Gli incubi di Bruxelles, scenari che fino a non molto tempo fa sembravano inimmaginabili, sono ormai una realtà talmente vicina da poter essere toccata con mano. Venerdì scorso, 12 giugno, quando in Italia erano passate le 23, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha ordinato ad Anthropic di limitare l’accesso dei cittadini non statunitensi agli ultimi modelli dell’azienda, ovvero al famoso Mythos, il modello super-potente che scova le vulnerabilità dei software, e a Fable 5, una versione meno performante del primo dotata di misure di sicurezza pensate per renderla adatta all’uso generale.
Come ha spiegato la stessa azienda, la Casa Bianca ha fatto valere “preoccupazioni per la sicurezza nazionale” e ha chiesto di “sospendere l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 a qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri di Anthropic”, nell’ambito di “una direttiva sul controllo delle esportazioni”. L’accesso agli altri modelli della società non è interessato dal provvedimento.
La Casa Bianca contesta la sicurezza di Fable 5
Anthropic ha riferito che “il governo ritiene di essere venuto a conoscenza di un metodo per aggirare, o ‘sbloccare’, Fable 5”, attraverso un processo noto come jailbreaking. Ma, ha replicato, “finora ci ha fornito solo prove verbali di una potenziale falla di sicurezza limitata e non universale”. L’azienda guidata da Dario Amodei ha poi assicurato di aver “implementato solide misure di sicurezza” per Fable 5 e ha fatto sapere di non concordare “sul fatto che la scoperta di una potenziale vulnerabilità, seppur limitata, debba giustificare il ritiro dal mercato di un modello commerciale distribuito a centinaia di milioni di persone”.
Secondo Anthropic, “se questo criterio venisse applicato a tutto il settore”, il rischio sarebbe quello di bloccare “di fatto tutte le nuove implementazioni di modelli per tutti i fornitori di modelli di punta”.
Ricordiamo che ad aprile l’azienda ha fornito l’accesso a Mythos solo ad alcuni enti e società tecnologiche nell’ambito del progetto Glasswing, con la motivazione che il modello era talmente potente da non poter essere dato a tutti.
E ricordiamo anche che Anthropic è stata al centro di uno scontro col Pentagono per il suo rifiuto di concedere il modello Claude per armi autonome e sorveglianza. Il 3 marzo scorso il segretario della Difesa Pete Hegseth ha dunque dichiarato l’azienda un rischio della catena di approvvigionamento bandendola dai contratti pubblici, una decisione per cui il gruppo californiano si è rivolto ai giudici.
Allarme nell’Unione europea
L’Unione europea, già rimasta esclusa (insieme a moltissimi altri) dalla possibilità di esaminare Mythos, si vede sbattuta in faccia non solo la sua forte dipendenza dai modelli di intelligenza artificiale americani, ma anche quello che succede quando si è in mano a soggetti terzi, compresi quelli che sono stati sempre alleati ma che ora non possono più essere considerati affidabili.
Il caso Anthropic rende evidente che il blocco deve sbrigarsi a cambiate lo stato delle cose, prima che sia troppo tardi e la distanza diventi talmente siderale da non poter essere accorciata in nessun modo. La finestra di opportunità si sta chiudendo, come molte Cassandre – tra cui Mario Draghi ed Enrico Letta – hanno ripetuto negli ultimi anni.
Le crepe si erano iniziate a vedere già nel 2025, quando il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, venne colpito da un’interruzione dei servizi Microsoft a seguito delle sanzioni statunitensi imposte dopo il mandato di arresto spiccato nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Dopo di lui toccò a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ad essere sanzionata e a vedersi privata (insieme ad altri) di strumenti ormai necessari per la vita quotidiana.
Ai primi di aprile Apple aveva annunciato che non avrebbe lanciato immediatamente Siri AI su iPhone, smartwatch e iPad nell’Unione europea, a causa dei vincoli del Digital Markets Act, nell’ambito di un più ampio braccio di ferro tra Big Tech e Bruxelles sulla regolamentazione digitale. Tutti episodi che alimentano le preoccupazioni europee sulla dipendenza da infrastrutture digitali controllate da operatori statunitensi.
“L’Ai è già una questione di sovranità nazionale”
Sabato, dopo la notizia del blocco di Mythos e Fable 5, i politici del Vecchio Continente hanno affermato che l’Unione dovrebbe accelerare lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia. Il portavoce del Berlaymont Thomas Regnier, ha dichiarato che il caso Anthropic “sottolinea ulteriormente la necessità per l’Europa di acquisire sovranità tecnologica“.
