Consiglio contro Commissione: le capitali minacciano di portare l’organo esecutivo europeo davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione. Il motivo? Il voler concedere poteri aggiuntivi al Parlamento nell’iter legislativo. Secondo una lettera visionata da Politico, i governi non hanno gradito la promessa della Commissione che Consiglio e Parlamento ricevano “pari trattamento” nel processo legislativo.
I due organi – il primo rappresentante dei governi, il secondo eletto direttamente dai cittadini – detengono il potere di elaborare le leggi proposte dalla Commissione. Nel corso degli anni il Parlamento ha però cercato di espandere la propria influenza sul processo legislativo, stringendo accordi con la Commissione e ricorrendo anche alle vie giudiziarie.
L’Accordo quadro 2010 sulle relazioni tra Parlamento e Commissione
Stavolta, al centro della questione c’è la revisione dell’Accordo quadro del 2010 sulle relazioni tra Parlamento e Commissione, un testo politico-operativo che disciplina cooperazione, flussi informativi e modalità di lavoro tra le due istituzioni.
Secondo i governi, la bozza riveduta, così come negoziata tra Commissione e Parlamento, attribuisce a quest’ultimo un ruolo “aggiuntivo” in passaggi dove i Trattati disegnano competenze diverse o asimmetriche. In sostanza, gli Stati membri respingono l’idea che un principio generale di “pari trattamento” tra le due istituzioni possa valere in orizzontale, su ogni tema e in ogni fase.
Da dove nasce lo scontro
La revisione dell’Accordo quadro è partita formalmente con una dichiarazione congiunta (21 ottobre 2024) firmata dalle presidenti Roberta Metsola e Ursula von der Leyen, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare cooperazione e trasparenza.
Da lì, la questione è stata discussa più volte anche lato Consiglio. Già nel novembre 2024, diversi Stati membri avevano espresso irritazione per alcuni passaggi interpretati come “espansivi” delle prerogative parlamentari, in particolare sul principio di “equal treatment” e sul tema del diritto d’iniziativa ex articolo 225 TFUE.
Nel settembre 2025 Commissione e Parlamento hanno raggiunto un’intesa politica provvisoria sulla revisione; la vicenda è poi entrata nella fase più sensibile tra fine 2025 e inizio 2026, quando il testo e i suoi Allegati (incluso l’Annex II sulla trasmissione di informazioni riservate/classificate) hanno iniziato a circolare e a essere discussi nei gruppi tecnici e in AFCO (commissione Affari costituzionali) del Parlamento.
Il testo dovrebbe essere approvato nelle plenaria del Parlamento dal 9 al 12 marzo e poi firmato dalla Commissione.
Il Consiglio però ribadisce la propria ferma opposizione a qualsiasi suggerimento contenuto nell’Accordo quadro riveduto relativo a una “parità di trattamento” o di “pari posizione” tra Parlamento e Consiglio. E avvisa che, se non verranno modificate le sezioni “problematiche” dell’accordo, “si riserva il diritto di adottare qualsiasi misura appropriata per difendere le proprie prerogative, anche adire la Corte”.
Cosa contesta il Consiglio
Sono tre i punti critici evidenziati nella bozza di lettera dei governi:
Accordi internazionali e negoziati: in primis, il Consiglio rifiuta l’idea che il Parlamento possa partecipare ai negoziati internazionali, perché, afferma, i Trattati gli riconoscono solo un diritto di informazione, non di presenza o consultazione durante le trattative. Questo punto incrocia inevitabilmente anche il clima politico attorno ai grandi accordi commerciali, dove il Parlamento ha già dimostrato di voler esercitare un controllo stringente come nel recente caso dell’intesa col Mercosur.
Gli Stati membri contestano anche la previsione che la Commissione debba ottenere il via libera del Parlamento prima di applicare provvisoriamente un accordo commerciale: secondo i Trattati, questa decisione spetta solo al Consiglio.
Uso dell’art. 122 TFUE (misure eccezionali/emergenziali): le capitali criticano l’obbligo per la Commissione di motivare in modo dettagliato il ricorso a tale articolo e dunque all’avvio di procedure d’emergenza che possono escludere il Parlamento, ritenendo che ciò limiti le prerogative del Consiglio.
Follow-up alle richieste legislative del Parlamento (art. 225 TFUE): terzo punto, i governi vedono come problematico l’impegno della Commissione a sostenere maggiormente le richieste legislative del Parlamento e a giustificare dettagliatamente perché non intenda eventualmente darvi seguito, in quanto ciò potrebbe sbilanciare il processo decisionale e dare all’Aula un vantaggio rispetto al Consiglio e ridurre il ruolo neutrale della Commissione.
Il capitolo “riservato”: l’Annex II sulle informazioni confidenziali
Un altro punto che agita gli Stati membri è l’Allegato II (“Forwarding of confidential information to Parliament”), che disciplina come la Commissione possa trasmettere informazioni riservate al Parlamento e come queste vadano gestite. In sé non è nuovo: già il Framework Agreement del 2010 conteneva regole analoghe (con rinvii alla disciplina interna del Parlamento). Ma proprio perché tocca informazioni sensibili, ogni modifica, anche quella più piccola, viene letta in chiave di equilibrio istituzionale e di sicurezza procedurale.
Il Parlamento: “responsabilità democratica, non rivalità”
Dal lato Parlamento, la linea è che l’aggiornamento del Framework Agreement serva a rendere più trasparente e responsabile l’azione della Commissione davanti all’assemblea eletta, rafforzando la capacità di controllo democratico e migliorando la qualità del flusso informativo.
Commissione: “trasparenza, dialogo, dentro i limiti dei Trattati”
La Commissione, dal canto suo, ha difeso tramite un portavoce l’impianto politico della revisione come strumento per “garantire maggiore trasparenza, un dialogo migliore e aiutare le nostre istituzioni a collaborare senza intoppi”, insistendo sul fatto che il testo resterebbe entro i limiti dei Trattati e preserverebbe l’equilibrio istituzionale. Inoltre, ha specificato il portavoce, “durante tutto il processo, la Commissione ha costantemente tenuto conto delle prerogative del Consiglio, sebbene quest’ultimo non sia parte dell’accordo”.
