Nomine UE, la posizione di Meloni e le decisioni chiave in vista del vertice

Ursula von der Leyen pronta per un secondo mandato e Antonio Costa presidente del Consiglio Europeo. Giorgia Meloni ago della bilancia
3 settimane fa
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Giorgia Meloni
La presidente del consiglio Giorgia Meloni (IPA/Fotogramma)

Le nomine per i vertici delle istituzioni dell’Unione Europea sono al centro dell’attenzione in vista del prossimo vertice di Bruxelles, in programma domani e venerdì. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sta cercando il sostegno del primo ministro italiano, Giorgia Meloni, che finora è stata esclusa dalle trattative. Vediamo una panoramica della situazione attuale e dei prossimi sviluppi.

Accordo sulle nomine UE

L’Unione Europea è prossima a un significativo cambiamento ai suoi vertici, con le principali cariche istituzionali ormai definite. L’accordo, che sarà ufficializzato durante il vertice di Bruxelles, vede Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Kaja Kallas come i candidati principali per guidare le istituzioni europee nei prossimi cinque anni. Fonti diplomatiche confermano che l’intesa è solida e pronta per essere formalizzata. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, è pronta per un secondo mandato. Il Partito Popolare Europeo (PPE) ha raggiunto un accordo per confermarla, ma per ottenere l’incarico definitivo von der Leyen dovrà assicurarsi il supporto di una maggioranza qualificata tra i leader dell’UE, rappresentando almeno 20 Paesi e il 65% della popolazione dell’Unione. Questo livello di supporto è cruciale per garantire che la sua leadership sia accettata e sostenuta in tutto il blocco.

Antonio Costa, ex primo ministro portoghese e membro dei Socialisti e Democratici (PSE), è stato scelto come il prossimo presidente del Consiglio Europeo. La sua nomina rappresenta un compromesso tra le principali famiglie politiche europee, che hanno deciso di mantenere la prassi di riconfermare a metà mandato il presidente in carica. Tale decisione riflette l’intento di assicurare una continuità politica e di stabilizzare la leadership del Consiglio Europeo, soprattutto in un periodo di sfide politiche e sociali per l’Unione. Costa, con la sua esperienza e la sua capacità di mediazione, è visto come una figura chiave per guidare il Consiglio nei prossimi anni.

Kaja Kallas, primo ministro estone e rappresentante dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (ALDE), sarà la nuova Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. La sua nomina completa il pacchetto di accordi tra PPE, PSE e Renew Europe. L’incarico di Kallas è cruciale per la politica estera dell’UE e la sua scelta rappresenta un segnale di continuità e rinnovamento. La sua esperienza come leader estone e il suo impegno verso una politica estera forte e coesa saranno determinanti per affrontare le sfide globali.

Il ruolo di Giorgia Meloni e l’ipotesi Fitto

Nonostante l’accordo sulle nomine europee sia in fase avanzata, la posizione di Giorgia Meloni rimane cruciale. La premier italiana, esclusa dalle recenti trattative, ha espresso oggi in Parlamento la posizione dell’Italia con fermezza. Ursula von der Leyen è determinata a negoziare direttamente con Meloni per ottenere l’appoggio dei parlamentari conservatori europei. Se Meloni non sarà soddisfatta del portafoglio assegnato all’Italia, potrebbe decidere di astenersi sia in Consiglio che al Parlamento Europeo, mettendo a rischio la futura maggioranza di von der Leyen. La posizione di Meloni è particolarmente rilevante in questo contesto, considerando l’Italia come Paese fondatore dell’UE e terza economia del blocco, con un peso significativo nelle decisioni europee.

Meloni ha dichiarato che l’Italia merita un ruolo di massimo livello nelle istituzioni europee, riflettendo il suo status. La possibilità che Meloni possa astenersi dal voto rappresenta una minaccia seria per la stabilità della futura Commissione Europea, dato che l’astensione italiana potrebbe influenzare l’intero equilibrio politico. Von der Leyen dovrà quindi lavorare duramente per negoziare un accordo che soddisfi Meloni e garantisca il supporto italiano.

