Il Pentagono ha avviato colloqui con General Motors e Ford per capire se le loro catene di montaggio possano produrre componenti militari, mentre le scorte di munizioni si esauriscono nelle guerre in Iran e in Ucraina.
È la prima volta, dal dopoguerra, che il Dipartimento della Difesa americano avanza una richiesta di questa portata, ma gli Usa non sono i primi a muoversi in questa direzione. In Germania, Rheinmetall e Volkswagen stanno già riconvertendo stabilimenti di auto in fabbriche di munizioni e veicoli da combattimento, mentre l’Ue mobilita centinaia di miliardi di euro per l’industria della difesa.
Due continenti, due modelli diversi, un’unica prospettiva: le fabbriche che producevano auto, ora devono pensare anche a blindati e proiettili.
Il Pentagono bussa a Detroit
I colloqui sono stati avviati con i vertici di General Motors e Ford, secondo quanto riferito da The Wall Street Journal, Reuters e New York Times che citano fonti vicine alle trattative. Al tavolo ci sarebbero anche Ge Aerospace, azienda aerospaziale sussidiaria della General Electric, e Oshkosh, produttore di veicoli speciali. I funzionari del Pentagono hanno discusso con la Ceo di Gm Mary Barra e il Ceo di Ford Jim Farley per capire in che modo le loro linee produttive potrebbero supportare la catena di fornitura militare.
Sia chiaro: l’obiettivo non è trasformare Ford e le altre aziende civili in un’armeria. Le discussioni, per ora, riguardano componenti (stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche) che i costruttori di automobili padroneggiamo meglio di chiunque altro, e che i contractor della difesa potrebbero integrare nella produzione di sistemi d’arma. Ad oggi non è stato firmato nessun contratto; le conversazioni sono ancora in fase esplorativa.
Il precedente della Seconda guerra mondiale
Il precedente storico evocato nei corridoi del Pentagono è la Seconda guerra mondiale: all’epoca, gli stabilimenti di Detroit smisero di produrre automobili e sfornarono camion militari, jeep, aerei. Oggi la spinta viene da una pressione concreta: le scorte americane di artiglieria, missili anticarro e munizioni si sono assottigliate prima sotto il peso dei rifornimenti a Kiev e poi con le operazioni in Iran, che non stanno andando come previsto da Washington. Intanto, i Pasdaran mettono in difficoltà il sistema del petrodollaro portando sugli States una pressione economica e geopolitica non prevista da Donald Trump e Pete Hegseth.
Il presidente americano ha già firmato un ordine esecutivo per potenziare la produzione di munizioni: la proposta di bilancio 2027 prevede di destinare 1.500 miliardi di dollari per la difesa, il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale.
Come si è mossa la Germania
Berlino ha già imboccato la strada sondata dagli States. Era febbraio 2025 quando Rheinmetall, primo produttore europeo di munizioni, annunciava la riconversione di due suoi stabilimenti automotive tedeschi (a Berlino e a Neuss) in siti di produzione per la difesa. Gli impianti confluiranno nella divisione Weapons and Ammunition di Rheinmetall, pur mantenendo una quota residuale di produzione automobilistica.
Il prossimo passo riguarda Volkswagen. Durante la presentazione dei risultati 2024, il Ceo di Rheinmetall Armin Papperger ha dichiarato che lo stabilimento Vw di Osnabrück (2.300 addetti, in crisi per il calo delle esportazioni) sarebbe “molto adatto” alla produzione militare. Per procedere, ha chiarito Papperger, servirebbero commesse statali per almeno mille veicoli blindati, come il Fuchs o il Lynx, nell’arco di dieci anni.
Anche il Bundesverband der Deutschen Sicherheits-und Verteidigungsindustrie (Bdsv), l’associazione di categoria tedesca che rappresenta gli interessi delle aziende del settore della sicurezza e della difesa, ha formalmente proposto di usare le capacità produttive dell’automotive per produrre carri armati, munizioni e altri mezzi da combattimento.
A rafforzare il quadro, il memorandum d’intesa firmato nel 2024 tra Continental e Rheinmetall, dove si prevede la riqualificazione professionale di lavoratori del settore auto verso le competenze richieste dall’industria della difesa. Un ulteriore segnale della direzione intrapresa.
Il ReArmEu e la crisi dell’automotive
Il piano della Germania rientra nella cornice del ReArmEu presentato dalla Commissione europea un anno fa. Bruxelles prevede di allocare oltre 800 miliardi di euro nella difesa attraverso la flessibilità fiscale nazionale, un nuovo strumento di prestiti da 150 miliardi (Safe) per acquisti congiunti e il supporto ampliato della Banca europea degli investimenti. La Germania è in prima fila con il fondo speciale da 100 miliardi di euro per la Bundeswehr, avviato nel 2022 e attivo fino al 2027.
Bisogna sottolineare che la riconversione delle aziende automobilistiche non giova soltanto alla difesa, ma anche al settore dell’automotive, che, soprattutto in Germania, ha attraversato una crisi profonda. È il classico esempio di “two birds with a stone”: l’esercito può contare su più armi e più munizioni, le case automobilistiche può contare sulla difesa per trovare nuova linfa. Un punto, quest’ultimo, che si concretizza solo se la domanda di armi resta elevata.
Due modelli a confronto
La differenza tra l’approccio americano e quello tedesco rivela qualcosa di interessante sulla cultura industriale dei due Paesi e sulla crisi dell’automotive europeo, esplosa due anni fa prima e ora in timida ripresa.
Negli Usa, è il governo a cercare i privati: il Pentagono bussa ai cancelli di Detroit perché l’industria della difesa tradizionale non riesce a scalare abbastanza in fretta. In Germania, è l’industria a spingere per la riconversione: Rheinmetall individua gli stabilimenti Vw e propone al governo di investirci per produrre munzioni e armi.
Due logiche inverse, che convergono sullo stesso punto di arrivo.
La guerra è diventata necessaria?
Il punto che resta aperto, su cui né Washington né Berlino si soffermano troppo, è la domanda strutturale: quanto a lungo durerà questa richiesta di produzione militare? La riconversione auto-difesa risolve due crisi contemporaneamente, quella delle scorte militari e quella dell’industria automobilistica in declino, ma lega le economie occidentali a un livello di spesa militare che, per essere sostenuto, richiede che i conflitti restino aperti. O almeno che resti elevata la percezione di una concreta minaccia militare.
