Usa, 300 miliardi di dollari per far firmare l’Iran. Trump: “Fake news”

Il vicepresidente JD Vance aveva confermato l'ipotesi, poi ha dovuto smentirla
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Trump wef discorso afp
Il presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum a Davos (Afp)

Un fondo da 300 miliardi di dollari per ricostruire l’Iran in cambio di un accordo definitivo che chiuda la guerra e blocchi il programma nucleare di Teheran. È questa l’indiscrezione deflagrata a Washington nelle ultime ore, al punto da spingere il vicepresidente americano JD Vance a confermare l’ipotesi in tv.

La smentita è arrivata direttamente dal vertice: Donald Trump ha bollato la notizia come una “fake news”: “L’Iran ha accettato di non dotarsi mai di armi nucleari. Inoltre, la storia secondo cui gli Stati Uniti starebbero pagando a Teheran 300 milioni di dollari è una fake news diffusa dai democratici”, ha scritto il presidente americano su Truth Social, citando “milioni” ma riferendosi chiaramente alla cifra circolata nelle ore precedenti .

Un cortocircuito comunicativo che fotografa la sensibilità politica di una trattativa storica. L’ipotesi degli incentivi finanziari è infatti il punto più scivoloso per l’amministrazione repubblicana, che nel 2015 aveva accusato Barack Obama di aver inviato “bancali di contanti” a Teheran in cambio dell’accordo nucleare del Jcpoa. E ora rischia di dover spiegare un’intesa economica dai contorni molto più vasti dopo il fallimento dell’offensiva.

Cosa prevederebbe il fondo il piano da 300 miliardi

Le fonti informate sui colloqui tra Washington e Teheran avevano descritto un meccanismo chiaro. Il memorandum d’intesa (MoU) da firmare formalmente in Svizzera venerdì 19 giugno avrebbe legato gli incentivi finanziari al rispetto degli impegni da parte iraniana: estensione del cessate il fuoco di 60 giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz e avanzamento dei negoziati per l’accordo sul nucleare.

Il fondo da 300 miliardi non sarebbe finanziato direttamente dai governi occidentali, ma verrebbe creato come veicolo per le aziende interessate a investire nel mercato iraniano, un Paese di 90 milioni di abitanti con immense risorse energetiche. “C’è interesse da parte di molte aziende in Europa, in Asia (Corea del Sud, Giappone, ecc.) e anche da parte di imprese americane”, aveva spiegato una persona coinvolta nei colloqui, riportata dal Financial Times. “Se le sanzioni vengono revocate, questo fondo sarebbe di importo significativo ed enorme”.

Lo stesso vicepresidente JD Vance, in un’intervista a Cbs News prima della smentita di Trump, aveva avallato la logica del piano, parlando di un fondo di ricostruzione a cui l’Iran “potrebbe avere accesso… a condizione che onori la propria parte di obblighi”.

I “piccoli gesti” per costruire fiducia

Dopo le parole di Trump, Vance è tornato sull’argomento in un’intervista a Fox News chiarendo che “Teheran non riceverà mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi”, aggiungendo: “Distruggeremo l’uranio arricchito insieme agli iraniani” .

Ieri, alti funzionari americani hanno precisato ai giornalisti che “zero dollari” sono affluiti in Iran da quando Trump, Vance e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno siglato a distanza il documento preliminare.

Secondo i termini del memorandum, qualsiasi sospensione dalle sanzioni, incluso lo sblocco degli asset iraniani congelati all’estero, verrebbe rilasciato in fasi successive, subordinato ai progressi dei colloqui e all’accordo finale. Tuttavia, funzionari della stessa amministrazione Trump hanno ammesso che gli Stati Uniti offriranno “piccoli gesti” di sollievo finanziario “all’inizio” della trattativa, per costruire fiducia con Teheran.

Le decisioni sull’accesso dell’Iran a fondi più consistenti, inoltre, avrebbero un margine di soggettività politica, dal momento che la ricostruzione non è ancorata esclusivamente a parametri tecnici misurabili. Un dettaglio che lascia aperta la porta, smentite a parte, al più grande riposizionamento economico degli ultimi decenni in Medio Oriente.

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