Una linea su cui c’è accordo diffuso. Jordan Bardella, leader del partito di estrema destra francese Rassemblement National, ha commentato: “Questa decisione improvvisa ci ricorda che l’intelligenza artificiale è già una questione fondamentale di sovranità nazionale. Le nazioni che non sviluppano rapidamente i propri modelli dipenderanno sempre di più dalle scelte di altre potenze”.
Due settimane fa la Commissione ha presentato un pacchetto per la sovranità digitale, focalizzato tra le altre cose su chip e cloud. Bruxelles si sta anche concentrando su data center, potenza di calcolo, modelli di frontiera e chip. Sul principio sono tutti d’accordo. Ma poi? Ridurre (quanto meno) il predominio tecnologico americano, che si sta trasformando in possibile arma di pressione, non sarà né facile né economico. E pertanto nemmeno scontato.
EuroStack: un equilibrio difficile
L’unica azienda europea credibile nel campo è la francese Mistral, che – è indiscrezione di questi giorni, riportata da Bloomeberg – sarebbe in trattative per raccogliere 3 miliardi di euro di finanziamenti, con una valutazione aziendale di 20 miliardi di euro.
Da segnalare poi una delle iniziative di politica industriale che stanno prendendo piede come possibile modello per il riequilibrio europeo, ad un costo stimato di 300 miliardi di euro. Si tratta della cosiddetta iniziativa EuroStack, promossa da esperti del settore tecnologico, economisti e da una parte dell’industria europea, per creare una vera infrastruttura pubblica digitale comunitaria. L’obiettivo è coprire l’intera catena tecnologica: dalle applicazioni alle piattaforme, dai modelli di intelligenza artificiale ai chip, fino a cloud, archiviazione, calcolo e connettività.
Secondo i promotori, l’Europa ha già investito molto nel digitale, ma manca ancora una strategia comune, coordinata e concreta. La loro proposta si basa su tre linee d’azione: comprare europeo, vendere europeo e finanziare l’Europa. In pratica, si chiede di dare più spazio alle imprese europee negli appalti pubblici, introdurre quote per gli acquisti governativi e creare un fondo EuroStack dedicato alle tecnologie sviluppate nel continente.
L’iniziativa ha già raccolto sostegno in diversi Paesi europei e tra alcuni eurodeputati, ma, oltre alle difficoltà di una sfida enorme come quella che si propone, si muove cercando un equilibrio complesso: rafforzare la sovranità tecnologica europea senza apparire protezionisti e senza provocare tensioni con gli Stati Uniti.
La mano di Trump sull’AI
A proposito di Stati Uniti, c’è anche un altro aspetto da considerare: se è vero che l’amministrazione Trump non vuole imporre lacci e lacciuoli per consentire alle Big Tech di correre e vincere la battaglia dell’AI contro la Cina, secondo gli esperti prima o poi si dovrà arrivare a qualche forma molto stretta di controllo da parte del governo, se non a una vera nazionalizzazione. Questo perché il digitale e l’intelligenza artificiale non sono solo dei business, ma sono asset di rilevanza strategica e geopolitica, anche per la sicurezza del Paese.
Non a caso OpenAI, la società di ChatGPT, ha offerto al governo Usa delle quote, in un discorso che peraltro si intreccia con le disuguaglianze sociali sempre più marcate e con il possibile sconvolgimento del mercato del lavoro a sfavore degli esseri umani e con la conseguente necessità di ripensare anche le forme di reddito.
Trump ha recentemente dichiarato che il pubblico deve avere una partecipazione diretta nelle aziende dell’AI e secondo i media americani i colloqui tra Sam Altman, ceo di OpenAI, e la Casa Bianca sarebbero in corso già da un anno.
Intanto il 2 giugno il capo della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale e la sicurezza nazionale che chiede agli sviluppatori, su base volontaria, di fornire al governo un accesso anticipato ai modelli all’avanguardia – fino a 30 giorni prima – in modo da poterne valutare le capacità prima di un rilascio completo. E permette all’amministrazione di contribuire a selezionare i “partner di fiducia” che riceveranno l’accesso anticipato.
Altman ha dichiarato su X che “gli Stati Uniti dovrebbero assumere un ruolo guida nell’intelligenza artificiale continuando a sviluppare i modelli migliori, assicurandosi che siano sicuri e mettendo gli strumenti informatici nelle mani di esperti di sicurezza fidati”. E ha aggiunto: “Il nuovo ordine esecutivo trova il giusto equilibrio”.
Ma per l’Unione europea sono tutti segnali che rendono sempre più necessario agire in fretta, mentre gli Stati Uniti cercano un “giusto equilibrio” che non potrà durare a lungo e che comunque in nessun modo potrà esserle favorevole.

