A Hormuz il ritorno alla normalità rischia di passare da una parola: “servizi”. Non pedaggi, non dazi, non controllo formale dello Stretto, ma costi legati alla sicurezza delle navi, all’assistenza alla navigazione o alla bonifica ambientale dello Stretto dopo mesi di guerra. È su questa formula che, secondo Bloomberg, l’Oman avrebbe iniziato a sondare gli alleati europei. E proprio quella formula preoccupa Washington, Bruxelles e le capitali del Golfo: perché in uno stretto naturale da cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale anche una tariffa tecnica può diventare un precedente politico.
Secondo Bloomberg, Muscat avrebbe comunicato a funzionari europei che non esiste un semplice ritorno allo status quo precedente alla guerra e che le navi in transito attraverso Hormuz potrebbero dover pagare alcune tariffe. L’Oman avrebbe ribadito il rispetto del diritto marittimo internazionale, ma avrebbe anche evocato possibili costi collegati alla decontaminazione dello Stretto o all’assistenza alla navigazione. Non è chiaro se queste tariffe sarebbero obbligatorie, né con quali modalità verrebbero applicate.
La questione è sensibile perché Hormuz non è un porto né un canale artificiale come Suez o Panama. È uno stretto naturale, delimitato da Oman e Iran, attraverso cui passa una quota enorme del petrolio e del gas naturale liquefatto che alimentano l’economia globale. Per questo Stati Uniti, Paesi europei e monarchie del Golfo guardano con preoccupazione all’ipotesi che Oman e Iran possano arrivare a una gestione congiunta del traffico che includa pagamenti, autorizzazioni o meccanismi assimilabili.
Il timore è che una misura presentata come tecnica diventi, nei fatti, un modo per trasformare una rotta strategica in una leva politica.
L’Oman tra neutralità e pressione iraniana
La posizione dell’Oman è delicata. Muscat è un alleato degli Stati Uniti, ma mantiene da decenni rapporti stretti con Teheran. Proprio per questa capacità di parlare con tutti, il sultanato viene spesso descritto come la “Svizzera del Medio Oriente”: un Paese che media, tiene aperti i canali diplomatici e prova a non farsi ingabbiare dagli schieramenti regionali. Dopo la guerra, però, questa neutralità è sottoposta a una pressione nuova.
Teheran insiste sulla gestione del traffico insieme all’Oman e ha già segnalato che le navi potrebbero dover passare attraverso forme di registrazione, assicurazione o coordinamento. Washington ha tracciato una linea rossa: nessun pedaggio, nessuna tariffa obbligatoria, nessun controllo che limiti il diritto di transito. Il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che accettare pagamenti a Hormuz aprirebbe un precedente pericoloso per altri colli di bottiglia marittimi.
Ed è questo il punto che rende la vicenda più ampia della sola crisi del Golfo. Non si tratta soltanto di evitare un aumento dei costi energetici, ma di impedire che una strettoia naturale del commercio mondiale diventi monetizzabile. Se accadesse a Hormuz, la discussione potrebbe un giorno spostarsi su altri passaggi obbligati, da Malacca a Bab el-Mandeb, dal Bosforo a Gibilterra.
L’Oman, finora, ha trasmesso segnali non del tutto lineari. In sedi pubbliche ha ribadito il rispetto della libertà di navigazione e ha sottoscritto con Stati Uniti e Consiglio di cooperazione del Golfo una dichiarazione che respinge pedaggi, tariffe e tentativi di controllo sullo Stretto. Secondo le indiscrezioni riportate da Bloomberg, però, avrebbe spiegato agli europei che il vecchio assetto non è più sostenibile e che alcune forme di pagamento per servizi potrebbero entrare nella discussione. Per Muscat è un esercizio di equilibrio; per gli alleati occidentali, un elemento di incertezza.
Il prezzo di una strettoia strategica
Hormuz è una strettoia geografica con conseguenze globali. Nel punto più sensibile, le rotte di navigazione sono compresse tra le acque territoriali iraniane e omanite. Ogni crisi nella zona si trasferisce rapidamente sui mercati perché da lì passano esportazioni decisive di greggio e gas.
Nel 2024, secondo la Energy Information Administration statunitense, attraverso lo Stretto sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti liquidi, l’equivalente di circa un quinto dei consumi mondiali. Per il gas naturale liquefatto il nodo è altrettanto rilevante: il Qatar, uno dei principali esportatori mondiali di Gnl, dipende da Hormuz per inviare le proprie forniture verso Asia ed Europa.
Anche una tariffa limitata, in questo contesto, potrebbe avere effetti più ampi del suo valore nominale. Il costo diretto per armatori e trader sarebbe solo una parte del problema. L’altra riguarda assicurazioni, tempi di transito, premi di rischio, prezzi dell’energia e contratti di fornitura. Se il passaggio diventa più costoso, più lento o più incerto, l’effetto può trasmettersi lungo la catena industriale ed energetica.
Negli ultimi giorni i flussi sono ripresi, ma il ritorno alla normalità resta parziale. Le navi continuano a fare i conti con il rischio di mine, attacchi e rotte alternative. Un cargo colpito nello Stretto ha ricordato quanto fragile resti la situazione. Anche quando il greggio torna a scorrere e i prezzi si raffreddano, resta il problema politico: chi stabilisce le regole del passaggio?
Il paragone con Malacca, che Muscat starebbe studiando secondo Bloomberg, è utile ma non risolve il nodo. Nello Stretto asiatico, Indonesia, Malaysia e Singapore cooperano su sicurezza, navigazione e servizi, ma non esiste un pedaggio obbligatorio per il transito. Hormuz arriva invece da mesi di guerra, minacce, navi colpite e pressione iraniana. In questo contesto, anche una tariffa per servizi rischia di essere interpretata come un esercizio di controllo.
Per l’Europa non è una crisi distante
L’Europa non è il primo destinatario dell’energia che passa da Hormuz: Asia, Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono molto più esposte. Ma per l’Unione europea il tema resta strategico. Dopo la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles ha imparato che la sicurezza delle rotte non è un dettaglio logistico. Incide su costo dell’energia, inflazione, competitività industriale e autonomia strategica.
Per questo Parigi si muove. Emmanuel Macron riceverà il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq nella visita a Parigi del 28-29 giugno, mentre le capitali occidentali cercano di consolidare un principio: il passaggio attraverso Hormuz deve restare libero, incondizionato e senza pedaggi. La Francia, che ha interessi energetici, navali e militari nella regione, considera la sicurezza delle rotte una parte della sicurezza europea.
La formula omanita dei “servizi” è il punto più scivoloso. È evidente che uno stretto minato, danneggiato o instabile richiede bonifica, coordinamento e assistenza alla navigazione. Il problema nasce se il pagamento di questi servizi diventa una condizione per transitare. In quel caso, la distinzione tra assistenza tecnica e controllo politico diventerebbe molto fragile.
Per l’Europa, il punto è evitare che la sicurezza di Hormuz diventi una trattativa permanente sul prezzo del passaggio. In uno scenario già segnato da guerra, mine, attacchi alle navi e negoziati tra Washington e Teheran, anche una tariffa presentata come tecnica può cambiare il significato politico dello Stretto.

