È di nuovo ‘giorno della marmotta’ tra le due sponde dell’Atlantico: Donald Trump torna a minacciare l’Europa e traccia una deadline per l’applicazione dell’accordo sui dazi concordato sui campi da golf della scozzese Turnberry lo scorso luglio. Il nuovo ultimatum scade il 4 luglio; la pena è un aumento delle tariffe doganali da parte della Casa Bianca oltre il 15% previsto dall’intesa. La decisione, che non può dirsi inaspettata, è stata comunicata ieri dal presidente degli Stati Uniti alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, in occasione di una telefonata.
Entrambi hanno definito “molto buona” la conversazione, e la tedesca in una nota ha sottolineato che, per quanto riguarda il tema commerciale, entrambe le parti rimangono “pienamente impegnate nell’attuazione dell’accordo”. Tanto che “si stanno facendo buoni progressi verso la riduzione dei dazi entro l’inizio di luglio”. L’intesa di Turnberry prevede tariffe zero per i prodotti Usa importati, e al 15% per i beni europei che entrino nel mercato Usa, e sarebbe in vigore dal 1° agosto 2025.
La pazienza di Trump è finita
Perché dunque Trump è tornato a minacciare l’Unione europea? Lo ha spiegato ieri su Truth: “Ho atteso pazientemente che l’Ue rispettasse la propria parte dello storico accordo commerciale che abbiamo raggiunto a Turnberry, in Scozia, il più grande accordo commerciale di sempre! Era stata fatta una promessa: l’Ue avrebbe rispettato la propria parte dell’accordo e, come previsto dall’intesa, avrebbe ridotto i propri dazi a zero. Ho accettato di concederle tempo fino al 250esimo compleanno del nostro Paese (il 4 luglio, appunto, ndr) oppure, sfortunatamente, i loro dazi aumenteranno immediatamente a livelli molto più alti”.
Il tycoon era già tornato a paventare un rialzo dei dazi, puntando ad aggravare il settore chiave europeo dell’automotive con una tariffa del 25%: un’uscita collegata anche allo scontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che a fine aprile aveva affermato che l’Iran sta umiliando gli Stati Uniti.
Le esitazioni europee
Il problema però è più ampio, e riguarda il faticoso e lento processo dell’Unione per approvare le leggi (ne sa qualcosa il Mercosur). Un processo complicato in questi mesi dall’approccio aggressivo, ondivago, e in definitiva inaffidabile, che caratterizza la personalità e l’azione politica del presidente degli Stati Uniti.
In sostanza gli europei, mentre assorbono lo shock della fine de facto dell’alleanza atlantica come l’avevano sempre conosciuta – e dell’ombrello americano che ha consentito al Continente di sentirsi al sicuro e prosperare (ma anche gli Usa ne hanno tratto i loro vantaggi) -, hanno iniziato a non fidarsi più di Trump e dunque a volersi tutelare. L’Europarlamento quindi ha fatto melina in attesa di capire meglio l’aria che tirava, viste soprattutto le minacce alla Groenlandia, e ha poi approvato l’accordo sui dazi lo scorso 26 marzo ma con una serie di clausole per mettere il blocco al riparo da voltafaccia – molto possibili – da parte americana.
Trilogo in stallo
A quel punto è iniziato il trilogo (tra Commissione, Europarlamento e Consiglio, che unisce i leader delle capitali), al momento in stallo. Mercoledì sera, infatti, i legislatori europei e i governi non hanno trovato un accordo sull’attuazione dell’intesa. E questo nonostante il commissario al Commercio Maroš Šefčovič li avesse invitati ad arrivare a una conclusione in modo da contribuire a stabilizzare le relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico. Al momento, un secondo round di trattative è previsto per il 19 maggio.
Ma Trump non è certamente fatto per capire le sottigliezze del compromesso, o per riconoscere le conseguenze della propria aggressività e della propria incostanza, e nemmeno per pazientare. Anche perché nel frattempo è successa un’altra cosa.
I giudici Usa bocciano di nuovo i dazi di Trump
Alla bocciatura della maggior parte dei dazi inflitta lo scorso febbraio dalla Corte suprema (a maggioranza repubblicana), si è aggiunta proprio ieri quella della Corte per il commercio internazionale (un tribunale federale), secondo cui la Casa Bianca ha violato la legge anche nel caso dei nuovi dazi ‘di riserva’ del 10%. Questi ultimi erano stati decisi dall’amministrazione dopo la sentenza sfavorevole del massimo organo giudiziario americano. Molte piccole e grandi imprese, che in larga parte sono coloro che di fatto pagano, insieme ai consumatori, le aliquote trumpiane, hanno già impugnato l’aumento delle tariffe sui prodotti europei importati, e questa nuova pronuncia getta ancora più dubbi sull’opportunità di concedere per via negoziale un trattamento di favore, spinti da un’arma di ‘ricatto’ che i giudici considerano illegale.
L’insofferenza statunitense è stata ribadita ieri dal rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, che nei giorni scorsi si è incontrato con Šefčovič. “Per quanto riguarda i dazi, (gli europei, ndr) almeno hanno avviato un processo. (…) Ma ci sono altre cose per le quali non hanno nemmeno iniziato”, ha affermato facendo riferimento alle barriere non tariffarie che pure sono previste nell’intesa raggiunta in Scozia. “Noi siamo conformi al 95% da nove mesi (…) e loro non lo sono per niente. Cosa dovrei fare”?, ha proseguito.
Secondo Andrew Puzder, l’ambasciatore statunitense per l’Ue, l’intera intesa ora è a rischio: “Se un accordo non è un accordo, allora penso che gli Stati Uniti si tirerebbero indietro”, ha affermato.

