Trattative Usa-Iran: perché l’Ue può avere un ruolo da garante

Dal "dazio di Hormuz" al controllo sull'attività nucleare iraniana
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Ursula von der Leyen negoziati usa iran
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un'immagine di repertorio (Ipa/Fotogramma)

Se è vero che l’arbitro deve essere una parte terza, l’Unione europea può avere un ruolo importante nelle trattative tra Usa e Iran.

Dopo aver pattuito la tregua di due settimane (all’insaputa di Israele), le delegazioni dei due Paesi si troveranno venerdì 10 aprile a Islamabad, capitale del Pakistan, per negoziare una pace duratura. Sul tavolo c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz con pedaggio a favore di Iran e Oman, la rinuncia di Teheran all’arricchimento del nucleare e la riduzione (o la cancellazione) delle sanzioni contro la Repubblica islamica.

Il raggiungimento di un accordo e l’effettiva realizzazione del piano dipendono anche dall’Unione europea. Per alcuni punti, l’Ue sarà costretta a subire le decisioni altrui, per altri avrà un fondamentale (e inatteso) ruolo di garante.

Il “dazio di Hormuz” e le sanzioni dell’Ue

Secondo quanto riportato dalla Associated Press, il piano iraniano in 10 punti che il presidente Usa Donald Trump ha definito “fattibile” prevede che l’Iran, congiuntamente all’Oman, garantisca la sicurezza dello Stretto di Hormuz in cambio di un pagamento per il transito (un vero e proprio pedaggio) da parte delle navi commerciali.

L’inclusione dell’Oman, che controlla la punta meridionale dello Stretto, servirebbe a legittimare la pretesa commerciale di Teheran. Non è un caso che l’Oman sia stato di gran lunga il Paese del Gulf Cooperation Council meno bersagliato dagli attacchi iraniani.

Oggi, le acque territoriali iraniane nello Stretto sono pattugliate dai Pasdaran (le Guardie della Rivoluzione Islamica, Irgc). che sono sottoposte a pesantissime sanzioni europee e statunitensi per terrorismo e violazione dei diritti umani. Attualmente, se un armatore europeo pagasse un “pedaggio” a un ente statale iraniano, violerebbe le sanzioni finanziarie dell’Ue (Regolamento 359/2011) e incorrerebbe nel congelamento dei beni.

Se i negoziati Usa-Iran dovessero confermare il “dazio di Hormuz“, l’Ue dovrebbe predisporre una deroga legale immediata alle proprie sanzioni creando un corridoio finanziario autorizzato (o una licenza speciale) che permetta alle compagnie di navigazione europee di pagare le tariffe di transito a un conto fiduciario (magari gestito dall’Oman o da una banca terza) senza subire sanzioni penali o ritorsioni. Senza questo scudo legale europeo, le navi occidentali non potrebbero pagare il pedaggio.

Riconversione delle flotte europee: da scudo militare a “garante” del transito

La tregua di due settimane prevede la fine degli attacchi nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. Fino ad oggi, l’Ue è stata militarmente presente nell’area con la missione navale Aspides (nata per difendere i mercantili dai missili degli Houthi, alleati dell’Iran) e la missione Emasoh/Agenor (per la sorveglianza di Hormuz).

Se il piano a 10 punti entrerà in vigore, la flotta militare europea schierata nell’area dovrà cambiare immediatamente le sue regole d’ingaggio. L’Ue funge infatti da “certificatore” della tregua: le fregate italiane, francesi e tedesche non dovranno più abbattere droni, ma avranno il compito di scortare i mercantili certificando che l’Iran sta rispettando il patto di non aggressione. L’intelligence navale europea fornirà al tavolo di Islamabad i dati satellitari e i report radar per confermare agli Usa che Teheran sta tenendo fede alla parola data.

L’acquisto di petrolio iraniano come leva economica della tregua

Se gli Stati Uniti accettano le condizioni di Teheran (in cambio della rinuncia iraniana al programma nucleare), l’Iran pretende un sollievo economico immediato per risollevare un’economia al collasso. Sotto questo aspetto, è verosimile che l’Ue subisca le decisioni prese dagli altri.

Attualmente, l’Unione applica un embargo totale sull’importazione di greggio iraniano (istituito nel 2012, sospeso nel 2016 con l’accordo Jcpoa, e riattivato di fatto nel 2019/2020 dopo le tensioni con l’amministrazione Trump), ma a Islamabad, i negoziatori pakistani useranno come garanzia pro Iran la disponibilità europea a sospendere l’embargo petrolifero. Si tratta di un elemento cruciale perché quello europeo è il mercato più ricco per il greggio iraniano, tra quelli più vicini. In questo modo l’Ue si trova “costretta” a fare la sua parte autorizzando i propri importatori (Eni, Total, Repsol) a firmare contratti di acquisto a breve termine (o baratti petrolio-contro-merci) già durante le due settimane di cessate il fuoco, iniziate oggi. Questo dà all’Iran l’iniezione di liquidità immediata richiesta dal suo piano a 10 punti, calmierando al contempo i prezzi dell’energia in Europa.