Nel corso delle comunicazioni alla Camera dei Deputati, Giorgia Meloni ha sottolineato il suo essere stata esclusa dalle trattative. Non poteva fare altrimenti: il gruppo dei Socialisti e Democratici aveva promesso ai propri elettori di non includere ECR e ID nella maggioranza “ufficiale” e oggi un’alleanza con i conservatori avrebbe fatto tremare i governi a guida socialista, soprattutto i già traballanti Sanchez e Scholz. Allo stesso modo, Meloni può dimostrare al suo elettorato di non essersi messa al tavolo, anzi al “caminetto” con l’euroburocrazia che, secondo lei, allontana gli elettori dalle urne.

“Alcuni hanno sostenuto che non si debba parlare con alcune forze politiche, che poi sono quelle stesse forze che più sono cresciute alle urne. Le istituzioni Ue sono state pensate in una logica neutrale. Gli incarichi apicali sono stati affidati tenendo in considerazione i gruppi maggiori, indipendentemente da logiche di maggioranza e opposizione. Oggi si sceglie di aprire uno scenario nuovo e la logica del consenso viene scavalcata da quella dei caminetti, dove una parte decide per tutti. Una ‘conventio ad excludendum’ che a nome del governo italiano ho contestato e non intendo condividere o accettare”. Così la premier Giorgia Meloni nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo.

Ogni attore in questa pièce dalla trama intricata rispetta i propri ruoli, ma poi dietro le quinte gli accordi vanno avanti: Meloni voterà per von der Leyen, garantendo quella maggioranza che può essere messa a rischio dal voto segreto, e in cambio Ursula le garantirà deleghe di rilievo per il commissario italiano. Non solo: ECR potrebbe assicurarsi ruoli importanti anche all’interno del Parlamento, cruciali per incidere nel processo legislativo (e che invece furono negati a ID nonostante la Lega fosse il partito con più europarlamentari nel 2019).

In Europa “si delinea una maggioranza fragile, destinata probabilmente ad avere difficoltà nel corso della legislatura. È un errore importante, non per la sottoscritta, per il centrodestra o per l’Italia, ma per un’Europa che non sembra comprendere la sfida che ha di fronte o la comprende ma preferisce in ogni caso dare priorità ad altre cose” ha continuato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo.

“Se vogliamo rendere un buon servizio all’Europa e alla sua credibilità – dice la premier, dopo aver denunciato le “logiche dei caminetti” che stanno decidendo gli assetti dell’Ue – dobbiamo mostrare di avere compreso gli errori del passato e avere massima considerazione delle indicazioni dei cittadini” che chiedono “un’Europa più concreta e meno ideologica”.

In questo scenario, uno dei candidati principali per un incarico di rilievo nella nuova Commissione Europea sembra essere Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari Europei, Pnrr, Coesione e Sud. La sua possibile nomina è vista positivamente da molti, inclusa Ursula von der Leyen, e potrebbe comportare un rimpasto nel governo italiano. Tuttavia, Giorgia Meloni sembra intenzionata a mantenere stabile la sua squadra, preferendo eventualmente distribuire le responsabilità attualmente in capo a Fitto senza necessariamente nominare nuovi ministri. Per Meloni, privarsi di una figura come Fitto significherebbe perdere una risorsa fondamentale, come dimostrano le ampie deleghe che ha gestito finora, tra cui il pacchetto di 194,4 miliardi del Pnrr. Nonostante ciò, sembra che Meloni sia incline a non ridistribuire completamente il dicastero ad altri, ma piuttosto a suddividere le deleghe attuali di Fitto in modo strategico.

Un possibile scenario potrebbe prevedere un rafforzamento del controllo a Palazzo Chigi, dove Meloni può contare su figure come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari per gestire il Pnrr, con il supporto continuo di Fitto anche da Bruxelles. Inoltre, potrebbe essere considerata la creazione di un nuovo sottosegretariato ad hoc per gli Affari europei, sfruttando le opportunità derivanti dai recenti cambiamenti nel governo, inclusa la vacanza dei posti lasciati da Vittorio Sgarbi e Augusta Montaruli.

