“Più danni che benefici”, con queste parole il neo premier Uk Andy Burnham ha riaperto il dossier Brexit affermando che un ritorno della Gran Bretagna in Ue “è tra le opzioni sul tavolo”. A conclusione del congresso del Partito Laburista, il successore di Starmer ha detto che occorre puntare su “una relazione a lungo termine con quello che resta il nostro più grande mercato”. Ma i dubbi sulla Brexit partono da lontano.
Già il suo predecessore, Keir Starmer, aveva avviato un percorso di riavvicinamento tra Londra e Bruxelles, pur escludendo un ritorno a pieno titolo del Regno Unito nell’Unione europea. Il punto è che, secondo Burnham, gli accordi settoriali al vaglio delle diplomazie non sono abbastanza. Il leader laburista ha detto che, in occasione del prossimo vertice euro-britannico di novembre, esporrà “quelle che credo siano le diverse opzioni per un rapporto a lungo termine con i nostri partner europei, e vedrò se riusciamo a trovare il consenso su una di esse”.
Le parole pronunciate dal premier britannico riprendono quasi alla lettera il discorso di Stella Creasy: “Il nostro isolamento ci rende vulnerabili. La Brexit ha danneggiato la nostra sicurezza nazionale. Abbiamo bisogno di un piano d’azione: il nostro prossimo manifesto elettorale deve riconoscere che per il futuro è meglio esser dentro che fuori dall’Europa, e tutto deve essere messo sul tavolo”, ha detto la capofila della fazione europeista durante la conferenza annuale del Partito Laburista, andata in scena a Liverpool due giorni fa, il 28 settembre 2026.
Il ministro degli Esteri Miliband non ha dubbi: “Il futuro è nell’UE”
L’incontro ha ospitato un evento organizzato dal “Labour Movement for Europe” ricevendo l’endorsement in persona del ministro degli Esteri, Ed Miliband, a dimostrazione dell’orientamento anti-Brexit dell’esecutivo. “Quando mi occupo di sicurezza, di commercio, di clima o di intelligenza artificiale, mi rivolgo ai partner europei: il nostro futuro strategico è lì”, ha chiarito il ministro.
“L’Europa non è solo la nostra geografia, ma molto di più. È il luogo in cui perseguiamo i nostri valori, dal clima al Medio Oriente. È il luogo in cui perseguiamo i nostri interessi, dal commercio alla difesa. È il luogo in cui costruiamo e proteggiamo le nostre alleanze… Dico a questa conferenza che il nostro futuro risiede in un partenariato più forte e profondo con l’Unione europea”, ha aggiunto dal palco di Liverpool Miliband, che nel governo Starmer ricopriva la carica di ministro per la Sicurezza Energetica e l’Impatto Zero.
Il nuovo esecutivo è entrato in carica il 20 luglio 2026, con l’insediamento a Downing Street di Andy Burnham, diventato leader del Labour Party quattro giorni prima, il 16 luglio 2026. All’interno del partito, però, non tutti sposano la linea fortemente europeista.
Stella Creasy: “Rimuovere le linee rosse” di Starmer
La presidente del Labour Movement for Europe, Stella Creasy, ha accolto con entusiasmo la svolta del Primo Ministro britannico, esercitando una forte pressione affinché il governo agisca rapidamente. Tramite i propri canali ufficiali a margine della conferenza di Liverpool, la deputata laburista ha dichiarato che “Andy Burnham ha detto una verità che i cittadini britannici vivono ogni giorno: la Brexit ha fatto più danni che benefici”.
Esprimendo il pieno sostegno del movimento alla decisione di presentare al Paese tutte le opzioni di riavvicinamento a Bruxelles, Creasy ha avvertito il premier che non c’è tempo da perdere e che il processo non può attendere le prossime elezioni politiche, concedendo idealmente una finestra di soli sei mesi per avviare le trattative economiche.
La parlamentare ha poi scandito con fermezza la linea programmatica della fazione europeista: “Tutto deve essere sul tavolo. Rimuovere le linee rosse sull’Europa è il primo passo essenziale per ridare al nostro Paese il ruolo che gli spetta sullo scenario mondiale. Siamo al fianco di questo Primo Ministro per compiere i cambiamenti che rispondano davvero alle sfide del 2026, non del 2016″.
La linea europeista spacca i Labour
Sebbene l’ala più smaccatamente europeista guidata da Stella Creasy festeggi questo cambio di rotta, una fetta consistente di deputati laburisti, specialmente quelli eletti nei collegi operai e provinciali del centro-nord dell’Inghilterra (la cosiddetta Red Wall), guarda con enorme timore a questa accelerazione. Molti esponenti centristi ed eredi della linea di Keir Starmer temono che promettere il ritorno nell’Ue o nel mercato unico sia un suicidio elettorale in grado di alienare milioni di elettori della classe lavoratrice che nel 2016 votarono per il “Leave”.
La mossa di Burnham ha riaperto la storica frattura interna del Labour sulla Brexit: per i sostenitori di un rapporto più stretto con Bruxelles questa linea potrebbe riconquistare gli elettori che hanno votato per i Verdi e i Liberal Democratici. Gli scettici, invece, sostengono che l’apertura verso l’Ue contribuirà ad allontanare gli elettori stanchi del dibattito, offrendo ai fautori della Brexit l’occasione per accusare il Labour di aver tradito la volontà popolare e servendo un formidabile assist elettorale alle opposizioni di destra, in particolare a Reform Uk di Nigel Farage. I parlamentari più vicini al riavvicinamento soft promosso da Starmer si chiedono inoltre se valga la pena sacrificare la politica commerciale indipendente per rientrare nell’unione doganale Ue.
“Non lasceremo questo tradimento impunito”: l’opposizione di Tories e Reform UK
La svolta radicale del premier ha sollevato durissime critiche da parte dei Conservatori, i quali hanno accusato Burnham di voler “riaprire vecchie ferite ricominciando le battaglie degli anni della Brexit“. Sul piano mediatico e dell’opinione pubblica conservatrice, testate come The Telegraph hanno bollato questa strategia come il “tradimento della Brexit da parte del Labour”, avvertendo che qualsiasi tentativo di riavvicinamento al mercato unico o all’unione doganale costringerebbe la Gran Bretagna a piegarsi nuovamente alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea e ad accettare la libera circolazione delle persone, annullando la sovranità parlamentare faticosamente conquistata con il referendum del 2016.
Il partito euroscettico Reform Uk ha reagito con intransigenza alle dichiarazioni del premier Andy Burnham. I vertici del partito guidato da Farage hanno che “non lasceranno mai questo tradimento impunito”.
Tra gli elettori, però, qualcosa sta cambiando. Secondo un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano britannico The Independent, il 51% degli elettori di Reform UK si dice oggi favorevole a stringere legami più stretti con Bruxelles. Questa inattesa percentuale non si traduce nella volontà di un pieno reinserimento politico nel blocco europeo (opzione respinta dall’elettorato di destra), ma testimonia come anche una maggioranza assoluta dei sostenitori di Farage, logorata dalle difficoltà economiche del post-Brexit, sia ora aperta a forme di cooperazione pratica e commerciale più profonda con l’Unione Europea, in contrasto con i dogmi identitari dei vertici del partito.

