A cosa punta l’Italia nelle nomine europee

Giorgia Meloni, forte della vittoria elettorale, intende far valere il proprio peso per ottenere un commissariato di serie A. Ma non è così semplice
4 settimane fa
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Bruxelles, Vertice Informale Dell'unione Europea
La premier italiana Giorgia Meloni alla tavola rotonda durante il summit informale dell'Ue. Foto credits: Hollandse Hoogte/Shutterstock (Ipa/Fotogramma)

Entrano nel vivo i negoziati per le più alte cariche europee. Dopo il mancato accordo tra i capi di Stato e di governo ieri sera a Bruxelles in occasione di una cena informale, il primo incontro dopo le elezioni, gli occhi sono puntati al Consiglio europeo in agenda il 27 e 28 giugno. Sul piatto, i quattro top jobs: la presidenza della Commissione, quella del Consiglio europeo, quella dell’Europarlamento e la guida della Politica estera.

Ma la prospettiva della partita va allargata un po’, per ricomprendere anche la composizione che assumeranno i gruppi politici nel prossimo Parlamento – entro il 15 luglio i MEP, gli eurodeputati, devono affiliarsi a uno dei gruppi dell’emiciclo – e le nomine dei commissari, che come il presidente della Commissione dovranno poi essere validate attraverso il voto dal Parlamento stesso.

Il peso negoziale di Meloni e dell’eurogruppo dei Conservatori

In gioco quindi c’è di più, anche per chi non può ambire alle quattro cariche più importanti. Tra questi, c’è Giorgia Meloni, forte di una vittoria elettorale che ha rinsaldato la sua posizione come premier e le ha fatto guadagnare seggi nell’Europarlamento, dove il gruppo da essa capeggiato, Conservatori e Riformisti Europei (ECR), con 76 MEP guarda da vicino i liberali di Renew Europe, che fanno parte della maggioranza attuale, in scadenza, e sono corteggiati da VDL per la sua riconferma alla Commissione.

L’Italia insomma ha qualcosa da spendere, come già recentemente notava un editoriale dell’Economist: Meloni può essere l’ago della bilancia del futuro dell’Europa, che per il settimanale è in mano a tre donne. Oltre lei, ci sono Ursula von der Leyen, che vuole il secondo mandato come presidente della Commissione, la carica più importante di tutte, e Marine Le Pen, che in Francia ha doppiato il partito del presidente Macron e che guida l’ascesa della destra in Europa.

Un’ascesa che però potrebbe essere più apparente che concreta, nel senso che, se numericamente i gruppi radicali dispongono di un quarto dei seggi, tuttavia le differenti posizioni e le spaccature interne rendono loro molto difficile la compattezza necessaria per incidere.

Allo stesso tempo, Le Pen e altre figure radicali come Orban non sono apprezzatissime dal resto del parterre parlamentare. Il centro ha tenuto, come ha sottolineato von der Leyen dopo il voto europeo: il Partito popolare europeo ha vinto ed è quello con più seggi (189), seguito dai Socialisti & Democratici (136) e i liberali di Renew Europe (80).

Dunque VDL sulla carta ha i voti necessari per essere confermata alla Commissione, ma siccome il voto è segreto e il margine non è amplissimo, le sorprese sono dietro l’angolo. Da tempo infatti la 65enne tedesca ha avviato una ‘campagna acquisti’ per blindare il più possibile il suo secondo mandato.

Arrivando anche a un’apertura verso le destre, e nello specifico verso Meloni, che a livello europeo si è accreditata come leader affidabile e costruttiva, con cui quindi è possibile collaborare.

Una collaborazione non aperta a tutti, rimanendo esclusa per figure come i già citati Le Pen e Orban, percepiti come ‘impresentabili’, ma anche per lo spagnolo Vox, che pure fa parte degli ECR di Meloni.