La possibile nomina di Fitto rappresenta un punto chiave per l’Italia nelle negoziazioni europee. Fitto è considerato un politico esperto e rispettato, con una buona conoscenza delle dinamiche europee. La sua nomina potrebbe rafforzare la posizione dell’Italia nella nuova Commissione, ma comporterebbe anche un rimpasto nel governo italiano.

La strategia di Macron e Scholz

Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno adottato una strategia chiara: un accordo solido tra popolari, socialisti e liberali per garantire stabilità alle istituzioni europee. Tuttavia, con 399 voti, non ci sono abbastanza garanzie contro i “franchi tiratori” dell’Europarlamento. La negoziazione diretta con Giorgia Meloni potrebbe essere la chiave per superare questo ostacolo. Macron e Scholz hanno lavorato per blindare un accordo che possa resistere alle insidie politiche interne al Parlamento Europeo, ma le dinamiche interne e i voti non sempre prevedibili rendono questa operazione complessa. La loro strategia non è solo una questione di numeri, ma anche di costruire una coalizione di supporto che possa resistere alle pressioni politiche e alle divisioni interne.

Un elemento di particolare rilevanza in questo contesto è rappresentato dalle elezioni in Francia, dove Marine Le Pen potrebbe ottenere un risultato significativo. Le conseguenze di un’affermazione della destra francese potrebbero influenzare le dinamiche interne all’UE e le future nomine. Un successo di Le Pen potrebbe rafforzare i movimenti euroscettici e di destra in tutto il continente, complicando ulteriormente il quadro politico. Le elezioni francesi sono cruciali non solo per la Francia, ma per l’intera Europa. Un’affermazione di Le Pen potrebbe portare a un cambiamento radicale nelle politiche francesi verso l’UE, con possibili richieste di rinegoziazione dei trattati e una maggiore enfasi sulle politiche nazionaliste. Questo avrebbe un impatto diretto sulle future nomine e sulla capacità dell’UE di funzionare come un blocco coeso.

La strategia di Macron e Scholz punta quindi a creare un blocco di potere che possa gestire con efficacia le politiche dell’UE, garantendo al contempo il rispetto delle diverse sensibilità politiche presenti nel Parlamento. La negoziazione diretta con Meloni potrebbe essere essenziale per consolidare questo blocco e superare le sfide interne. I due leader sono consapevoli che un’Europa stabile richiede una leadership forte e unita, capace di affrontare le sfide globali e interne con determinazione. Tuttavia, i risultati delle elezioni francesi potrebbero complicare ulteriormente questa strategia, costringendo Macron e Scholz a rivedere i loro piani e ad adattarsi a un nuovo scenario politico.

Le sfide future

La recente vittoria dei popolari alle elezioni europee ha complicato ulteriormente le trattative. Inizialmente, i popolari avevano richiesto un cambio alla guida del Consiglio Europeo a metà mandato, proposta poi abbandonata a favore di un compromesso con i socialisti. Tuttavia, questa soluzione potrebbe essere temporanea, con nuove tensioni previste tra due anni e mezzo. La gestione di queste tensioni sarà cruciale per mantenere la stabilità politica nell’UE. La capacità dei leader di mediare e trovare soluzioni condivise sarà messa alla prova nei prossimi anni.

Le elezioni hanno evidenziato una crescente polarizzazione politica all’interno dell’UE, con i popolari che cercano di capitalizzare il loro successo elettorale per ottenere maggiore influenza nelle istituzioni europee. Questo ha portato a richieste di cambiamento e rinegoziazione dei termini dell’accordo di potere, creando un ambiente politico instabile. La soluzione temporanea raggiunta potrebbe non essere sufficiente a lungo termine, e nuovi scontri e negoziati sono prevedibili man mano che ci si avvicina al punto di metà mandato. I leader europei dovranno essere pronti a gestire queste dinamiche con attenzione per evitare crisi politiche.