Svizzera, bocciata la neutralità ‘rigida’: cosa cambia dopo il referendum

Gli elettori respingono l’iniziativa che avrebbe limitato sanzioni contro Stati in guerra e cooperazione con la Nato, appoggiata dalla Russia
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Cartello elettorale referendum sulla neutralità in Svizzera
Un cartello pre-voto con scritto "'No' alla guerra, 'Sì' alla neutralità svizzera" (Afp)

Non cambia niente, ma è qualcosa è cambiato. Gli svizzeri hanno detto ‘no’ all’ipotesi di irrigidire la storica neutralità del proprio Paese inserendo in Costituzione una serie di paletti, e dunque vogliono lasciare le cose come stanno. La decisione però riflette la volontà e la necessità di non precludersi le opzioni possibili, in un momento in cui il contesto di sicurezza è mutato, diventando sempre più precario per le crescenti tensioni con la Russia e il disimpegno degli Stati Uniti dal Vecchio Continente.

“L’iniziativa rischia di trasformare la neutralità in isolamento, e l’isolamento in questo mondo non è una buona strategia di sicurezza“, aveva spiegato Corina Gredig, parlamentare dei Verdi liberali, prima del voto che si è tenuto il 27 settembre e che ha restituito un verdetto inequivocabile: secondo i dati definitivi dell’Ufficio federale di statistica il 70,15% ha votato ‘No’ contro 29,85% dei ‘Sì’. Inoltre, nessun Cantone ha approvato l’iniziativa. Affluenza: 47,06%. Interessante notare che l’area più favorevole è stata quella italofona, con il 48,39% di ‘Sì’, contro il 28,93% nella Svizzera tedesca e il 29,45% in quella francofona.

“Questo risultato non è un voto contro la neutralità. La Svizzera era neutrale ieri, è neutrale oggi e rimarrà neutrale in futuro“, ha chiarito in conferenza stampa dopo il voto il ministro degli Esteri della Confederazione Ignazio Cassis.

Come è nato il referendum

La neutralità svizzera, che viene fatta risalire alla battaglia di Marignano del 1515, è riconosciuta a livello internazionale dalla fine delle guerre napoleoniche nel 1815 ed è inserita nella Costituzione della Confederazione dal 1848. Tuttavia, non è strettamente codificata e dunque, ferme restando alcune linee rosse, consente al governo dei margini di manovra. Margini che hanno permesso a Berna, ad esempio, di imporre sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, allineandosi all’Unione europea.

Oggi il diritto internazionale della neutralità impedisce alla Svizzera, fra le altre cose, di partecipare militarmente a una guerra tra Stati o di favorire militarmente una delle parti. Ma non vieta automaticamente le sanzioni economiche, né impedisce ogni forma di cooperazione militare internazionale.

Eppure proprio la decisione delle misure contro Mosca, secondo parte della destra sovranista svizzera, ha indebolito la tradizionale neutralità del Paese. Il principale ideatore dell’iniziativa è stato Christoph Blocher, miliardario ed ex consigliere federale e figura storica dell’Udc (Unione Democratica di Centro)/Svp (Partito Popolare Svizzero ), per il quale le sanzioni economiche contro uno Stato belligerante rappresentano una forma di partecipazione politica al conflitto.

Il progetto referendario è stato promosso insieme a Pro Schweiz, gruppo nazionalconservatore nato nel 2022 dalla fusione di associazioni sovraniste e contrarie a un maggiore avvicinamento istituzionale all’Ue.
Il testo è stato depositato l’11 aprile 2024, con 129.806 firme validate, ben oltre le 100mila necessarie per un’iniziativa costituzionale federale. La Russia ha appoggiato apertamente l’iniziativa.

In Svizzera, a parte l’Udc favorevole, i partiti – Verdi, Socialdemocratici, Partito di Centro, Fdp – e il governo si sono opposti alla proposta.