La stessa Meloni d’altronde ha detto no ad Orban, che ha incontrato ieri prima della cena informale a Bruxelles. Il premier ungherese pensa a entrare negli ECR (anche se ancora ha deciso un’affiliazione nel Parlamento), ma ciò ‘azzopperebbe’ il peso negoziale del gruppo quando occorrerà votare la Commissione e il suo presidente. Inoltre diversi membri conservatori hanno già precisato che, se entra Orban, usciranno loro. E questo ovviamente non rientra nella strategia di Meloni, che punta piuttosto ad allargare gli ECR in modo da arrivare a superare di numero – e di peso – i liberali.

Un obiettivo possibile, al quale fanno da contrappunto il malumore delle sinistre per l’apertura di VDL, un mese fa, verso Meloni. Tanto che dopo il voto, che ha rafforzato la ‘sua’ maggioranza, la tedesca è tornata alquanto tiepida nei confronti della premier italiana.

I voti dell’ECR e della Meloni però potrebbero comunque essere necessari, e per ora da Roma non ci si sbilancia su dove penderà il voto quando l’Europarlamento dovrà esprimersi sul nome proposto dal Consiglio europeo, ovvero von der Leyen se tutto va come previsto. Non scordiamo che nel 2019 la tedesca, che pure numericamente aveva una maggioranza che ne sosteneva la candidatura, passò l’esame solo per 9 voti.

E mentre Meloni cerca di aumentare il peso dei Conservatori in Europa per poter influire sulle cariche, il premier polacco Donald Tusk ieri in occasione della cena informale ha sottolineato alle agenzie che “una maggioranza sufficiente esiste anche senza Meloni”.

A cosa mira Meloni

I giochi politici perciò sono in corso, ma a cosa mira Meloni? In sintesi il suo obiettivo è sfruttare il risultato elettorale molto positivo e ogni carta in suo possesso per aumentare l’influenza dell’Italia in Europa. Secondo le indiscrezioni, la premier in particolare punta a ottenere un commissario di peso più la vicepresidenza della Commissione europea.

A tal fine, sta lavorando a stretto contatto con Antonio Tajani, ministro degli Esteri e veterano dell’Ue, dove è stato commissario oltre che presidente dell’Europarlamento, nonché esponente di spicco del PPE.

Per quanto riguarda la Commissione, ogni Stato dispone di un commissario e ogni commissario gestisce un dossier tematico. Meloni punterebbe dunque a quelli più rilevanti, che gestiscono il maggior flusso di denaro o sono particolarmente delicati. Si rumoreggia di un commissariato economico come gli affari monetari, il commercio o la concorrenza. Ma è sicuramente appetibile il nuovo portafoglio per la difesa, mentre Repubblica riporta anche che la premier possa chiedere l’istituzione di un commissario per i flussi migratori, ovviamente da dare all’Italia.

Il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, intanto ha affermato ad Agorà estate: “Tajani farà in modo che l’Italia ottenga commissario di serie A”. E ha aggiunto: “Ora siamo in una fase di tattica prima della stretta per trovare la quadra. Bisognerà ancora aspettare ma è importante capire quale commissario europeo ci toccherà e su cui si orienteranno anche le scelte del voto in aula”.

“Prima di definire i top jobs, i quattro super incarichi da cui discende tutto il resto, bisogna porre attenzione alla suddivisione dei portafogli in base alle specificità dei Paesi. Noi potemmo ambire a un commissario economico, Antonio Tajani è molto attivo e farà in modo che l’Italia non perda l’occasione. Inoltre, la stessa commissione europea deve tenere conto del risultato delle elezioni che ha dato chiari segnali su temi poco condivisi”, ha concluso.

Un segnale del peso negoziale di Meloni intanto potrebbe venire da quanto ipotizzato da Politico, secondo cui VDL “avrebbe rallentato l’approvazione definitiva di un rapporto ufficiale dell’Unione che critica l’Italia per l’indebolimento delle libertà dei media, nel tentativo di ottenere il sostegno di Roma per un secondo mandato”.

Secondo quanto sostiene la testata, il dossier sulla libertà di stampa, con un giudizio negativo per il Bel Paese, “doveva essere approvato il 3 luglio, ma la data sarebbe stata rimandata a dopo la nomina del nuovo presidente della commissione”.

Un’ipotesi in ogni caso smentita da un portavoce della Commissione.