A che punto è la competitività italiana? Gli scenari della Commissione Ue

Il country report analizza la competitività del Paese, occupazione record ma rischio baratro per le giovani generazioni
3 settimane fa
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Tracollo Economico

Nonostante una vigorosa ripresa economica post-pandemia, le prospettive di crescita dell’Italia sono diventate più incerte.

L’allerta arriva dal country report della Commissione europea sull’Italia dove si spiega che dopo una rapida ripresa del PIL reale tra il 2021 e il 2022, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha avuto ripercussioni significative sui flussi commerciali e sui prezzi, rallentando la crescita del Belpaese dal +4% del 2022 al timido +0,9% del 2023.
Si prevede che il PIL aumenterà dello 0,9% anche nel 2024, a causa di tassi di interesse elevati e condizioni di finanziamento più rigide, per poi accelerare all’1,1% nel 2025, grazie anche agli stimoli fiscali previsti dal Pnrr.

Andamento economico e finanziario

Il country report della Commissione europea sull’Italia evidenzia che nel 2023 il flusso di credito è diminuito, in particolare per le società non finanziarie, e i tassi di interesse per famiglie e imprese sono aumentati significativamente.

L’Italia ha eliminato i crediti d’imposta per la ristrutturazione degli immobili, riducendo gli investimenti nel settore delle costruzioni nel 2024 dopo il boom del 2021-2023 ma, secondo le stime Ue, l’impatto negativo sulla formazione di capitale sarà compensato dal costante dispiegamento di investimenti in infrastrutture e attrezzature previsto dal Pnrr per il 2024-2025, che contribuirà a sostenere la crescita del PIL.

Parallelamente, i costi di indebitamento più elevati e i redditi reali disponibili più bassi degli ultimi tre anni spingeranno le famiglie ad aumentare i risparmi e ridurre le spese, componente che finora ha trainato l’economia europea.

Esportazioni e inflazione

Le esportazioni dell’Italia sono state colpite da una crescita globale e dell’Ue stagnante. Sicuramente, i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e le interruzioni causate dalla guerra si sono attenuati nel 2023, ma la domanda globale è aumentata solo leggermente a causa dei prezzi ancora alti e della politica monetaria restrittiva per contenere l’inflazione. Grazie al miglioramento dei prezzi il saldo commerciale è tornato positivo, soprattutto grazie al recupero delle esportazioni nette di beni e dei servizi legati al turismo, migliore rispetto alle esportazioni di altri servizi, tradizionalmente in deficit.

Una buona conferma è il calo dell’inflazione dei prezzi al consumo, provocato dalla deflazione energetica.

Con il rapido calo dei prezzi dell’energia e delle materie prime industriali, l’inflazione principale è scesa fino a un minimo dello 0,5% annuo a dicembre (ben al di sotto della media dell’area euro del 2,9%) e si è mantenuta bassa all’inizio del 2024. I prezzi dei beni, inclusi gli alimenti trasformati, hanno beneficiato dei minori costi energetici e dei materiali.

Il rapporto Ue spiega che i prezzi dei servizi ad alta intensità di lavoro probabilmente continueranno a salire, anche per effetto dell’adeguamento dei contratti collettivi tanto attesi dopo una prolungata perdita del potere d’acquisto dei lavoratori. Complessivamente, si prevede che l’inflazione principale scenderà all’1,6% quest’anno per poi aumentare leggermente all’1,9% nel 2025.

Vulnerabilità e debito pubblico

L’Italia continua a fronteggiare vulnerabilità legate a debito pubblico, produttività, mercato del lavoro e settore finanziario. L’analisi approfondita svolta nell’ambito della Procedura per gli squilibri macroeconomici ha le fragilità dell’economia del Belpaese derivanti dall’alto debito pubblico, dai deficit fiscali consistenti e da una debole crescita della produttività. Il tutto, sottolinea l’Ue, in un contesto di mercato del lavoro fragile e con debolezze residue anche nel settore finanziario.

“Il rapporto debito pubblico è destinato a rimanere alto nel medio termine; di conseguenza, i costi di servizio del debito rilevanti limiteranno il margine del governo per politiche fiscali che favoriscano la crescita”, scrive il country report della Commissione europea sull’Italia.

