Esplosivi sul gasdotto serbo: l’ombra di Putin e le elezioni in Ungheria

L'ombra di Vladimir Putin e il viaggio di Vance a Budapest
2 ore fa
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Gasdotto serbia esplosivo

C’è un filo che collega le campagne del nord della Serbia al futuro politico dell’Ungheria, e passa sottoterra: si chiama Balkan Stream, è parte del sistema TurkStream, e trasporta gas russo dalla Turchia fino alle case di milioni di ungheresi.

Quel gasdotto è rimasto intatto solo perché le forze serbe hanno trovato in tempo due zaini con circa 4 chilogrammi di esplosivo plastico, detonatori e tutto l’equipaggiamento per far saltare in aria uno degli assi energetici più strategici d’Europa. Ad annunciarlo è stato il presidente serbo Aleksandar Vučić, ricordando che, se l’ordigno fosse esploso, “milioni di persone in Serbia e in Ungheria sarebbero rimaste senza gas“, e assicurando che la risposta contro chiunque colpisca infrastrutture critiche sarà “spietata”.

Il ritrovamento è avvenuto nella zona di Kanjiža, nel nord della Serbia, a pochi chilometri dal confine con l’Ungheria, dove la tensione per le elezioni del 12 aprile è sempre più alta.

Chi ci vede la mano di Mosca, chi quella di Kiev

Il ritrovamento ha innescato immediatamente una guerra di narrativa, con tre ipotesi principali sul campo, di cui nessuna ancora verificata.

La prima è quella del sabotaggio ucraino, spinta dal Cremlino e raccolta da Budapest. Mosca ha dichiarato che è “altamente probabile” il coinvolgimento dell’Ucraina, evocando precedenti sul gasdotto Druzhba e tracciando una linea tra questo episodio e i precedenti attacchi di Kiev a infrastrutture energetiche russe. Il governo ungherese di Viktor Orban, sostenuto idealmente e materialmente da Vladimir Putin in vista del voto di domenica prossima, ha fatto eco, suggerendo che il caso “si inserisce nel modello” di quelle azioni.
Le autorità serbe stesse hanno dichiarato di non avere al momento alcun elemento che colleghi i fatti all’Ucraina, e che non esistono prove pubbliche verificabili a supporto di questa tesi.

Il ministero degli Esteri ucraino, dal canto suo, ha respinto le accuse con forza, definendo l’episodio una probabile operazione sotto falsa bandiera russa — pensata per screditare Kiev, alimentare la narrativa sull’insicurezza energetica e condizionare il voto ungherese. Questa seconda lettura è condivisa da diversi analisti di think tank specializzati in sicurezza e guerra ibrida, che ricordano come Mosca abbia una lunga storia di operazioni grigie usate per fare pressione politica e mediatica in Europa. In questo scenario, far apparire il gasdotto sotto attacco servirebbe a rafforzare il legame emotivo tra elettori ungheresi, sicurezza energetica e continuità del governo Orbán, alleato di Putin.

C’è infine una terza pista, per ora la meno probabile. Il capo dell’intelligence militare serba ha menzionato un sospetto con background migrante e addestramento militare, collegato agli esplosivi, che sarebbero di fabbricazione statunitense. Lo stesso funzionario ha però riconosciuto che l’origine del materiale non è sufficiente a risalire al mandante.

L’unica certezza, per ora, è che un’infrastruttura chiave per il gas russo verso l’Europa è stata sfiorata da un attentato mancato, e che Mosca, Kiev e Budapest stanno usando l’episodio come arma di narrativa nella loro guerra politica.

Il gasdotto come leva elettorale

Il tempismo è tutt’altro che casuale: le elezioni ungheresi si terranno domenica 12 aprile, e Viktor Orbán sta vivendo la campagna più difficile dei suoi sedici anni al potere. I sondaggi danno in vantaggio il partito di opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar, e Fidesz ha bisogno di un vento favorevole nell’ultima settimana.

Un presunto attentato sventato su un gasdotto che rifornisce l’Ungheria fa parte del vocabolario politico più classico di Orbán: sicurezza energetica, minacce esterne, protezione dei confini. Non a caso, il premier non ha perso l’occasione per rimarcare l’importanza di questi asset strategici e neppure i suoi alleati americani.

Proprio in queste ore, infatti, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è a Budapest per una visita di due giorni — 7 e 8 aprile — che la Casa Bianca ha ufficializzato come incontro bilaterale con Orbán e occasione per un discorso sulla “ricca partnership tra Stati Uniti e Ungheria“. Non è una visita di cortesia, ma un endorsement esplicito, il secondo in pochi mesi dopo quello del segretario di Stato Marco Rubio, che a febbraio era stato a Budapest con lo stesso obiettivo. L’amministrazione Trump investe apertamente sulla rielezione del suo alleato più fedele in Europa, quello che ha tenuto aperto il rubinetto del gas russo quando tutti gli altri lo chiudevano.

In questo contesto, l’episodio del gasdotto di Kanjiža diventa un tassello in più nel racconto che Orbán e i suoi alleati americani vogliono offrire agli elettori: l’Ungheria è sotto attacco, e chi la difende è lui.

La dipendenza di Budapest e la fragilità dell’asse energetico russo

Per capire la posta in gioco è necessario guardare alla mappa. Il gasdotto Balkan Stream è la principale arteria attraverso cui il gas russo — passando dalla Turchia tramite il TurkStream — raggiunge Serbia e Ungheria. Giova ricordare, infatti, che Budapest ha rifiutato di tagliare i propri legami energetici con Mosca anche dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ottenendo deroghe e accordi separati che hanno permesso al governo Orbán di tenere le bollette relativamente basse rispetto ad altri Paesi europei. Per il leader di Fidesz questa dipendenza energetica da Mosca è diventata un asset politico, la prova che il dialogo con Putin “funziona”, mentre l’Europa che ha scelto la rottura paga il conto.

Tuttavia, indipendentemente da chi abbia piazzato gli esplosivi — se qualcuno li ha davvero piazzati con l’intenzione di farli esplodere — la vicenda del gasdotto ha dimostrato che chi vuole destabilizzare i Paesi ancora dipendenti dal Cremlino sa dove colpire.

Una guerra ibrida che non fa rumore

L’episodio di Kanjiža si inserisce in una sequenza che dura da quattro anni. Dal sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel 2022, rimasto senza responsabili ufficiali dopo indagini parallele in Germania, Svezia e Danimarca, all’interruzione del transito di gas ucraino verso l’Europa, fino agli attacchi ai cavi sottomarini nel Baltico, il continente convive con una guerra ibrida sull’energia che ridisegna lentamente gli equilibri strategici.

Come lo Stretto di Hormuz per l’Iran, i gasdotti diventano strumenti di pressione, pedine su una scacchiera dove le accuse producono effetti concreti sull’opinione pubblica. Chi ha piazzato quegli zaini nel nord della Serbia sapeva perfettamente dove si trovava: non solo su un gasdotto, ma nel cuore di una campagna elettorale, a pochi giorni da un voto che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza dentro l’Unione europea.

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