Gelo tra Bruxelles e Israele, rischio sanzioni in vista

Borrell non dirà più "Israele" ma "Governo Netanyahu" per distinguere le azioni dello Stato dal suo vertice politico
4 settimane fa
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Benjamin Netanyahu preoccupato

La tensione tra l’Occidente libero e Israele è massima e l’ipotesi di sanzioni da parte dell’Ue è sempre più concreta. Quella delle ultime ore a Rafah, nel sud di Gaza, è solo l’ultima strage umanitaria avvenuta per mano dell’idf: un raid su un campo profughi che ha fatto almeno 45 vittime e circa 250 feriti. Netanyahu parla di “Tragico incidente”, l’attacco, sottolinea il presidente israeliano, era mirato a colpire due alti esponenti di Hamas.

Il raid rischia però di rappresentare un punto di non ritorno nelle relazioni tra l’Ue e lo Stato israeliano. A poche ore e diversi chilometri di distanza da Rafah, l’Unione Europea ha prospettato di sanzionare Israele se rifiuta di conformarsi alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che le ordina di fermare immediatamente la sua campagna militare nella città di Rafah.

Intanto qualcosa si muove a livello nazionale. Gli Stati Ue Irlanda e Spagna e la Norvegia, che non è un Paese membro ma spesso condivide le politiche di Bruxelles, hanno annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese, che dovrebbe diventare ufficiale proprio oggi martedì 28 maggio. Netta la posizione di Madrid che insiste sul fatto che dovrebbero essere considerate sanzioni contro Israele per i suoi continui attacchi mortali nella città di Rafah.

Presto l’iniziativa di singoli Stati membri potrebbe trasformarsi in una iniziativa comunitaria.
Durante una riunione della Comunità Politica Europea, i ministri degli esteri dell’UE hanno infatti discusso per la prima volta la prospettiva di sanzioni contro Israele se continuasse a ignorare l’ordine della corte, come ha riferito Michael Martin, secondo l’emittente pubblica RTE.

Israele-Spagna e il video della discordia: “Hamas vi ringrazia”

La tensione Spagna-Israele è salita alle stelle dopo il video pubblicato ieri dal ministro degli Esteri israeliano Katz dal titolo emblematico: “Hamas: Grazie Spagna”.

Nel video si accostano immagini della bandiera spagnola e ballerini di flamenco a spezzoni delle atrocità compiute lo scorso 7 ottobre dai membri dell’organizzazione filo palestinese. Ancora più controverso il commento scritto da Katz a margine della clip: “Pedro Sánchez, Hamas la ringrazia per i suoi servizi”.

Secca la replica di Madrid: “È scandaloso perché tutto il mondo sa, compreso il mio collega in Israele, che la Spagna ha condannato le azioni di Hamas fin dal primo momento. Ed è esecrabile per l’uso di uno di questi simboli della cultura spagnola”, ha detto il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares. Nei giorni scorsi, due ministri del governo spagnolo, hanno parlato di “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo nella Striscia.

Il ministro degli Esteri Israel Katz ha comunicato alla Spagna che il suo consolato a Gerusalemme non sarà autorizzato ad aiutare i palestinesi. L’idea di osteggiare i singoli Stati rischia di essere una non-soluzione per Israele, visto che la rosa dei Paesi ostili aumenta insieme al numero di vittime civili palestinesi. Questi potrebbero essere giorni decisivi per il futuro di Israele. Infatti, anche se già decine di Paesi avevano già riconosciuto lo Stato palestinese, nessuna grande potenza occidentale lo aveva fatto, fino a pochi giorni fa. Una situazione riassunta dalle laconiche parole del ministro della Difesa Guido Crosetto: “Ho l’impressione che Israele stia seminando un odio che coinvolgerà figli e nipoti. Hamas è un conto, il popolo palestinese è un altro. Dovevano discernere tra le due cose e fare una scelta più coraggiosa dal punto di vista democratico”.

La stessa democrazia che ora condanna le scelte di Netanyahu e in nome della quale l’Ue potrebbe irrorare sanzioni a Israele. “Sicuramente, se non ci sarà conformità, allora dovremo considerare tutte le opzioni,” ha spiegato il vicepresidente della Repubblica d’Irlanda Martin, aggiungendo che il Paese sosterrebbe tale approccio.

Il mandato d’arresto

Il 20 maggio, il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) Karim Khan ha chiesto i mandati d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per il ministro della difesa Yoav Gallant e per tre leader di Hamas. I primi due sono sospettati di “aver ridotto deliberatamente i civili palestinesi alla fame”, di “omicidio volontario” e di “sterminio”. “I crimini contro l’umanità descritti nella richiesta fanno parte di un’offensiva sistematica condotta contro gli abitanti della Striscia di Gaza”, ha aggiunto Khan, riferendosi ai mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant.

Le accuse contro gli esponenti di Hamas, tra cui il leader Yahya Sinwar, comprendono “sterminio”, “presa di ostaggi” e “stupro e altre forme di violenza sessuale”.

Venerdì 24 maggio la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di fermare immediatamente la sua offensiva militare a Rafah, di aprire il valico di Rafah e di consentire l’accesso alle missioni internazionali di accertamento dei fatti, ma gli ordini sono rimasti inascoltati.

Il sostegno di Borrell 

Il capo della politica estera dell’Ue ha espresso il suo sostegno all’iniziativa della Cpi: “Il procuratore della corte è stato fortemente intimidito e accusato di antisemitismo, come sempre quando qualcuno fa qualcosa che il governo di Netanyahu non gradisce,” ha detto Josep Borrell. Anche per non fomentare l’antisemitismo, il capo della politica estera Ue ha fatto sapere che non parlerà più di “Israele” ma di “Governo Netanyahu” per distinguere le scelte del Paese da quelle del presidente.

Dall’attacco transfrontaliero del gruppo palestinese Hamas del 7 ottobre scorso, che ha ucciso circa 1.200 persone, Israele ha ucciso più di 36.000 palestinesi nella Striscia di Gaza. Nel mirino dell’Ue rientra più ampiamento la campagna militare israeliana che ha messo in ginocchio gran parte dei 2,3 milioni di palestinesi, lasciando la maggior parte dei civili senza casa e a rischio di carestia.

Raggiungere l’accordo all’interno dei 27 sulle sanzioni Ue a Israele non sarà facile: “c’è una certa distanza tra chi articola la necessità di un approccio basato su sanzioni se Israele non rispetta le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, e ovviamente non c’è accordo a livello del Consiglio dell’UE date le diverse prospettive”, ha spiegato il vicepremier irlandese Martin.
Di sicuro, Israele e l’Unione europea non sono mai stato così vicini alla rottura.

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