Cosa chiedeva il referendum

L’iniziativa non si limitava a ribadire che la Svizzera è neutrale. Voleva inserire in Costituzione quattro principi:

• neutralità “permanente e armata”;
• Berna non avrebbe potuto aderire ad alleanze militari o difensive né, soprattutto, collaborare con esse, salvo in caso di aggressione militare contro la Svizzera o di preparativi concreti per un attacco;
• il Paese non avrebbe potuto partecipare a guerre fra Stati terzi né adottare misure coercitive non militari contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle delle Nazioni Unite e per i provvedimenti volti a impedire l’elusione di sanzioni;
• la Costituzione avrebbe esplicitamente impegnato il governo a usare la neutralità per svolgere attività di mediazione.

Cosa sarebbe successo se avesse vinto il ‘sì’

Se il referendum fosse passato, le nuove norme di neutralità avrebbero avuto diverse conseguenze, anche immediate, soprattutto sul regime delle sanzioni. Secondo il Dipartimento federale degli Affari esteri, infatti, si sarebbe dovuto presumere che le misure già in vigore contro Stati belligeranti fossero da revocare.

Inoltre, poter imporre misure solo se decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu avrebbe significato limitare in modo rilevante il proprio ventaglio di opzioni, basti pensate che la Russia possiede diritto di veto in seno al Consiglio stesso, dunque è impossibile che le Nazioni Unite approvino sanzioni contro di lei.

In secondo luogo, la cooperazione con la Nato sarebbe stata quantomeno ridotta. La Svizzera non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma nel 1996 ha aderito al Partenariato per la Pace e coopera con essa e con altri eserciti occidentali, ad esempio attraverso esercitazioni, scambio di informazioni e programmi di interoperabilità. Dal 2025, inoltre, prende parte a progetti specifici nell’ambito della Cooperazione Strutturata Permanente (Pesco) dell’Unione. Con il Sì, tutto questo avrebbe dovuto restringersi. Il governo ammetteva che il testo non stabiliva esattamente quali attività sarebbero rimaste consentite, ma considerava certo che sarebbero state ridotte.

In terzo luogo, la politica estera sarebbe diventata meno flessibile. Oggi il Consiglio federale può decidere caso per caso se recepire sanzioni dell’Ue o di altri partner. Con la nuova norma costituzionale avrebbe avuto un margine molto inferiore.

Infine, i rapporti con Ue e partner occidentali sarebbero cambiati. Non avrebbe significato automaticamente una rottura con Bruxelles o Washington, ma la Svizzera avrebbe avuto molta meno possibilità di allinearsi alle loro risposte economiche alle crisi internazionali. Pur non essendo uno Stato membro, la Svizzera infatti può oggi decidere autonomamente di recepire integralmente, parzialmente o con modifiche le misure adottate da Bruxelles. Dopo l’attacco russo all’Ucraina ha scelto di allinearsi sostanzialmente alle sanzioni europee contro Mosca.

Cosa succede con il ‘Sì’

La conseguenza della vittoria del ‘Sì’ è molto più semplice: resta in vigore il sistema attuale. Berna continua quindi a essere neutrale ma conserva discrezionalità su come gestire la propria politica di ‘neutralità flessibile’ sul piano diplomatico, economico e della sicurezza. Decidendo caso per caso, ha sottolineato Cassis, sulle sanzioni economiche e sulla cooperazione con i partner. La sicurezza del Paese, ha rimarcato, dipende anche da quella dell’Europa.

D’altronde, una strategia di sicurezza svizzera, pubblicata a inizio settembre, avvisa proprio di un quadro di sicurezza “drasticamente deteriorato” e chiede l’acquisto di missili a lungo raggio e droni. Peraltro, la Svizzera sta effettivamente aumentando la propria spesa militare.

Archiviato il referendum sulla neutralità, per gli svizzeri, abituati ad andare al voto, non finisce qui: a novembre dovranno decidere se il Paese possa esportare armi verso 25 Paesi – fondamentalmente occidentali – anche se coinvolti in un conflitto in corso. Si tratta di una modifica alle norme attuali che potrebbe incrementare i ricavi derivanti dalle esportazioni del settore difesa, e che gira anch’essa attorno all’interpretazione del concetto di neutralità.