Come l’Aiea può garantire sul nucleare iraniano

L’altro piatto della bilancia è il congelamento dell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran (al centro delle richieste Usa).

Qui l’Ue entra in gioco perché né gli Stati Uniti né il Pakistan hanno ispettori sul campo e perché il piano iraniano apre nuovamente alle ispezioni dall’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) seppure con accesso limitato e da remoto. Prima di capire cosa cambia con la tregua odierna, giova sottolineare che l’Aiea ha sede a Vienna e che le operazioni dell’Agenzia in Iran sono finanziate e supportate politicamente dai cosiddetti “E3“: Francia, Germania e Regno Unito.

Già il 28 giugno 2025, dopo gli attacchi Usa e israeliani sull’Iran che hanno gravemente danneggiato i siti di Natanz, Fordow e Isfahan, Teheran aveva annunciato la fine di ogni cooperazione con l’Aiea, rimuovendo fisicamente le telecamere dalle sale delle centrifughe e vietando gli accessi agli ispettori. Qualche mese dopo, a ottobre, il regime ha dichiarato scaduti tutti gli obblighi residui del Jcpoa, estromettendo ogni controllo dell’Agenzia sull’attività nucleare iraniana.

Le immagini satellitari della Csis (novembre 2025) mostrano “praticamente zero attività o tentativi di riabilitazione” nei tre siti attaccati da Israele e Usa la scorsa estate. Quindi il problema non è più impedire all’Iran di arricchire uranio in questi siti ma impedire che vengano ricostruito, o che l’Iran arricchisca il nucleare in siti sconosciuti. Per questo, il monitoraggio diventa allora soprattutto una questione di sorveglianza esterna, non di ispezioni fisiche.

Cosa cambia con la tregua

La tregua di due settimane e il piano a 10 punti iraniano aprono una finestra diversa rispetto alle ispezioni fisiche del Jcpoa classico: Teheran non accetta il ritorno degli ispettori in loco, ma apre a una forma di “cooperazione tecnica remota” purché l’Aiea si dimostri neutrale rispetto agli attacchi del 2025. In pratica, l’Agenzia non può usare i suoi report per accusare formalmente Teheran di violazioni legate a quel periodo. In questo contesto, la repubblica islamica accetta di sbloccare le telecamere residue nei siti periferici ancora accessibili (come Bushehr e, parzialmente, Esfahan), e non impedisce la sorveglianza satellitare esterna.

Ruolo concreto dell’Ue in questo scenario ridefinito

Chiarito che non si parla di ispezioni fisiche, il ruolo dell’Ue si concentra su tre leve concrete.

Prima leva: la sorveglianza satellitare come strumento europeo indipendente. I satelliti Copernicus Sentinel dell’Esa (Agenzia spaziale europea, finanziata e gestita dall’Ue) producono immagini ad alta risoluzione dei siti nucleari iraniani senza bisogno del consenso di Teheran. Durante le due settimane di tregua, questa sorveglianza, indipendente da Usa e Aiea, è lo strumento principale che l’Europa mette sul tavolo delle trattative per verificare che l’Iran stia o meno mantenendo la parola data.

Seconda leva: il “bridge” tra Stati Uniti e Iran. Dallo scorso aprile, il direttore Rafael Grossi sta cercando di posizionare l’agenzia come un ponte credibile e necessario tra Usa e Iran, incontrando i negoziatori di entrambe le parti senza fare parte formalmente del tavolo.

Terza leva: la credibilità della “neutralità Aiea” come condizione iraniana. L’Iran ha posto come condizione che l’Aiea resti neutrale. Chi può garantire questa neutralità? Principalmente i Paesi europei, che storicamente all’interno del Consiglio dei governatori dell’agenzia hanno bilanciato le pressioni Usa e sono stati riconosciuti da Teheran come interlocutori meno ostili.

L’Ue, attraverso l’E3, finanzia circa il 30% del budget Aiea e copre la logistica operativa dell’agenzia (trasporti, comunicazioni sicure, personale). Se Francia, Germania e Uk si impegnano formalmente a non utilizzare report tecnici futuri per adottare risoluzioni punitive contro l’Iran, il principale ostacolo alla “cooperazione tecnica” richiamata nel piano iraniano viene meno.

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