Il grande equivoco europeo: non è un problema di soldi

Per Michael Pettis ed Enrico Fardella, il vero problema dell’Europa non è la mancanza di capitali, ma la debolezza della domanda. Mentre Usa e Cina rafforzano le proprie strategie industriali, l’Unione è sempre più vittima degli squilibri globali, con effetti su industria, debito e coesione sociale
3 ore fa
6 minuti di lettura
Nathan cima 2JNNpq4nGls unsplash (1)
commercio internazionale container

Il dibattito sul futuro economico dell’Europa si sta progressivamente spostando da una semplice comparazione con gli Stati Uniti – crescita, produttività, innovazione – a una riflessione più profonda sul ruolo dell’Unione nel sistema economico globale. In questo contesto si inserisce il saggio “How Europe can harness its economic power”, firmato da Michael Pettis ed Enrico Maria Fardella e pubblicato da Engelsberg Ideas, che propone una lettura strutturale delle difficoltà europee.

Pettis, senior fellow del Carnegie Endowment for International Peace e professore di finanza alla Peking University, è uno dei principali studiosi degli squilibri globali e dei flussi di capitale. Fardella, professore associato all’Università di Napoli L’Orientale, docente alla Sais-Johns Hopkins, John Cabot e direttore del progetto ChinaMed, lavora da anni sui rapporti tra Europa e Cina.

Il loro intervento si colloca all’interno di un confronto più ampio che anima il dibattito europeo, come la serie di articoli ospitati da Le Monde e ripresa anche da Eurofocus, con contributi di economisti come Gabriel Zucman e Paul Krugman. In quel contesto, l’analisi si concentrava sulla divergenza tra Europa e Stati Uniti e sulla tenuta del modello europeo. Pettis e Fardella spostano però l’attenzione su un nodo diverso: non tanto la performance relativa, quanto la struttura degli squilibri che attraversano l’economia globale.

Il nodo centrale: domanda debole, non capitale scarso

Il punto di partenza del loro ragionamento è semplice ma cruciale. Secondo la Banca centrale europea, il principale fattore che frena gli investimenti nell’eurozona è la debolezza della domanda, seguita dalla bassa redditività. Questo significa che le imprese non investono perché non vedono prospettive di crescita sufficienti, non perché non abbiano accesso al credito.

Questa diagnosi cambia radicalmente il modo in cui si dovrebbero leggere alcune dinamiche economiche. In particolare, mette in discussione l’idea che un maggiore afflusso di capitali verso l’Europa – ad esempio attraverso un rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro – sia necessariamente positivo. Se il vincolo è la domanda, nuovi capitali non si traducono automaticamente in nuovi investimenti produttivi.

Al contrario, in determinate condizioni possono contribuire a rafforzare la valuta e a comprimere ulteriormente la competitività delle imprese europee, riducendo gli incentivi a investire.

La pressione esterna: Stati Uniti e Cina

Questo meccanismo diventa particolarmente rilevante nel contesto attuale, caratterizzato da una crescente competizione tra grandi economie. La Cina continua a espandere la propria capacità manifatturiera e la propria quota di produzione globale, mantenendo un modello fortemente orientato all’export. Gli Stati Uniti, al contrario, stanno cercando di invertire una lunga fase di deindustrializzazione, puntando a rilocalizzare la produzione e a ridurre la dipendenza dagli squilibri globali.

In mezzo a queste due strategie si colloca l’Europa, che rischia di trovarsi in una posizione passiva. Se i capitali globali si dirigono verso l’eurozona e il tasso di cambio si rafforza, la domanda per i beni europei tende a indebolirsi sia all’interno sia all’esterno. In un contesto in cui altri attori stanno rafforzando attivamente le proprie basi industriali, questo può tradursi in una perdita di quota manifatturiera.

Il meccanismo di aggiustamento: disoccupazione o debito

Dal punto di vista macroeconomico, gli squilibri non possono rimanere senza conseguenze. Se un’economia riceve capitali in ingresso senza che questi si traducano in maggiori investimenti, deve necessariamente ridurre il proprio risparmio. Questo processo di aggiustamento può avvenire attraverso due canali principali.

Il primo è la riduzione dell’occupazione. Una perdita di competitività industriale può portare a una contrazione della produzione e, di conseguenza, a un aumento della disoccupazione.

Il secondo è l’aumento del debito. Per sostenere la domanda interna, famiglie e governi possono essere spinti a indebitarsi, attraverso maggiori consumi finanziati a credito o attraverso politiche fiscali espansive.

Entrambi i meccanismi sono già stati osservati all’interno dell’eurozona. La Germania, con le riforme del lavoro dei primi anni Duemila, ha rafforzato la propria competitività attraverso la compressione salariale, generando ampi surplus. Altri paesi sono stati costretti ad assorbire questi squilibri in modi diversi: la Spagna attraverso una crescita trainata dal debito privato e dal settore immobiliare, l’Italia attraverso un aumento del debito pubblico e una crescita più debole ma relativamente stabile. In nessuno di questi casi si è trattato di scelte pienamente volontarie, ma di adattamenti resi necessari dalla struttura dell’unione monetaria.

