Meno navi e meno caccia: gli Stati Uniti hanno annunciato una “drastica riduzione” del loro arsenale militare per la Nato in Europa, accelerando sul disimpegno dal Vecchio Continente più volte minacciato dal presidente Donald Trump. La notizia è stata data dal settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui gli Usa diminuiranno di un terzo gli aerei caccia e in modo significativo il numero di bombardieri strategici e di navi da guerra. Inoltre, Washington non intende fornire più droni da ricognizione (mentre quelli armati verrebbero ridotti) né sottomarini, mentre vuole mantenere la deterrenza nucleare.
La Nato insomma si ritroverà ‘svuotata’ da dentro, e l’Unione dovrà accelerare nell’assumersi la responsabilità della propria difesa convenzionale. Attualmente, infatti, gli Usa foraggiano circa la metà delle capacità militari dell’Alleanza, ragione per la quale Trump da tempo chiede agli europei di aumentare il proprio contributo. In pratica, la Casa Bianca vuole passare dalla condivisione degli oneri (‘burden sharing’) alla loro ridistribuzione (‘burden shifting’). Lo scorso luglio, a L’Aja, i Paesi si sono impegnati in questo senso – tranne la Spagna – e hanno deciso di arrivare a spendere per la difesa il 5% del Pil entro il 2035.
Perché gli Usa disimpegnano
La decisione americana, riporta Der Spiegel, è stata resa nota agli europei dall’inviato del capo del Pentagono Pete Hegseth, Alexander Velez-Green, in un incontro riservato a Bruxelles. E non arriva di sorpresa, viste le continue minacce di Trump che da anni critica la Nato. Non da ultimo durante le prime fasi della guerra in Iran, quando il rifiuto degli alleati di aiutare Washington a riaprire manu militari lo Stretto di Hormuz, chiuso da Teheran per ritorsione agli attacchi, ha scatenato l’ira del tycoon. Che ha definito gli europei “codardi” e la Nato “inutile” (ignorando il fatto che è un’alleanza di tipo difensivo).
A inizio maggio una frase troppo ardita del cancelliere tedesco Friedrich Merz (peraltro un atlantista che aveva anche difeso l’attacco all’Iran), secondo cui l’Iran sta umiliando gli Usa, ha provocato la reazione aggressiva di Trump, che ha minacciato di ritirare dalla Germania 5mila soldati. L’annuncio è stato poi seguito dalla decisione di ri-dislocare gli uomini in Polonia e dalla successiva sospensione di tale dispiegamento (peraltro dopo averlo iniziato).
Ma la riduzione degli armamenti in Europa risponde anche ad alcune necessità: l’attacco all’Iran ha depauperato l’arsenale americano, che rischia di rimanere in carenza. Ritirare soldati e mezzi militari dal Vecchio Continente consente dunque di risparmiare e di riallocare gli asset in punti che la Casa Bianca considera nevralgici e che rischiano di rimanere pericolosamente sguarniti, primo fra tutti l’Indo-Pacifico, dove incombe Pechino. Secondo l’intelligence statunitense, nel 2027 il Dragone potrebbe colpire Taiwan, l’isola che considera ‘ribelle’, per riportarla nell’ambito dell”Unica Cina’.
Cosa fanno gli europei?
Da mesi, la Casa Bianca parla di una ‘Nato 3.0‘, nella quale gli europei devono farsi carico della difesa convenzionale del loro continente il più rapidamente possibile. Ma se la decisione americana di disimpegnare era attesa, gli europei non si aspettavano l’entità della riduzione comunicata da Velez-Green. Ora gli alleati si trovano a dover colmare le lacune che verranno lasciate dagli Usa, e il più in fretta possibile, mentre i tempi del disimpegno americano non sono ancora chiari.
Lo scenario del venir meno dell’ombrello americano, quanto meno quello convenzionale, fino a un anno fa era praticamente impensabile, tanto che gli europei ci hanno messo dei mesi per iniziare a digerire che la realtà stava cambiando. Ma soprattutto dopo le minacce trumpiane di prendere la Groenlandia con la forza, sembra che tutti si siano resi conto che occorre muoversi.
L’Ue ha iniziato la scorsa primavera con ReArm Europe 2030, un piano da 800 miliardi di euro il cui primo pilastro è un programma di presiti agevolati, Safe, e con la possibilità concessa alle capitali di sforare i conti pubblici fino all’1,5% del Pil, per quattro anni, solo per le spese militari.
La Germania da parte sua ha attuato una ‘svolta epocale’ decidendo di rompere il rigido freno al deficit per aumentare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2029 e costruire “il più grande esercito convenzionale d’Europa” entro il 2039, peraltro andando a ‘grattare’ ataviche paure mai sopite nel Continente. Tra le misure previste da Berlino, l’ampliamento dell’esercito e l’aggiornamento del sistema di leva (su base volontaria), oltre alla recente introduzione dell’obbligo, per gli uomini tra i 17 e i 45 anni, di richiedere un’autorizzazione per i soggiorni all’estero superiori ai tre mesi.
Ma mentre il dibattito attraversa tutta l’Unione, ci sono comunque alcune capacità fondamentali alle quali gli europei non sono in grado di sopperire, come l’intelligence satellitare, la sorveglianza e la ricognizione, la difesa aerea e missilistica e la logistica aerea. Stesso discorso per le due portaerei che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione nel ‘Nato Force Model’ concordato nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina, quello che ora stanno rimettendo in discussione.
Primo banco di prova il 18 giugno
Cosa succede ora? Velez-Green ha comunicato che la Casa Bianca è aperta a collaborare con tutti i partner Nato che agiranno rapidamente. Entro i primi di giugno, in occasione della Force Sourcing Conference, gli europei dovranno stabilire come colmeranno le lacune lasciate dagli Usa con le proprie risorse e capacità.
E dovranno produrre qualcosa di concreto, perché l’amministrazione Trump intende presentare la nuova condivisione dei carichi al vertice Nato di Ankara a luglio, e non si accontenterà di qualche dichiarazione di principio.

