L’intervento di Lagarde ha analizzato i problemi ma facendo anche leva sui “notevoli punti di forza” che “l’Europa possiede ancora”: il blocco dispone di 450 milioni di consumatori, della più ampia rete mondiale di accordi commerciali (“in espansione”), di competenze industriali avanzate e di un mercato integrato che sulla carta non ha equivalenti tra le economie sviluppate. “Questo mercato sta acquisendo sempre maggiore importanza man mano che le fonti di crescita si spostano“, ha affermato la francese, perché il blocco non può più affidarsi alle condizioni esterne che hanno sostenuto la crescita del passato.

Lo scorso anno, ha sottolineato Lagarde, “l’economia dell’area euro è cresciuta dell’1,5%, trainata interamente dalla domanda interna” e “nel 2026 ha continuato a crescere nonostante lo shock energetico, con la domanda interna che ha contribuito positivamente alla crescita trimestrale dello 0,4% nel secondo trimestre del 2026. Si prevede che la domanda interna rimarrà la principale fonte di crescita per l’area dell’euro quest’anno”.

“Il compito ora è trasformare questa resilienza interna in una fonte di crescita più duratura nel lungo periodo”, ha concluso la presidente della Bce.