Una trasformazione strutturale dell’economia europea

Se questa dinamica si generalizza, il rischio è una trasformazione progressiva della struttura economica europea. La riduzione del peso della manifattura e l’espansione dei servizi rappresentano un esito plausibile, soprattutto se la domanda interna viene sostenuta principalmente attraverso il debito.

Questa evoluzione non è neutrale. La manifattura svolge un ruolo centrale nella crescita della produttività, nella dinamica dei salari e nella capacità di esportazione. I servizi, pur essendo fondamentali, sono in larga parte meno scalabili e meno integrati nei mercati globali.

Una riduzione del peso dell’industria può quindi tradursi in una crescita più fragile e in una maggiore esposizione a tensioni sociali, legate a stagnazione dei redditi e aumento delle disuguaglianze.

Il cambiamento del contesto globale

Un elemento decisivo nel ragionamento di Pettis e Fardella riguarda il cambiamento del ruolo degli Stati Uniti nell’economia globale. Per anni, l’economia americana ha funzionato come principale assorbitore degli squilibri globali, sostenendo la domanda attraverso deficit commerciali e afflussi di capitale.

Oggi questo modello è sempre più messo in discussione. A Washington si è consolidato un consenso politico sulla necessità di ridurre la dipendenza dagli squilibri esterni e di rafforzare la base industriale nazionale. Questo implica una minore disponibilità ad assorbire l’eccesso di produzione e di risparmio di altri paesi.

Se gli Stati Uniti riducono questo ruolo, la pressione si sposta inevitabilmente su altre economie avanzate. L’Europa, per dimensione e apertura commerciale, è il candidato più probabile.

Il rischio europeo: diventare l’assorbitore degli squilibri

Lo scenario che emerge è quello di un’Europa che continua a rimanere aperta mentre altri attori adottano strategie più difensive o più attive sul piano industriale. In questo caso, l’Unione finirebbe per assorbire una quota crescente degli squilibri globali, sia in termini di produzione sia di capitali.

Le conseguenze sarebbero quelle già descritte: o un aumento della disoccupazione, oppure un aumento del debito necessario a sostenere la domanda interna. Entrambe le opzioni comportano costi economici e politici significativi.

Il limite politico dell’Unione

Il problema, tuttavia, non è soltanto economico. Pettis e Fardella sottolineano come l’Unione europea non disponga oggi degli strumenti istituzionali per gestire efficacemente questi squilibri.

Le decisioni in materia economica esterna sono spesso rallentate o bloccate dalla necessità di trovare un consenso tra Stati membri con interessi diversi. Anche quando le regole vengono definite a livello europeo, la loro applicazione è frammentata tra sistemi nazionali con capacità amministrative e approcci differenti.

Questo crea un doppio problema: difficoltà nel prendere decisioni rapide e coerenza limitata nell’implementazione. In questo contesto, diventa più probabile che l’Europa segua il percorso di minore resistenza, accettando i flussi di capitale e adattandosi agli squilibri globali invece di governarli.

Il paradosso del modello europeo

Un ulteriore elemento di complessità riguarda la natura stessa del modello europeo. Politiche come la protezione del lavoro, il welfare e gli standard ambientali contribuiscono a sostenere il reddito delle famiglie e la domanda interna, e sono quindi, in linea di principio, positive sia per l’economia europea sia per l’equilibrio globale.

Tuttavia, in un sistema internazionale in cui altri paesi competono comprimendo salari e domanda per sostenere le esportazioni, queste stesse politiche possono tradursi in uno svantaggio competitivo relativo.

Si crea così una tensione tra obiettivi interni e dinamiche esterne, che richiama il cosiddetto paradosso di Kalecki: ciò che è razionale per un singolo paese può diventare problematico se adottato simultaneamente da più economie.

Governare gli squilibri o subirli

La conclusione del saggio è che l’Europa si trova di fronte a una scelta che è insieme economica e politica. Continuare a operare come oggi significa accettare di adattarsi agli squilibri globali, con il rischio di una progressiva perdita della base industriale e di un aumento delle tensioni sociali.

L’alternativa è costruire strumenti che permettano di governare questi squilibri. Questo implica, tra le altre cose, una maggiore integrazione delle politiche economiche esterne, una capacità fiscale comune in grado di sostenere la domanda, un coordinamento delle politiche industriali e una gestione più attiva dei rapporti commerciali con le grandi economie.

In gioco non c’è soltanto la competitività, ma la sostenibilità del modello europeo nel lungo periodo. Se l’Unione continuerà ad assorbire capitali di cui non ha bisogno e squilibri che non controlla, il risultato sarà una crescita sempre più dipendente dal debito, una riduzione del peso dell’industria e una crescente fragilità politica.

Il punto, in ultima analisi, è che gli equilibri macroeconomici non sono neutrali. Se non vengono governati, finiscono per trasformarsi in vincoli politici. Ed è su questo terreno che si giocherà una parte importante del futuro dell’Europa.