Se l’Europa vuole avere un futuro, deve investire di più nella ricerca: l’appello degli scienziati

Lettera delle 27 accademie europee ai candidati alle prossime elezioni: serve almeno il 3% del Pil europeo
1 mese fa
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Scienziati

Una ricerca scientifica libera, aperta e adeguatamente finanziata, in modo che sia al centro delle politiche pubbliche europee. Lo hanno chiesto le accademie dei 27 Paesi dell’Unione, che hanno recentemente presentato un documento congiunto per sottolineare la natura collaborativa, aperta e internazionale della ricerca scientifica: un valore da preservare e incentivare. Tra esse, la nostra Accademia dei Lincei.

La lettera, dall’eloquente titolo ‘The future of Europe depends on open and free science and education (‘Il futuro dell’Europa dipende dalla scienza e dall’istruzione aperte e libere’, ndr)’, è rivolta ai candidati alle ormai vicine elezioni, dalle quali uscirà un nuovo Parlamento europeo, perché si impegnino per una scienza e un’istruzione in Europa “forti, aperte e libere’’.

“Investire nella ricerca almeno il 3% del Pil europeo”

In tale ambito l’Europa sta perdendo terreno, e, chiedono gli scienziati, se vuole stare al passo con il resto del Mondo deve investire almeno il 3% del Pil nella ricerca scientifica e nell’istruzione. Con l’obiettivo di impostare dei programmi che guardino al futuro, che gestiscano le emergenze e le nuove sfide in modo strutturato, senza vivere di ‘pezze’ messe al momento in base all’urgenza.

Ecco perché, specificano, l’Europarlamento dovrebbe rafforzare il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione e puntare alla massima qualità dell’istruzione.

Non solo: lo scambio delle conoscenze e la collaborazione sono fondamentali per il progresso scientifico e tecnologico, quindi le accademie chiedono di non alzare barriere ma piuttosto di proteggere la libertà accademica, l’autonomia istituzionale accademica e lo scambio internazionale aperto di persone e informazioni.

“La scienza e l’innovazione sono essenziali per la libertà e la resilienza dell’Unione europea, per la sua competitività globale, la sua prosperità e il suo benessere. Questo non deve essere dato per scontato. È essenziale salvaguardare il carattere aperto e collaborativo internazionale dell’attività scientifica, investire nell’intera gamma della scienza e della ricerca e garantire l’adozione delle conoscenze scientifiche nelle politiche che affrontano le principali sfide delle nostre società democratiche”, è l’appello degli scienziati.

Quanto spendono l’Europa e l’Italia in R&S

Attualmente l’Unione europea spende il 2,27% del proprio Pil in R&S, ponendosi dietro Corea del Sud (4,9%), Usa (3,4%) e Giappone (3,34%). La Cina, sotto la soglia del 3%, si attesta comunque al 2,41%. Il che significa che l’Europa sta rimanendo indietro nell’innovazione e in molti settori. Inoltre, le differenze tra i Paesi membri sono molte, variando dal 3,4% del Pil investito dal Belgio a meno dell’1% speso da altri Stati, fino al record negativo della Romania che addirittura destina un misero 0,47% del Pil alla ricerca.

La tendenza comunque è incoraggiante: secondo i dati Eurostat, nel 2022 l’Ue nel suo complesso ha speso 352 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, il 6,34% in più rispetto all’anno precedente (331 miliardi di euro), proseguendo un trend di aumenti decennale. Gli investimenti europei in R&S infatti sono cresciuti del 48,52% dal 2012 al 2022). Ma secondo gli scienziati occorre fare di più.

Quanto all’Italia, secondo i dati Istat relativi al periodo 2021/2023, nel 2021 ha impiegato in R&S circa 26 miliardi di euro, il 3,8% in più dell’anno precedente. In crescita soprattutto la spesa delle istituzioni pubbliche (+9,7%) e delle Università (+7,9%) e, anche se lievemente, delle istituzioni private non profit (+1,9%).

Sono invece le imprese, colpite dal Covid, ad arrancare, con un aumento della spesa di un piccolo 1,1%, un dato che però sintetizza situazioni molto diverse: bene la grande impresa (+3,8%), male le Pmi (-4,5%). Nel 2022 però, secondo i dati Eurostat diffusi lo scorso dicembre, la spesa totale italiana è scesa, sebbene leggermente, dai 25,991 miliardi del 2021 ai 25,915 miliardi del 2022, in controtendenza col resto dell’Europa.

Scienza fondamentale in un mondo con tante sfide

La scienza è centrale in un mondo come quello attuale: globale, altamente concorrenziale, ipertecnologico e connesso. Con all’orizzonte sfide quali realtà virtuale e aumentata, intelligenza artificiale, carni sintetiche, nuove tecniche agricole, medicina d’avanguardia, cambiamento climatico, innovare è una necessità assoluta, se non si vuole rimanere indietro e sprofondare nelle sabbie mobili dell’arretratezza e della povertà.

Ricerca significa opportunità e futuro, e solo con essa si potranno affrontate le sfide che già ci sono e quelle che verranno. È anche un dovere verso le prossime generazioni, oltre che un driver per l’economia: secondo alcune stime, un aumento di un punto percentuale della spesa in R&S potrebbe generare un aumento dello 0,7% del Pil.

Eppure, il tema non sembra al centro dei programmi elettorali dei candidati, nonostante si occupino di economia, dimenticando la sempre più stretta connessione con la ricerca scientifica e l’innovazione. Fanno eccezione il Partito Popolare europeo, che vorrebbe “raggiungere un investimento combinato del 4% del Pil, concentrandosi sull’eccellenza scientifica”, e la Sinistra Europea, che punterebbe a destinare addirittura “il 7% del Pil dell’Ue all’istruzione, alla ricerca e all’innovazione”.

D’altronde, spiega il documento delle accademie, senza ricerca e sviluppo non possono esserci transizione energetica, né digitale, e nemmeno innovazione nell’industria, ed ecco perché R&S dovrebbero anche essere parte delle politiche pubbliche, “facendo un uso sistematico e informato delle conoscenze scientifiche nel processo decisionale”.

La scienza, afferma ancora il documento, è importante anche per un altro motivo, forse meno evidente: sviluppa il “pensiero critico e una riflessione indipendenti”, fondamentali “per democrazie vivaci e resilienti”. Un aspetto importantissimo in un’epoca di manipolazione dell’informazione e deep fake.

Le sfide che ci attendono, concludono gli scienziati, “sono così complesse e urgenti che non possono essere affrontate efficacemente senza un dialogo fiducioso tra scienza, politica, società civile e attori economici”.