La crescita piatta della produttività riflette le carenze strutturali dell’economia italiana. Per questo, anche se le condizioni del mercato del lavoro continuano a migliorare, i tassi di partecipazione rimangono bassi, soprattutto tra giovani, donne e residenti al Sud (non a caso destinatari di tre nuove agevolazioni per l’assunzione).

Occupazione e disuguaglianze regionali

Le notizie sotto il profilo occupazionali sono positive ma solo metà. Se si guarda al futuro, però, il bicchiere diventa più vuoto che pieno.

Nel 2023, il tasso di occupazione è nuovamente aumentato, raggiungendo il massimo storico del 66,7% della popolazione di età compresa tra 15 e 64 anni, sebbene ancora ben al di sotto della media Ue del 75%. Sebbene l’aumento sia stato simile per uomini e donne, il tasso per le donne italiane rimane inferiore al 60%, ossia oltre 10 punti percentuali al di sotto della media UE.

Con questi numeri, il tasso di occupazione italiano rimane uno dei più bassi nell’UE e ben al di sotto dell’obiettivo italiano per il 2030 del 73%. Il tasso di disoccupazione è ulteriormente diminuito al 7,7% nel 2023, con una diminuzione particolarmente forte per i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni (-1,1 punti percentuali, dopo -6 punti percentuali nel 2022). Tuttavia, il tasso di disoccupazione giovanile rimane ben al di sopra della media UE, al 22,7% contro il 14,5%.

Le generazioni più giovani in Italia sono anche meno coinvolte nel mercato del lavoro rispetto ai loro coetanei europei, con oltre il 16% delle persone di età compresa tra 15 e 29 anni non occupate, né in istruzione né in formazione, 5 punti percentuali sopra la media europea dei Neet, anche se in calo costante dal 2020.

Disuguaglianze regionali

Le disparità regionali all’interno dell’Italia rimangono profonde. Il tasso di occupazione nel Sud del Paese è inferiore di 21 punti percentuali rispetto al nord, con un divario ancora più ampio per le donne (28 punti percentuali). Il divario regionale nella disoccupazione si è ridotto nel 2022 ma è aumentato di nuovo nel 2023.

Nonostante l’anno scorso il Sud Italia sia cresciuto più del Nord (in termini percentuali), il tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali è ancora il triplo rispetto a quello nelle regioni settentrionali (il doppio per le persone di età compresa tra 15 e 24 anni).

Cosa fare per ridurre questo gap?

Per la Commissione Ue, l’Italia deve aumentare l’efficacia delle sue politiche attive del mercato del lavoro per colmare il divario regionale e migliorare l’abbinamento tra posti di lavoro e lavoratori in tutto il Paese. Per farlo, occorre rafforzare le attività di monitoraggio per tracciare efficacemente i risultati delle riforme e degli investimenti effettuati con il sostegno del Pnrr.

La forbice tra Sud e Nord del Paese rischia di aumentare fatalmente con l’autonomia differenziata, che infatti ha ricevuto l’immediata bocciatura della Commissione europea.

Riforma del sistema fiscale e politiche di supporto

I crediti d’imposta, in particolare i regimi per la ristrutturazione energetica degli edifici residenziali (Superbonus) hanno avuto un impatto significativo sulle finanze pubbliche, portando a deficit elevati.

L’adozione di questi regimi, superiore alle aspettative nel 2022 e 2023, dovrebbe mettere sotto pressione significativa le esigenze di prestito in contanti e il debito pubblico a partire dal 2024. In questo contesto si inserisce la procedura di infrazione Ue per eccesso di deficit che ha riguardato Italia, Francia e altri cinque Paesi membri.

La sintesi dell’esecutivo Ue è laconica: il sistema fiscale italiano ostacola l’efficienza economica e la crescita. “Il sistema fiscale italiano rimane soggetto a debolezze di lunga data. I regimi speciali e la vasta gamma di spese fiscali, inclusa l’IVA, rendono il sistema fiscale altamente complesso e riducono la base imponibile, risultando in una significativa perdita di entrate”, si legge nel rapporto.

Spostare l’attuale elevato carico fiscale sul lavoro verso altre fonti di entrate meno utilizzate e meno dannose per la crescita potrebbe aumentare il potenziale economico del Paese.