Hormuz, per la riapertura potrebbero volerci settimane

Per Trump la rotta è "sicura e incontaminata", ma le compagnie petrolifere non ne sono convinte
1 ora fa
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CYPRUS IRAN US ISRAEL WAR
I movimenti di una nave nello Stretto di Hormuz su un sito web di tracciamento navale (Afp)

Nonostante l’accordo tra Stati Uniti e Iran preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz, i grandi armatori internazionali potrebbero dover aspettare settimane per riprendere i transiti in maniera sicura.

La prudenza arriva dai vertici di Mitsui OSK Lines (Mol), il più grande operatore mondiale di navi cisterna per numero di flotte, il cui amministratore delegato Jotaro Tamura ha chiarito al Financial Times che molti operatori aspetteranno settimane prima di rimettere in mare le proprie imbarcazioni.

La posizione dell’industria marittima frena l’ottimismo (quanto meno di facciata) di Washington: il presidente americano Donald Trump ha assicurato che la rotta attraverso lo Stretto, quasi completamente chiusa da fine febbraio 2026, è ora “sicura e incontaminata“, ma le compagnie petrolifere non condividono la stessa certezza.

Intanto, l’annuncio dell’accordo ha immediatamente spinto al ribasso il prezzo del greggio Brent, ma per la logistica globale la normalizzazione non sarà istantanea. “Quello che deve essere messo in atto non è solo un semplice accordo tra i Paesi interessati”, ha spiegato Tamura, “ma deve tradursi in situazioni reali nello Stretto di Hormuz, in modo che le compagnie di navigazione possano sentirsi tranquille nel transitare”.

Il nodo sicurezza e l’incubo dei falsi allarmi

A frenare il rientro delle flotte è l’accumulo di false partenze sulla riapertura del corridoio da quando il conflitto è esploso a febbraio. “Considerate le esperienze degli ultimi due mesi, penso sia ragionevole supporre che potrebbero volerci almeno un paio di settimane, se non un mese“, ha aggiunto Tamura riportato dal Ft. Una valutazione che l’operatore giapponese ha confermato anche dopo l’ufficializzazione dell’intesa da parte di Trump, per cui è attesa la firma formale venerdì, a Ginevra.

La cautela è condivisa dalle associazioni di categoria. Philip Belcher, direttore marittimo dell’associazione di petroliere Intertanko, ha avvertito che gli armatori dovranno adottare un approccio rigoroso, chiedendo alle compagnie di effettuare proprie valutazioni del rischio “specifiche per ogni nave” prima di autorizzare la partenza.

Prima del conflitto, lo Stretto di Hormuz garantiva il transito quotidiano di circa 135 navi. Da lì passava più di un quinto del petrolio globale e del gas naturale liquefatto (Gnl), oltre a merci di consumo e cereali diretti nel Golfo. Con lo scoppio delle ostilità, il traffico si è ridotto a poche unità, con alcuni capitani costretti a eludere i controlli navigando di notte e con i sistemi Gps disattivati. Alcuni operatori, come la compagnia greca Dynacom del “bucaniere” George Prokopiou, hanno continuato a operare sfidando la crisi Usa-Iran, ma l’impostazione prevalente per i grandi colossi (Mol gestisce 900 navi, di cui oltre 200 per greggio e prodotti chimici) resta quella di attendere garanzie tangibili, anche dopo l’estensione del cessate il fuoco.

L’evacuazione delle 500 navi bloccate

Il primo vero banco di prova per la tenuta dell’accordo non sarà l’ingresso di nuovi carichi, ma l’uscita di quelli rimasti intrappolati. Le compagnie di navigazione chiedono che l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo), l’agenzia delle Nazioni Unite, coordini l’uscita delle circa 500 navi oggi bloccate nel Golfo, con a bordo marittimi costretti a rimanere in stallo per oltre 100 giorni.

Il segretario generale dell’Imo, Arsenio Dominguez, ha dichiarato che l’agenzia sta “valutando la fattibilità per le navi di transitare ed effettuare scambi in modo sicuro, evitando possibili pericoli come mine e congestioni che potrebbero portare a incidenti”. L’Imo sta lavorando anche a un corridoio di evacuazione sicura per il personale. Hapag-Lloyd, gigante del trasporto container, ha accolto le notizie di pace come “incoraggianti”, sperando che le proprie navi possano lasciare l’area già “questo fine settimana”.

La diplomazia di bandiera e il rifiuto dei pedaggi

Un tema collaterale, ma cruciale per il commercio internazionale, riguarda le condizioni poste da Teheran per l’attraversamento dello Stretto. Tamura ha ribadito la netta opposizione dell’industria marittima ai tentativi dell’Iran di imporre il pagamento di un pedaggio per il transito nello Stretto. Una simile richiesta violerebbe le normative internazionali che garantiscono il diritto di passaggio inoffensivo e la libertà di navigazione.

Sul punto, leggi anche: Hormuz, l’Iran non può imporre il pedaggio ma lo farà

Prima che fosse raggiunto l’accordo per la riapertura, Mol era riuscita a far uscire quattro navi dal Golfo, chiarendo però di non aver versato alcun pedaggio a Teheran. L’azienda ha ancora almeno sette navi in attesa di passare lo Stretto e, sebbene la prima ministra giapponese Sanae Takaichi abbia intestato l’uscita delle quattro imbarcazioni agli sforzi diplomatici di Tokyo, l’amministratore delegato di Mol ha fatto capire che il passaggio sicuro è stato garantito in realtà dalla diplomazia di altri Paesi, come l’Oman e l’India, forti dei loro legami logistici e commerciali legati alla bandiera della nave o alla destinazione del carico. “Nei casi in cui si sono verificati transiti riusciti”, ha spiegato Tamura al Ft, “le autorità o i governi competenti avevano trovato una soluzione, quindi abbiamo avuto alcuni casi fortunati”.

Nel frattempo, la stabilità dell’operatore giapponese non sembra essere stata intaccata dalla crisi in Medio Oriente. Le azioni di Mol sono salite di un quinto a Tokyo quest’anno, portando il valore dell’azienda a circa 2,1 trilioni di yen (13 miliardi di dollari), mentre il fondo Elliott Management spinge per cambiamenti strategici volti ad aumentare i rendimenti.

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